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Due medici, il Matese ed una 600

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Apriva la sua finestra e respirava la valle. Una luogo dove i confini erano il cielo ed il massiccio del Matese.

Guardava come i contadini erano chini sul grano a mietere, udiva i canarini cinguettare e si beava per quel tenue vento che gli carezzava la fronte. Poteva iniziare la sua giornata con il brio giusto.

Lavorava alla casa comunale, Michele. Cumulava le responsabilità dell’ufficio tributario, dell’anagrafe e dell’ufficio del personale. Tanti incarichi, per trainare burocraticamente un paese di diecimila anime.

Il suo hobby preferito, era il collezionismo di auto. Forse  collezionismo era una parola grossa. Lui si limitava a cercare delle 600 Fiat, a convincere il proprietario a venderle, e poi a restaurarle ed aggiungerle alle altre. Un impegno che in dieci anni lo aveva portato a possederne più di venti.

Il pezzo forte era una 600 del marzo del 1955, forse una delle prime mille consegnate al debutto. L’aveva avuta da un veterinario, che la serbava in garage dal 1967, hanno in cui l’aveva messa a riposo per limitarsi ad accudirla, ammirarla e fare un giretto la domenica.

Amava tanto le sue 600, Michele. Ad ognuna era appiccicata una storia.

Per esempio, una di esse, azzurrina, con i sedili rossi sovrastati da una fascia bianca, era appartenuta ad una coppia di medici. Era il 1960, lui epatologo lei ginecologa, vivevano in una villa immensa, frutto dei relativi guadagni.

La villa aveva quattro sentinelle, ovvero dei dobermann eleganti quanto minacciosi. Ma cosa dovevano proteggere?

I proprietari? No. Non era luogo di sequestri o di arancia meccanica. Allora cosa?

Tutti lo sapevano in città: una collezione di monete che spaziava in tutte le epoche, per due millenni.

I due medici spendevano tutti i lauti guadagni, dovuti alla loro alta professionalità ed alla loro infaticabilità, per continuare a cercare pezzi degni di entrare nelle loro teche da esposizione.

Ma si sa, l’ambiente delle opere d’epoca, dove rientrano anche le monete, sono frequentate spesso da persone ambigue, fino ad arrivare al sottobosco delinquenziale.

Infatti, periodicamente, si presentava dal dottore qualche uomo del mistero, che proponeva pezzi interessanti, di origine sconosciuta. La coppia di professionisti, anche se le monete interessavano ed a volte eccitavano i loro animi, desistevano. Ma quella volta….quella volta si presentò un tizio con un pezzo rarissimo. Una moneta romana dell’età augustea, con la proposta di affiancare altri nove pezzi, che ne facevano un diadema irripetibile.

Il dottore chiese di vedere il resto delle monete e a bordo della sua 600 raggiunse un luogo, ove venne preso in consegna da un tizio che lo fece girare a vuoto per la città per circa mezzora. Disse che serviva per disperdere eventuali pedinatori.

La cosa si faceva seria.

Il dottore venne portato in un cortile, fatto salire per una scala, entrare in un appartamento e dopo aver percorso un lungo corridoio, si trovò ad attendere in una sala angusta.

Tempo tre minuti e fece ingresso un uomo, che portava con se’ un panno di velluto, lo aprì e vennero fuori le nove monete.

Il medico non poteva credere ai suoi occhi. Oltre a monete già classificate rare sui cataloghi, ve ne era una mai vista. La toccò ed aveva tutti i crismi dell’autenticità. Era forse davanti a qualcosa di storicamente rilevante.

Le monete vennero raccolte con rapidità e rinchiuse nel panno. Il dottore voleva parlare, ma l’uomo non gli rispose e scomparve al di la’ della porta. E gli venne fatto cenno di sloggiare.

Era il momento di tornare a casa.

Fece il percorso a ritroso e l’autista fu parco di parole. Limitandosi a dire che lui non sapeva niente e che sarebbe stato contattato da altri

Quella sera, nello splendido salone della villa, il dottore si lambiccava il cervello con la moglie.

“Una moneta che aprirebbe scenari storici…capisci, avvalorerebbe certe tesi e ne indebolirebbe altre. Ma come è capitata in quelle mani? E perché proporla proprio a noi?”

Spensero la luce e andarono a letto.

Tornarono alle loro infaticabili vite, fino al giorno in cui qualcuno bussò al loro uscio. I cani si scatenarono.

Era un ragazzo che consegnò una lettera. L’aprirono e lessero.

“Se interessano le monete la cifra per trattarle e di cento milioni. Vi diamo una settimana per pensarci.”

La storia si complicava. La villa ne costava quasi conquanta, di milioni. La cifra di cento era per l’epoca molto elevata.

“Possiamo vendere il  30% delle monete ed arrivare al denaro necessario” disse la signora ginecologa.

“E’ un’idea – rispose il marito –ma il vero punto è la provenienza di quelle monete. Diventiamo due delinquenti…. se essa è stata rubata. Porterà alla rovina le nostre vite!”

“Ma pensa invece al piacere di possedere una moneta che cambierà parte della storia romana.” ribatté lei. “Vivremo con l’ebrezza di essere padroni di tale sommovimento, se e quando lo vogliamo. Avremo un potere di carattere storico. Un potere sulla storia”

“Discorso complesso. A questo punto mi chiedo se abbiamo collezionato queste monete per sete di gloria o di potere.”

I due stettero a riflettere per giorni su se stessi, per trovare una soluzione per le monete.

Si chiesero chi erano?

Dei filantropi? Dei collezionisti? Degli amanti della gloria? Degli assetati di potere? Dei balordi?

Quella 600 era stata testimone di una storia travagliata, complessa intellettualmente.

Michele ce l’aveva li’ quell’auto, nel garage, in seconda fila, vicino ad una colonna.

Lui guardava sovente la valle, vedeva i contadini chini sul grano e si reputava un grande collezionista. E non aveva alcun dubbio.

 

Gianvito Pizzi

Gianvito Pizzi, filosofo, scrittore, storico, studioso di psicanalisi, ha dedicato l’intera vita agli studi. Collaboratore per decenni di riviste specializzate, si è occupato in particolare dei rapporti tra psicanalisi e filosofia, Medievalismo e Questione Meridionale. Nato a Napoli, ha vissuto sino a vent’anni in un paese dell’appennino sub-dauno: S. Bartolomeo in Galdo (Bn). Twitter: https://twitter.com/gianvito_pizzi

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