347mila giovani al Sud ogni giorno cercano lavoro. E rischiano i loro diritti

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Sono ormai un esercito. 347.000 giovani, tra i 15 ed i 24 anni. Sono del Sud e cercano attivamente un lavoro.

Nella stima Istat che ieri ha spaventato l’Italia, si è scoperto che nel Mezzogiorno, per la più bassa fascia d’età, si raggiunge la stratosferica cifra del 60,09% di disoccupati.

Dati che annichiliscono.

Chi trova lavoro? Colui che ha la fortuna di lavorare nell’azienda di famiglia, oppure che ha il papà appartenente alla borghesia delle professioni. Per il resto c’è un lavoro nero, oppure vivere in famiglia.

Questa è l’Italia del terzo millennio, questa è l’Europa, considerando che le altre nazioni confinanti non stanno meglio. E se quelle Occidentali annaspano, in quelle dell’Est si vive alla giornata.

Comunque, tali dati del Sud, preoccupano socialmente. Quanti di questi giovani saranno preda della mafie, dello sfruttamento, del mancato rispetto dei diritti lavorativi, di essere presi per la gola dall’approfittatore di turno? In momenti così drammatici s’innesca facilmente un odioso aspetto ricattatorio.

Il Sud lo conosciamo. C’è tanta gente onesta e con il cuore in mano, c’è la passione, l’empatia, l’ospitalità, la solidarietà. Ma ci sono dei lati oscuri, popolati da gente spregiudicata. Quella che nelle campagne sfrutta i senegalesi nel tempo del raccolto, quelli della triste piaga del capolarato.

In questi frangenti, quanti giovani sono finiti nel buco nero di una illegalità forzata? Del compromesso salva-vita?

I dati Istat non fanno pensare solo ad un esercito di disoccupati. Sbaglia che si limita a questo. C’è una contrazione dei diritti ed una vessazione fisiologica, che sono un riflesso ed un’eredità del sistema feudale. Quando, per via di una diversa disoccupazione, chiamata “fame”, il feudatario disponeva della vita dei suoi vassalli.

Questi dati al Sud, fanno preoccupare per un possibile arretramento del fattore dei diritti, conquistati in decenni di evoluzione culturale.

Non è una visione pessimistica, ma reale. Quando questi giovani perderanno la speranza, accetteranno qualunque compromesso, nei limiti della decenza.

Arriveremo a stipendi da 200 euro al mese per varie ore di lavoro. Magari già ci siamo e non ne siamo al corrente.

Quindi: attenzione al lavoro, attenzione ai diritti, attenzione alla dignità umana.

Gianvito Pizzi

Gianvito Pizzi, filosofo, scrittore, storico, studioso di psicanalisi, ha dedicato l’intera vita agli studi. Collaboratore per decenni di riviste specializzate, si è occupato in particolare dei rapporti tra psicanalisi e filosofia, Medievalismo e Questione Meridionale. Nato a Napoli, ha vissuto sino a vent’anni in un paese dell’appennino sub-dauno: S. Bartolomeo in Galdo (Bn). Twitter: https://twitter.com/gianvito_pizzi

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