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Non “infiliamo” il termine cultura dappertutto

Dopo aver letto di amici preoccupati per le sorti dell’avventura culturale nel gran bel paese, nella regione che insulta Nina Moric (ed è ricambiata), nella città che una volta fu giardino e ora è cemento e murales di Blu, avrei voluto scrivere anche io un bel post su quella che solo un paio di anni fa consideravo una questione fondamentale di sopravvivenza. Avrei scritto che si tratta di un discorso talmente lungo e complesso che richiederebbe tempi biblici per l’esposizione, il contraddittorio, le soluzioni, e una riuscita normazione. Avrei fornito un parere del tutto non richiesto per il solo fatto di aver passato un qualche decennio della mia vita a frequentare professionalmente la cosiddetta ‘cultura’ nel senso più ampio possibile. Già qui si sarebbe profilato un primo, enorme equivoco: se si ficca, per forza o per convenienza, dentro il termine ‘cultura’, qualunque espressione della mente umana, dallo straordinario allestimento di un’opera lirica fino alla sagra della porchetta di un quartiere periferico, dalla grande mostra di un impressionista famoso nel mondo, agli acquerelli della sezione F di una scuola media di provincia, includendo i concerti di piano bar, le rassegne di jazz internazionali, le feste di piazza con cantante popolare, le riviste di varietà nei fondaci dei centri storici, il teatro di strada, il circo equestre, le bancarelle che vendono i ceci arrosto, il vippazzo di turno che anima una discoteca e l’amico DJ che ci fa ballare in un locale o in una piazza, non verremo mai a capo di un discorso sensato. Di conseguenza mi sarei posto un dubbio: ma siamo proprio sicuri che tutto, proprio tutto faccia ‘cultura’? Ci sono tante altre parole che in questo povero paese stralunato e sempre più proiettato in un’arida, poverissima anglofonia sono cadute nel dimenticatoio: costume, tradizione, folclore, rito, usanza, consuetudine, rassegna, concerto, festa, ritrovo, convivio, serata, lupanare, baccanale.

E poi ci sono una serie di azioni umane volte soltanto a rivitalizzare una zona depressa da anni, e si palesano sotto forma di pantagrueliche mangiate pubbliche innaffiate da fiumi di birra, o solo occasioni di ritrovo sociale con ballerine al seguito per tentare di fare un po’ di cassa nel tentativo di sostenere un partito politico. Sarebbe il caso di decidere, avrei scritto, se cose di questo genere possono essere messe nello stesso compartimento della tutela dei beni artistici e culturali, che è quello stesso comparto in cui si devono far sopravvivere le biblioteche e i musei, o se invece non si stia parlando d’altro, altro che – sia chiaro – ha la stessa identica dignità del Colosseo, della biblioteca Albino e del mio adorato monastero di San Vincenzo al Volturno, però è altro.

