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Cosa c’è dietro ad un prodotto fresco o confezionato di un #ipermercato? Chi decide il prezzo? Viaggio nei centri commerciali

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Quante volte dopo essere andati a fare la spesa, in uno dei tanti centri commerciali, una volta in macchina, ci siam detti: “Proprio bello qui! C’è di tutto ed è anche conveniente!”. Tante, troppe volte. Ma d’altronde è difficile darsi torto. Ma il prezzo chi lo decide? E poi, perché è così conveniente?

Termoli. Solitamente l’entrata dei centri commerciali è occupata dai banchi ortofrutticoli i quali, sono un tripudio di vita e di colori abbaglianti. Gli avventori sono come anestetizzati, docili animali da compagnia domati dalla tanta bellezza e armonia che emanano i prodotti al banco: ognuno di noi è preso, catturato dal proprio tesoro. Prendiamo un prodotto, ad esempio il pomodoro pachino.

Generalmente il pomodoro pachino è venduto in confezioni da 250 grammi e il prezzo si aggira mediamente intorno ai 2.65 euro. Fin qui nulla di strano. Le ambiguità e le contraddizioni  iniziano quando si legge l’etichetta posta sulla confezione. Indipendentemente dalla provenienza, il luogo in cui viene raccolto il prodotto (che quasi sempre è lo stesso), indipendentemente dall’azienda agricola che rifornisce il banco dell’ipermercato (sia essa di Bojano di Ragusa o di Napoli), il prezzo è sempre lo stesso. Chi lo decide e perché?

Negli ultimi trent’anni in Italia le piccole botteghe, i piccoli negozi (minimarket) sono diminuiti  drasticamente passando dai quasi 500 mila dei primi anni ottanta ai poco meno dei duecentomila attuali. Una ridimensionamento che ha favorito la Grande Distribuzione. Attualmente il 70 per cento della distribuzione del cibo fresco e confezionato avviene tramite supermarket, ipermercati o hard-discount.  A rischio, però, non vi sono  solo i piccoli esercizi commerciali ma anche le aziende agricole. L’allarme è stato lanciato dal Parlamento Europeo e non lascia dubbi: i prezzi sempre più bassi imposti dalla Grande Distribuzione ai suoi fornitori rendono sempre più difficile la vita degli imprenditori. Le imprese stanno di fatto abusando del loro grande potere d’acquisto per mantenere bassi i prezzi dei prodotti alla fonte, dalle aziende agricole.

Il prezzo a cui viene acquistato il prodotto è tremendamente più basso di quello pagato dal consumatore. Dal campo al punto vendita, di quanto aumenta?  A questa domanda risponde una delle ultime indagini dell’Antitrast la quale, ha rilevato che il carico sul prezzo finale, in 267 filiere osservate, è in media del 200 per cento. Quando i passaggi diventano 3 o 4 si arriva in media a un rincaro del 300 per cento. A questo punto  entra in scena una  la Filiera.

Che cos’è una filiera? Una filiera altro non è il viaggio che compie un prodotto dal produttore al consumatore. Esistono due tipi di filiera. Una lunga e una corta. Un esempio di filiera lunga in agricoltura è così composta: produttore, raccoglitore, mediatore, grossista, confezionatore, operatori commerciali privati. Tanto più è lunga tanto più è svantaggiosa per il produttore e per il consumatore.  La soluzione ottimale per il consumatore sarebbe saltare tutti i passaggi intermedi grazie alla vendita diretta in azienda beneficiando di un prodotto fresco e di stagione, e godendo di un risparmio che, secondo la Confederazione Italiana Agricoltori (CIA), sarebbe del 30 per cento rispetto ai prezzi della Grande distribuzione. Ovviamente oltre ad essere un vantaggio per il consumatore, per l’agricoltore rappresenterebbe la possibilità di incassare il valore aggiunto del suo lavoro che altrimenti verrebbe assorbito da tutti i soggetti legati alla lunga intermediazione.

