Anche gli stagisti super-qualificati di Bruxelles scendono in piazza

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Io voglio un panino

La rabbia degli ‘stagisti’ di Bruxelles arriva per la prima volta in piazza, con la “sandwich protest” (la protesta del panino), ovvero il cibo di cui la maggior parte dell’esercito di oltre 2mila tirocinanti presenti nella capitale belga si deve accontentare, dati gli scarsi budget e le difficili prospettive occupazionali. In oltre 200 si sono riuniti a piazza Luxemburg, davanti all’Europarlamento (ormai semivuoto per il periodo estivo), per dare voce alle crescenti difficoltà che come giovani europei, in questo caso super-qualificati, incontrano sul loro percorso verso l’inserimento nel mondo del lavoro.

Provengono da tutta Europa per uno stage presso le istituzioni Ue, ma anche in organizzazioni non governative (Ong), associazioni, e all’Onu. L’età media si aggira tra i 24 e i 27 anni. Molti sono già al terzo o quarto ‘stage’ e alle prese col secondo master post-universitario. Tra le comunità più rappresentate c’é quella italiana (basti solo ricordare che una ogni cinque richieste di stage nelle istituzioni Ue, a marzo 2013, arrivava dal Belpaese).

I tirocinanti lamentano posizioni mal retribuite o con contenuto di basso livello (c’è persino chi racconta di lunghe sessioni alla macchina per le fotocopie e di caffè serviti alle riunioni), lavoro gratuito, mancata valorizzazione, ma più di tutto descrivono l’incertezza del domani. E c’è chi denuncia di aver ricevuto richieste di apertura di partita Iva fasulla, o la copertura assicurativa universitaria, nonostante fossero passati 18 mesi dalla laurea.

“Perché i magheggi – sottolineano – li fanno anche qui”. Alcuni, come “I giovani italiani di Bruxelles“, si sono riuniti in gruppi per nazionalità, ma la sfida è mettersi in rete, grazie anche ai social network. Una piattaforma “per cambiare le regole, tutti assieme”, e vedere riconosciuta una carta dei diritti. “Ci troviamo in una strana condizione – spiega Giacomo Dozzo, 27 anni, di Treviso -. Siamo troppo qualificati per un altro tirocinio, ma allo stesso tempo ci reputano troppo poco qualificati per un posto di lavoro nelle istituzioni, dove uno dei requisiti chiave è avere almeno due o tre anni di esperienza lavorativa”.

A spingerlo in piazza oggi è più la preoccupazione per il futuro che la sua condizione di stagista. “Gli stage della Commissione seguono un buon schema e sono soddisfatto – aggiunge – ma ora che sono alla fine, sono molto preoccupato”. Diversa è la storia di un altro giovane italiano, che preferisce mantenere l’anonimato: “Per 160 ore di lavoro svolto mensilmente prendo 400 euro. Con questi soldi non riesco neppure a coprire i costi dell’affitto”.

Francesca Minniti, 26 anni, da Cremona, si reputa “fortunata” perché dopo gli stage un lavoro l’ha trovato. Ma è qui in “segno di solidarietà” per tutti quelli, come ad esempio Iva Maria Waltner, bavarese di 25 anni, stage non retribuito all’Onu, che sono costretti a lavoretti part-time per sopravvivere. Intanto Pierre-Julien Bosser Lamy, ex tirocinante, spiega che spesso gli stage non “danno risultati soddisfacenti perché non si individua quello giusto”. A questo scopo con un amico ha dato vita a “[email protected]”, un luogo dove i giovani possono dare una valutazione della loro esperienza, mettere in guardia rispetto a quelli da cui tenersi alla larga, e aiutare altri ad orientarsi.

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