Detto questo avrei dovuto aggiungere una verità piuttosto banale, che si verifica in questo luogo fisico del mondo più che in ogni altra nazione: l’operatore culturale, con tutte le sue conoscenze e la sua esperienza, è una donna o un uomo che non ha gli stessi diritti degli altri lavoratori. Non avrei parlato solo di diritti sindacali ma anche, per esempio il diritto a farsi una famiglia. Lo scrisse tempo fa Aldo Busi, che si riteneva abbastanza fortunato per non avere figli o mogli che gli portavano via una parte consistente dei suoi proventi. Non c’è niente di più vero, ma si tratta di un discorso che devia verso altri lidi, ancora più complicati da indagare: la rivoluzione della conoscenza nella quale ci ritroviamo, da una parte ci offre – gratis o quasi gratis – l’accesso a enormi segmenti dello scibile umano: tu dai 12 euro al mese a Netflix e vedi le serie, i film, i cartoni per i bimbi; dall’altra parte, dopo un lunghissimo giro, questa rivoluzione torna da te e ti chiede la stessa cosa, ovvero di lavorare gratis o quasi. Qual è il salto logico di questo discorso? Il salto logico sta nel fatto che mentre Netflix agisce su grandissimi numeri di utenza, tu fai un lavoro che forse interessa al massimo 1000 persone se va bene, e perciò non hai nessun Netflix che investe su di te. Stando così le cose, spesso e volentieri ci si rivolge allo stato (alla regione, al comune) in modo che sostenga il lavoro culturale, nella convinzione che questo fornisca davvero una conoscenza superiore al pubblico a cui si rivolge. (anche questo è un equivoco su cui ragionare, ma qui e ora non c’è tempo). Quando l’istituzione interviene però, lo fa con tutta una serie di parametri che le sono necessari: perciò se tu hai pubblicato dei libri, dei lavori teatrali, delle canzoni, e tante altre belle cose, di successo o meno, sappi che un ragazzino appena laureato che non ha mai lavorato né pubblicato e non ha la più pallida di quello che deve fare ti verrà preferito. E quel ragazzino appena laureato, senza esperienza sì, ma almeno laureato, verrà scavalcato a sua volta da un altro che non ha le pubblicazioni, non ha l’esperienza, non ha la laurea però ha una tessera di partito o più semplicemente un’amicizia importante.

In questo quadro, come molti di voi sanno, io che sono un peccatore seriale per eccesso di amore e ho deciso di avere una famiglia numerosa, ho dovuto per forza di cose rinunciare al lavoro culturale. Ho incominciato a lavorare nella bonifica bellica, che è un servizio accessorio ai lavori di edilizia, viabilità e in genere di movimentazione terra, e l’andare in giro per cantieri, su e giù per questo paese, ha totalmente cambiato la mia prospettiva. Ho capito cose che non stanno dietro lo schermo del vostro computer o in internet, non stanno in biblioteca, e non stanno nei musei, non ve le dicono alla tv e rarissime volte le leggete sui giornali. La bonifica bellica si fa con uno strumento che si chiama metal detector: questo strumento è ormai impossibile da usare nelle immediate vicinanze di qualunque via di comunicazione italiana, dalle autostrade alle arterie di alta velocità, alle superstrade, alle strade regionali, comunali, alle mulattiere e persino ai tratturi. Sapete perché? Perché su entrambi i lati di queste vie di comunicazione, sotto un sottilissimo velo di terreno erboso, c’è uno strato spesso almeno un metro di immondizia. Lavatrici, copertoni, serbatoi, scaldabagni, vetri, plastica, pezzi di motore, carrozzeria, pezzi di arredamento, resti di accampamento, pali della luce rimossi, pensiline, semiassi, sospensioni, bulloni, lattine, travi di cemento armato, qualunque cosa vi possa venire in mente. Non parlo della famigerata terra dei fuochi, parlo dell’Italia intera. Migliaia e migliaia di tonnellate di monnezza sparse su tutto il territorio nazionale, resti di lavorazioni, case abbattute e abbandonate, miliardi di metri cubi di sottosuolo che nessuno aveva mai visto prima e dei quali nessuno conosce l’esistenza, perché mentre noi eravamo tanto occupati a tutelare le rovine, i musei, le pinacoteche e le belle chiese di sopra, l’intero paese nascondeva sotto i nostri piedi tutte le sue schifezze.

Perciò io avrei voluto scrivere un bel post sulla cultura e su come salvaguardare il bel museo o la mia amata biblioteca Albino ma la verità è che arriverà un giorno che questo terreno infetto sul quale camminiamo, ci stendiamo, e giochiamo con i nostri bambini verrà mangiato da dentro, divorato dal veleno di tutte le sue orrende emissioni e omissioni, e inghiottirà tutto quello che sta sopra, così che non ci sarà più niente da salvare.
Perché in Italia, nel 2016, c’è solo una cultura: la cultura della monnezza.


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