In Italia, e di conseguenza anche in Molise, la forza contrattuale della Grande distribuzione è dovuta al fatto che il 92 per cento dei prodotti alimentari passa attraverso 5 centrali di acquisto: Centrale Italiana, Sma/Auchan, Cieffea, Sicon, ESD Italia. Le “5 sorelle”, così come vengono definite,  gestiscono i contratti con il fornitore e l’acquisto del prodotto  per conto di soggetti terzi.

Come si fa ad entrare nella Grande distribuzione? Basta fare concorrenza, di prezzo, al ribasso. Così facendo però, l’agricoltore sparisce in maniera copiosa, allontanandosi sempre più dai luoghi di consumo diventando solo un numero. Le cinque sorelle in Italia detengono il 55 per cento del potere d’acquisto e di commercializzazione nel settore alimentare. Proviamo  a fare alcuni esempi concreti.

Nell’ultima campagna olearia,  le olive in Molise sono state pagate mediamente 25 euro al quintale mentre le spese da sostenere per arare, concimare e raccogliere quella quantità erano, e sono, superiori a 70 euro. Negli ipermercati, invece, le bottiglie di olio extravergine d’oliva molisano vengono vendute a 2.50 euro.

Quali olive vengono usate? Da dove viene l’olio che compriamo? Il gioco è molto scorretto: quando non è il prezzo a tagliar fuori gli agricoltori,  spesso si  sostituisce il prodotto locale con un prodotto simile estero che costa molto meno.

Facciamo, ora, un passo indietro e  torniamo al pomodoro pachino. Come detto a decidere il prezzo sono le cinque sorelle le quali, trattano al ribasso il prezzo del prodotto, per rivenderlo con un prezzo maggiorato al pubblico. Il prezzo di vendita, che è sempre uguale (si differenzia solo se si cambia ipermercato ma nello stesso rivenditore che sia dell’azienda molisana o napoletana il costo al pubblico è uguale), per il cliente. Ma come fa l’azienda di Ragusa a vendere allo stesso prezzo di quella di Bojano? La risposta è semplice. A fare la differenza è il trasporto.

Una delle “5 sorelle” fa acquistare  il pomodoro in terra siciliana ad un prezzo ‘X’ a tutte le aziende ortofrutticole ad essa aderenti. Il prezzo varia a seconda della lontananza dalla terra di produzione.  Diminuisce o aumenta a seconda dei chilometri di distanza: quanto più lontano è il terreno di produzione del pomodoro dall’azienda che lo acquista tanto più basso sarà il prezzo d’acquisto perché, a questi  vanno aggiunti poi i costi ambientali ossia quelli relativi al trasporto che sono la vera variabile dell’intero ciclo.

L’Italia è un paese che preferisce il trasporto su gomma e conseguentemente a questo, come dice uno studio della Nomisma,  il costo economico del trasporto su strada è il più alto d’Europa: 1.54 euro al km (comprensivo di carburante, personale, pedaggi) come si legge nell’Albo Nazionale Autotrasportatori. Per questo motivo in Italia le associazioni di categoria si stanno rivolgendo sempre più alla vendita diretta, saltando i passaggi intermedi e dando vita a una filiera corta, strutturata.

Alessandro Corroppoli

Alessandro Corroppoli, esperto in Comunicazione Aumentativa Alternativa è giornalista pubblicista molisano. Attualmente collabora per la testata giornalista telematica Primonumeo.it. In passato ha collaborato e scritto per: Il Ponte Molise (del quale ha diretto anche il sito web), La Voce del Molise Quotidiano, La Voce del Molise Settimanale, L'Infiltrato.it, Il Settimanale del Molise, Il Bene Comune. Si occupa di inchieste e cronaca politica.

One comment

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    gbravin

    16 Febbraio 2016 - 08:34

    Da anni si “pontifica” sulla tracciabilità dei prodotti ortofrutticoli. Nulla di fatto ad oggi. Pensiamo di consumare olio EVO italiano, invece è mescolato con olio nordafricano. Lo stesso con le arance. Oppure chiediamo prosciutto crudo, ma non sappiamo che la coscia impiegata, proviene da un suino allevato e macellato nell’est Europa.
    Il tutto avviene sotto la supervisione della EU.

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