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Quando si parla di mafia ciò che conta è la narrazione

Come raccontare la mafia: è il tema vero su cui riflettere, dopo le polemiche sulla famosa intervista concessa a Bruno Vespa dal figlio di Totò Riina nella trasmissione «Porta a porta» su Rai uno. Una partecipazione discussa, priva di indignazione sulle sofferenze provocate alle vittime della mafia, per promuovere un libro autobiografico dal titolo emblematico «Riina family». Sembra l’annuncio di una saga spettacolare, alla maniera del Padrino di Mario Puzo o della storia del boss Savastano nella fiction Gomorra la serie.

Un testo che molte librerie siciliane si sono rifiutate di vendere e che, nella vicina Benevento, ha fatto scattare un’iniziativa senza precedenti del sindaco uscente Fausto Pepe del Pd. Con un’ordinanza, pochi giorni fa ha vietato la vendita del saggio nelle quindici librerie cittadine, rispolverando la censura preventiva da sequestro di anni andati. La sua ordinanza faceva a cazzotti con l’articolo 21 della nostra Costituzione sulla libertà di manifestazione di pensiero. Pepe esprimeva pochi concetti nel suo divieto: la mafia e i suoi nefasti effetti devono raccontarla soprattutto le vittime, il testo ha ottenuto già molta pubblicità a «Porta a porta» e rischia di trasformarsi in una sorta di apologia mafiosa.

Poi la notifica affidata alla polizia locale in attesa del clamore, assai limitato in verità. Fa oggi invece più clamore la reazione, con descrizione personale su quanto sta sopportando dopo la famosa comparsata di Riina junion sulla Rai, dell’editore del libro, il trevigiano Mario Tricarico. La sua piccola casa editrice «Anordest» è nota per pubblicazioni anticonformiste che, spiega al Mattino, «hanno dato voce a tutti, senza preclusioni». Come per il libro «I fiori del giardino di Allah», che gli costò un periodo di sorveglianza della polizia per le tante minacce ricevute. Tricarico ha fatto ricorso ad una diffida stragiudiziale contro il sindaco di Benevento e ha riottenuto la vendita del libro nel capoluogo sannita. Andrà a Benevento con Riina junion e in piazza spiegherà che, a suo parere, nessuna apologia mafiosa c’è nel testo. A Tricarico, invece, sono arrivati via mail 50mila messaggi minacciosi, ha dovuto chiudere il sito della casa editrice, gli hanno dato una vigilanza saltuaria per evitargli guai.

Ma cosa accade in questo Paese, dove la mafia diventa spettacolo da fiction, dove gli adolescenti di ogni estrazione sociale citano a memoria le battute di Gomorra la serie e sui social network possono spuntare pagine da 25mila «like», che dileggiano i collaboratori di giustizia, citano frasi di «Scarface» e lanciano messaggi ai detenuti? La comunicazione mafiosa 2.0 va oltre il messaggio negativo di Riina junior che nel libro non si indigna mai per le vittime provocate dal padre e da Cosa nostra e scrive cose diverse da quelle sostenute nelle intercettazioni del 2002, come ha dimostrato su «Repubblica» lo scrupoloso Salvo Palazzolo. Nei racconti sulla mafia conta la verità nella ricostruzione di ogni vicenda, il rigore nella descrizione e il rispetto verso le vittime. Ma, ma per evitare di tornare ai sequestri preventivi da Statuto Albertino giuridicamente fragili, conta ancora di più la narrazione. E su questo tema si dovrebbe cominciare a ragionare nell’era di Internet e delle pay tv. Conta il cosa, ma conta oggi ancora di più come si parla di mafia. Quando diventa spettacolo eccessivo schiacciato sull’etica del male senza indignazione o contrappeso, può provocare guasti emulativi tra giovani culturalmente poco attrezzati. Nei social, come nei salotti televisivi, o nelle fiction.

(Commento apparso in prima pagina sul Mattino di domenica 17 aprile 2016)


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