“La mafia uccide solo d’estate”, intervista a Carmelo Galati

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Questa sera in prima serata su Rai1 vedremo una nuova puntata de “La mafia uccide solo d’estate” di Luca Ribuoli, tratta dal film rivelazione di Pif.

A far parte di questo importante progetto televisivo troviamo Carmelo Galati, volto già noto del piccolo e grande schermo. Lo ricordiamo in fiction di successo come “Aldo Moro-Il Presidente”, “Paolo Borsellino”, “Braccialetti Rossi”, “Il Capo dei capi”e “Il Commissario Manara”, solo per citarne alcune. Si è diplomato presso la scuola del Teatro Biondo e ha avuto maestri del calibro di Carlo Cecchi e Giorgio Albertazzi. Stasera vedremo Carmelo, calatosi perfettamente nel ruolo del ragionier Cusumano, un semplicione ma allo stesso tempo un furbo, in contrasto con Giammarresi, interpretato da Claudio Gioè.

Chi è Carmelo Galati?

E’ un uomo normale in cerca di equilibrio, si accusa, si giudica e poi si difende. E’ un uomo che vive a testa alta, sempre.

Com’è nata la passione per la recitazione?

È nata per puro caso. Erano gli anni del Festival di Palermo sul Novecento; in città si aveva la possibilità di vedere spettacoli di artisti provenienti da tutto il mondo, tra cui Pina Bauch, Arold Pinter, Philip Glass, Carlo Cecchi. Essendo un giovane alle prime armi, per pagarmi gli studi, lavoravo al “Santandrea”, storico ristorante palermitano, oltre che noto luogo di aggregazione culturale. Da lì è iniziato tutto! Avevo la possibilità di assistere alle performance di questi personaggi che poi ho conosciuto. Io e molti amici, che oggi lavorano in ambito culturale, possiamo considerarci figli di quella stagione. Ho poi deciso di frequentare la scuola del teatro di Palermo, il Teatro Biondo, ma fondamentalmente sono un autodidatta.

Cos’è per te il cinema?

Sono nato in una famiglia semplice e di certo non era la prima scelta quella di fare questo mestiere. Per me, il cinema rappresenta quello che sono adesso, è la mia formazione, la voglia di conoscenza, è l’insieme delle persone che incontro e degli insegnamenti che ne traggo, è l’elaborazione del pensiero, lo sguardo sulle cose e sulla vita. Fondamentalmente è una professione.

Sei nato in Sicilia, precisamente a Palermo. Cosa rappresentano questa terra e questa città per te?

Per farti comprendere al meglio, ti cito “Camera a Sud” di Capossela che canta: “Sud fuga dell’anima, tornare a sud di me, come si torna sempre all’amore”. Palermo e la Sicilia sono le mie radici, la mia casa, il mio pensiero costante e i miei affetti più profondi. Da anni ormai vivo a Roma e da quando parte della mia famiglia si è trasferita a Londra, torno nella mia Palermo con enorme piacere, per stare anche un po’ con i miei genitori. Passati gli anni dei sentimenti contraddittori, di amore e odio per questa terra, per me riuscire a stare lì è di grande conforto, perché mi ricarica. Viverla così, mi riempie, oltre che farmi sentire un osservatore assetato di una curiosità continua.

In queste settimane ti vediamo ne “La mafia uccide solo d’estate”. Come mai hai accettato questo progetto?

Sono tanti i progetti sulla mafia a cui ho partecipato; ricordo con affetto alcuni lavori di grande qualità come “Paolo Borsellino” di Tavarelli o la serie “ll Capo dei Capi” di Monteleone/Sweet, l’ultimo per la Rai, “Felicia Impastato” di Albano. Quando ho ricevuto questa proposta, ho avuto subito la sensazione che questo progetto sarebbe stato qualcosa di speciale e infatti non mi sbagliavo! Per la prima volta, una serie tv affronta il tema più dibattuto e trattato dal settore audiovisivo con la combinazione di più registri, ovvero il tono della commedia, della denuncia attraverso l’ironia, un’arma potentissima, oltre che l’indagine storica, il tutto attraverso lo sguardo puro ma attento di un bambino. La garanzia della scrittura Bises, Astori, Pellegrini e la ragia Luca Ribuoli hanno fatto il resto.

