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Papa Francesco e la forza della realtà in un tempo di plastica

Marketing, è un termine della lingua inglese che riesce a rendere bene l’atteggiamento di molti dopo l’avvento inatteso di Papa Francesco.

Chissà, magari sbaglio, ma ho come l’impressione che alcuni, dopo attenta ed accurata “indagine di mercato”, si sono resi conto che prodotti come “povertà”, “accoglienza dei poveri e dei migranti”, “semplicità dei paramenti”, “croci di legno o di metallo”, tirano molto in questi tempi in cui il Papa chiede “una Chiesa povera per i poveri”.

Personalmente credo poco alle conversioni repentine e ritengo che realtà come “legge della gradualità”, maturazione di quelle dinamiche di fede che si concretizzano in percorsi di carità costanti nel tempo e non occasionali, che danno vita ad una evangelizzazione attraverso le opere e non le chiacchiere, sono da preferire semplicemente perché portano il “sigillo” dello Spirito del Risorto che ci ripete “dai frutti li riconoscerete” (Mt 7,16).

Credo valga la pena di ascoltare un commento di Sant’Agostino: «molti ascrivono ai frutti alcune proprietà che appartengono al pelame delle pecore e così sono ingannati dai lupi, come sono i digiuni, le preghiere e le elemosine. Che se tutti questi atti non potessero essere eseguiti anche dagli ipocriti, Gesù non avrebbe detto in precedenza: “Guardatevi dal praticare la vostra virtù davanti agli uomini per essere osservati da loro” (Mt 6,1) (…) Molti infatti distribuiscono ai poveri non per commiserazione ma per vanagloria; molti pregano o meglio sembra che preghino non perché tengono presente Dio, ma perché bramano di essere ammirati dagli uomini; e molti digiunano e ostentano un’astinenza che desta meraviglia a coloro ai quali questi usi sembrano difficili e degni di onore. Sono tutti inganni (…) Non sono dunque questi i frutti da cui il Signore esorta a riconoscere l’albero». Nel versetto successivo al brano citato Gesù aggiunge «ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi».

Trovo davvero efficace il paragone soprattutto perché l’dea dell’albero contiene quella della crescita graduale, dello sradicamento di ogni erba cattiva che impedisce tale crescita: orgoglio, egoismo, superbia, invidia, gelosia ed altro ancora di cui spesso, purtroppo, facciamo esperienza. Insomma, in una sola parola potremmo sintetizzare l’immagine davvero suggestiva dell’albero con quella di “storia”.

Quindi prima di lasciarci ingannare dai falsi profeti o dalle piante di plastica avviciniamoci e tocchiamoli guardiamo la loro storia.

E se dovessimo notare residui di stampaggio delle foglie senza tessitura, dell’assoluta mancanza di vita, passiamo oltre. Perché non c’è vita dove non c’e storia proprio come le piante di plastica che vengono messe in quel determinato luogo per allietare lo sguardo.

Ma la gioia dura poco, fino a quando non ci accorgiamo di cosa sono. Poi ci assale la tristezza, perché poche cose rendono più tristi di una finzione.

“Una finzione non fa che rigirare il dito nella piaga, è una presenza che inasprisce l’assenza”. Le foglie polverose non respirano, non ci sono farfalle che si posano, anche il fruscio è sintetico. Certo, sono più comode, e “costano meno” di una pianta viva. Non le devi seguire, accudire, innaffiare, tenere alla luce. Se te ne dimentichi non muoiono. Un tempo la plastica è stata petrolio, ossa di alberi preistorici spremute nella roccia, succo di foglie antiche che stormivano al vento.

Chissà se le molecole conservano il rimpianto di quei giorni in cui si cresceva, si facevano i conti con gli acquazzoni improvvisi e le tempeste che spezzavano quel determinato ramo e bisognava ricominciare daccapo. Chissà se avverrà il miracolo inatteso: e se la plastica si trasforma materia organica? E se si abbandona la finzione e si lascia spazio alla realtà?  Chissà …


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