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Senza le #industrie il #Mezzogiorno non ha futuro

Industria, Italia, Mezzogiorno Senza un significativo sviluppo della base industriale è difficile immaginare una crescita o anche il solo mantenimento, dei livelli di benessere del Mezzogiorno. Il ruolo della base industriale è fondamentale per tutte le regioni e le nazioni che hanno raggiunto, o vogliono raggiungere, avanzati livelli di sviluppo.

L’industria resta il luogo dell’innovazione, la componente dell’economia con maggiori incrementi di produttività; genera una domanda molto ampia di servizi e induce una rilevante quota dell’occupazione terziaria; genera redditi da esportazioni che consentono di bilanciare l’import energetico e primario e di tutti quei beni, intermedi e finali, differenziati e ad alto contenuto tecnologico che non si è in grado di produrre. Il Mezzogiorno non è una regione povera; è però caratterizzato da due rilevanti problemi macroeconomici e quindi sociali.

Da un lato, l’insufficiente capacità di generare una domanda di lavoro pari all’offerta disponibile, che dà luogo a grandi problemi di disoccupazione, sottoccupazione ed emigrazione, che ne riducono notevolmente quantità e qualità dei livelli di sviluppo, innescando circoli viziosi (emigrazione dei “cervelli”; contrazione della base fiscale locale).

Dall’altro, l’insufficiente capacità di generare redditi da esportazioni (interregionali o internazionali) per finanziare la sua necessità di importazione di beni e servizi. Ciò dipende dalla dimensione e dalla composizione dell’offerta; ed in particolare dal peso della manifattura (e dei servizi a maggiore contenuto tecnologico) sul valore aggiunto: nel Mezzogiorno è inferiore non solo alla media italiana, ma anche a quello delle regioni in ritardo di sviluppo della Germania e della stessa Spagna. Tuttavia, senza un forte sviluppo del Mezzogiorno, ed in particolare della sua base industriale, è difficile immaginare una vera ripresa per l’Italia.

Il Sud continua a rappresentare un mercato di sbocco fondamentale della produzione nazionale; ancora oggi, stando a recenti stime di Intesa San Paolo accoglie il 26,5% della produzione del Centro Nord (contro un peso pari al 9,1% degli altri paesi dell’Unione Europea): la crescita del suo reddito traina lo sviluppo del reddito nazionale, mentre non avviene il contrario: è il Mezzogiorno la possibile “locomotiva” dello sviluppo dell’Italia.

Gli investimenti nel Mezzogiorno attivano una consistente produzione nel resto del paese (anche in questo caso non succede il contrario); cento euro di investimenti al Sud attivano produzione per 40 euro nel Centro Nord. I trasferimenti impliciti operati dal bilancio pubblico a favore del Sud corrispondono al flusso di importazioni di beni e servizi dal Centro Nord.

Tuttavia la sostenibilità di tale modello bi-regionale è messa progressivamente in discussione tanto dall’affievolirsi del consenso politico, quanto dalle crescenti difficoltà di finanza pubblica, e dall’operare delle politiche economiche. E’ dunque fondamentale che, anche attraverso una maggiore produzione industriale, il Mezzogiorno possa accrescere la quota direttamente prodotta del reddito disponibile.

Per un lungo periodo, principalmente fra la fine degli anni Cinquanta e la fine degli anni Settanta dello scorso secolo, il Mezzogiorno ha conosciuto uno straordinario, intensissimo, processo di sviluppo industriale. Sono stati lungamente, anche se forse non ancora compiutamente, analizzati gli aspetti positivi e negativi di questo processo così accelerato. Certamente, tuttavia, esso ha coinciso, e in parte lo ha determinato, con il periodo di più intensa e accelerata crescita del benessere nell’intero Paese, con un vero e proprio “miracolo italiano”.

Si pensi solo allo straordinario effetto positivo dato dallo sviluppo delle produzioni industriali di base, ubicate nel Mezzogiorno, sullo sviluppo dei settori a valle, dall’automobile agli elettrodomestici, alla chimica. Da allora, molto tempo è passato e tale processo è dapprima rallentato, e poi sfociato in una vera e propria, intensa e pericolosa, deindustrializzazione.

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