Cosa vuol dire essere diretti da un regista come Luca Ribuoli?

Il percorso di un attore è fatto di fasi alterne, si naviga su onde alte e basse, scoraggiamenti e sollecitazioni positive e sono gli incontri, quelli veri, a fare la differenza non solo della carriera ma anche dell’arricchimento umano. Ho conosciuto Luca diversi anni fa sul set de “Il commissario Manara”, poi è stata la volta di “Grand Hotel” e de “L’allieva”; “La mafia uccide solo d’estate” è il terzo progetto che facciamo insieme. Con Luca, si discute e si prova, ci si lascia trasportare dalla fascinazione del cinema giocandoci anche. Ti dà suggerimenti e la possibilità di trasformarti in personaggi che difficilmente ti offrirebbero. Gli piace lavorare e scommettere sulle squadre che organizza alzando sempre il tiro, crescendo anche però, insieme.
Interpreti il ragionier Cusumano. Ci racconti un po’ di lui?

Interpreti il ragionier Cusumano. Ci racconti un po’ di lui?

E’ un uomo semplice, un furbetto e un ignorante allo stesso tempo, in netta contrapposizione al suo collega Giammarresi (Claudio Gioè, un grande compagno di lavoro). Cusumano pensa che sia normale vivere di scambi di favori, approfittare a proprio vantaggio delle situazioni e di fare scommesse illegali. Posso dirti che stare sul set è stato davvero molto piacevole, ci siamo divertiti molto!

La Rai ha fatto un vero servizio pubblico. Perché secondo te?

Fare veramente servizio pubblico per una TV di Stato credo sia, in realtà, molto complicato. Per quanto riguarda i programmi televisivi, c’è una continua ingerenza da parte della politica. Essendo il nostro un Paese che vive di precarietà governativa, comprendi bene quanto il settore audiovisivo possa risentire dei continui cambiamenti della classe dirigente.

Recentemente ti abbiamo visto nel ruolo di Giovanni Impastato nel film dedicato alla madre, sempre su Rai1. Quali sono stati i punti di forza e le difficoltà nell’interpretare un uomo realmente esistente?

A proposito di servizio pubblico, un altro esempio è esattamente questo. Mi ritengo molto fortunato di aver lavorato alla realizzazione di “Felicia Impastato”. E’ stato un film necessario per ricordare la figura di una donna importante nella nostra storia contemporanea, una storia di lotta per la verità e la giustizia. Ho avuto una grande responsabilità nell’interpretare un uomo che vive tutt’ora e che ancora lotta per ricordare la figura di Peppino conosciuta da tutti grazie a “I cento Passi”, il film di Marco Tullio Giordana. Per me, è stata un’ esperienza totale, d’immersione nella realtà, è stata una lezione di vita, prima umana e poi professionale.

Film e fiction di questa portata che trattano temi molto delicati quali mafia e antimafia possono riuscire ad avere un ruolo importante per la società?

I film (le fiction in particolare) che entrano nelle case delle persone devono anche avere il compito di far riflettere e, a volte, di rinnovare la memoria di persone ed eventi tra i più significativi del nostro Paese, cosa che sempre più spesso noi tendiamo a rimuovere con troppa facilità in quest’epoca di sollecitazione continua di informazioni. Le mafie si nutrono della perdita della memoria e della poca consapevolezza della gente. Ecco, se il nostro lavoro può servire anche di un poco a svegliare le coscienze ne sono felice!

Nuovi progetti?

È un periodo di incontri per progetti futuri. Intanto ci godiamo la messa in onda de “La Mafia uccide solo d’estate- la serie”e le belle parole che ci arrivano da chi ci segue.

Giulia Farneti

Giulia Farneti nasce a Cesena il 16 gennaio del 1989. Ha collaborato per due anni con il quotidiano Infooggi occupandosi di attualità e di criminalità organizzata, aprendo anche la rubrica settimanale “Così è (se gli pare)” di cui era anche responsabile con Alessandro Bertolucci. Per quasi altri due anni, ha scritto per il quotidiano La Nostra Voce occupandosi di cinema, teatro e televisione, le sue grandi passioni. Ha sviluppato una vera e propria coscienza antimafia, riuscendo a far approvare nella sua provincia quattro conferenze per sensibilizzare la cittadinanza alla cultura della legalità. mail: [email protected]

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