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Egregio Zaia, veniamo tutti dall’Africa

Noi uomini del Sud siamo abituati a dividere un piatto di minestra con chi ha fame e ci guarda. Noi uomini del Sud siamo abituati ad ospitare in casa anche un estraneo conosciuto un’ora prima e che ha conquistato il nostro cuore con una storia. Noi uomini del Sud siamo scesi in piazza negli anni Cinquanta per lo sciopero della fame, quando le nostre condizioni socio-economiche erano sottovalutate dai governi centrali. Noi uomini del Sud abbiamo aiutato il nostro vicino a costruirsi una casa, manualmente o prestandogli un po’ di denaro senza interesse e interessi. Noi uomini del Sud abbiamo fatto del sentimento un cantico dell’anima da ascoltare e ciò traspare nelle canzoni melodiche nate nelle nostre terre.

Vedere la scena del signor Luca Zaia governatore di una regione italiana, che davanti alle telecamere assicurava i cittadini, dopo che uomini con il viso chino abbandonavano una palazzina, dicendo a quelli che lo plaudivano che era “li’ per questo”, mi ha fatto pensare. Sembrava una scena del mondo al contrario.

Capisco che lo Zaia non abbia alle spalle vent’anni di studi di filosofia dell’essere, ma arrivare a quel grado di sordità emotiva lo ritengo eccessivo. E poi, il suddetto, ha anche affermato la frase per me inaudita: “Stanno africanizzando il Veneto”

Africanizzando?

Un continente come l’Africa, dove 200.000 anni nasce l’uomo che inizia da lì la colonizzazione del pianeta, assurto a negatività. Che paradosso.

Il mondo al contrario anche questa volta.

I problemi che lo Zaia vorrebbe risolvere, sono talmente complicati che l’acume di Da Vinci ed Einstein, assommati, non basterebbero ad arrivare a soluzione. La circolazione degli individui umani sulla Terra, da seimila anni nessuno riesce a fermarla. Tranne la Corea del Nord.

L’integrazione dei popoli, che procede da un millennio, va governata e pone problemi complessi, come asserivo. Ed in base a tale coscienza quel “siamo qui per questo” odorava d’insipienza di discipline storiche, filosofiche, sociologiche, psicologiche, antropologiche.

Ho osservato bene il volto dello Zaia mentre pronunciava quelle parole, apparivano ai miei occhi come un uomo convinto di aver difeso i buoni dai cattivi. Una concezione figlia di un manicheismo che serve a semplificare il problema, senza risolverlo. Che serve a dare la sensazione che semplificando si risolve. Un errore che alla lunga si paga in termini di risultati, perché equivale a far finta che non esiste.

Signor Zaia, si è mai chiesto quanto può durare quest’illusione?

Un uomo che governa, sia pur piccola parte di un immenso territorio come l’Italia, deve affrontare i macrofenomeni con il rango della loro complessità e non ridursi davanti ad uno sgombero d’individui alla frase: “siamo qui per questo”.

Mi Ascolti, io non ho intenzione di darle un fardello più ampio delle sue spalle, lei ha scelto di fare il politico, non lo studioso, ma la prego vivamente di non inclinare verso una concezione di mero ordine pubblico, una disciplina che attiene al funzionamento del sistema mondo. E ripeto: sistema mondo.

Davanti ad esso la sua frase appare una goccia nell’oceano.

Si apra a diverse soluzioni, Zaia. Si prefigga di approccciare in maniera diversa, ai processi irreversibili di multirazzialità cui vanno incontro tutte le società avanzate. Non creda che l’Italia è al di fuori di esse, siamo un grande paese, culla di civiltà.

Ho aperto questo pezzo con i valori del Sud, perché tali terre non vivono la piaga culturale del Nord. Quell’approccio troppo pragmatico che si rinfaccia alla Germania di Scäuble.


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