L’elogio del teatro e la rappresentazione della bellezza nell’opera di Giusy Frallonardo

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“Il teatro non è il paese della realtà: ci sono alberi di cartone, palazzi di tela, un cielo di cartapesta, diamanti di vetro, oro di carta stagnola, il rosso sulla guancia, un sole che esce da sotto terra. Ma è il paese del vero: ci sono cuori umani dietro le quinte, cuori umani nella sala, cuori umani sul palco”.

Dopo aver assistito al suo ultimo spettacolo e si è ancora affascinati dallo stupore dell’immaginazione, come anche idealmente riscaldati dal calore della rappresentazione, soprattutto se si è amanti del teatro, può succedere che i pensieri siano attraversati da Victor Hugo e da una sua riflessione sull’esperienza umana del teatro. Giusy Frallonardo è un grande talento, capace di saldare mirabilmente recitazione e danza, combinando ironia e poesia, simpatia e utopia. Dopo l’ultima replica di “Morsi d’Amore”, portata sul palco del teatro Traetta di Bitonto, le ho rivolto, pertanto, qualche domanda.

Quando nasce, e con quali finalità, lo spettacolo “Morsi d’Amore”? Perché scegli di utilizzare abiti d’epoca in cartapesta? E come nel tempo è cambiato il testo rappresentato, ma anche il tuo modus interpretandi, per le diverse repliche?

“Morsi d’Amore” nasce nel 2015, dopo mesi di riflessione con il regista Enrico Romita e l’interprete di musica popolare Raffaele Tammorra, il cui desiderio era di inscenare le tonalità che da sempre lo caratterizzano in uno spettacolo compiuto che potesse spiegare, soprattutto ai più piccoli, il rito delle tarantate e, quindi, l’origine della pizzica e della taranta. Raffaele, poi, mi ha fatto incontrare prima la danzatrice Veronica Calati, che interpreta in modo “filologico” la pizzica e, successivamente, l’artista Luigia Bressan che realizza spettacolari abiti tridimensionali in cartapesta, quasi tutti collocabili nello stile del carnevale veneziano. “Morsi d’Amore” è una favola in versi con un cantastorie che, venuto fuori da una valigia di sogni – come tutti gli altri personaggi – racconta la storia rappresentata dagli attori in scena. Luigia Bressan ha dato vita alle sue creature di carta, come in un libro di favole in cui i protagonisti si possono ritagliare e cambiare d’abito come con le bamboline di carta di una infanzia lontana. Questo il motivo per cui abbiamo scelto di rendere bidimensionali le sue creazioni: lo spettacolo doveva sembrare un libro animato, dove la terza dimensione è data dalla carne degli artisti che si esibiscono sulla scena. Il testo non è stato modificato nel corso delle repliche, mentre l’interpretazione è in continua evoluzione perché uno spettacolo cresce sempre.

Il teatro, forse più della televisione, è l’habitat naturale in cui riesci ad esprimere con spontaneità ed autenticità il tuo talento, poetico e ironico. Qual è stata la tua formazione e come credi sia cambiato il linguaggio negli anni?

Io amo tutte le “forme” del mio lavoro, devo molto alla telecamera e, quindi, alla TV, ma il teatro è la mia casa. Me ne sono innamorata da bambina, guardando in una tv che non esiste più spettacoli teatrali mandati in onda, drammi, operette, commedie musicali. Poi durante le medie, ho cominciato a frequentare i teatri e non ho più smesso. Sul palco, invece, sono salita per la prima volta a sei anni e ho capito che era il mio posto nel mondo. Devo ringraziare una bellissima scuola pubblica (che, ahimè, in quella formula è stata smantellata) dove, durante le attività pomeridiane, si poteva fare teatro su un vero palco o guardare film in una vera sala cinematografica, stampare foto in una vera camera oscura o coltivare legumi e analizzare cavie, conoscere e apprezzare il patrimonio artistico della propria città. Quando, per la prima volta nel mio paese è stato organizzato un corso di teatro con il Teatro Abeliano di Bari, mi sono fiondata. Dopo il primo anno di corso mi hanno chiamata per lavorare con loro e da quel momento la mia formazione non si è più fermata. Mi sono diplomata alla Bottega di Gassman e continuo, ogni volta che posso, a fare corsi con attori e registi che apprezzo o che nemmeno conosco perché credo sia fondamentale esplorare linguaggi. Prendo lezioni di danza, di canto e di qualsiasi cosa ritengo possa farmi crescere e, tranne che in altezza, penso di riuscirci. Il linguaggio teatrale è molteplice e, se si fa buon teatro, vanno bene tutti i linguaggi, da quello più classico al teatro di rappresentazione alle avanguardie: l’importante che non ci sia, come dice Peter Brook, noia a teatro, perché altrimenti non c’è teatro.

Hai già tanti anni di esperienza e, quindi, hai avuto modo di essere artisticamente contaminata da diversi generi. Anche con uno sguardo sulla Puglia, quale credi sia oggi il “bisogno” dello spettatore teatrale e quali progressi dovremmo compiere per valorizzare la pratica teatrale, secondo una visione sistemica sociale e culturale?

Oggi c’è, soprattutto, bisogno di teatro. Il teatro è no-media, non c’è nulla tra la carne dell’attore e quella degli spettatori che assistono a quel rito collettivo, nulla tra i loro respiri. E questo è l’elemento vincente in un mondo in cui sempre di più ci si confronta con gli schermi e per di più in solitudine. Il bisogno primario, quindi, è il rito del teatro, un rito che è gioco, ma che non deve essere mera ripetizione. Credo che la nostra regione abbia valenti attori e bravi registi che declinano nelle forme a loro più congeniali la materia fatta “della stessa sostanza dei sogni”. La cultura deve diventare sistema. È una necessità. In un mondo povero di bellezza e pieno di estetica superficiale, la richiesta di modelli culturali è sempre più urgente e viene proprio dai più giovani che, ad onta di quel che si creda, rivendicano regole anche impositive e cultura che li liberi dal giogo delle nullità in cui sono invischiati.

Attraverso la tua opera e il tuo impegno quotidiano riesci a veicolare messaggi socialmente importanti. Penso, per esempio, ai diritti delle donne, oggi più che mai vittime di inaudite violenze fisiche e psichiche. Credi, pertanto, che il “teatro civile”, con un proprio codice lessicale, possa educare le più giovani generazioni a contrastare gli stereotipi di genere?

Credo che molto teatro possa definirsi “civile”, anche quello che apparentemente sembra lontanissimo da questa idea. Il teatro è disciplina e creatività, è sacrificio e gioco, è studio e libertà, è, quindi, per sua stessa natura un messaggio. Detto questo, sì, il teatro può veicolare principi, può essere buono o cattivo maestro, come tutte le forme d’arte. Chiunque metta in scena storie che coinvolgono situazioni sensibili e lo fa, nell’ambito di una estetica teatrale, è un grande portatore di valori. Per tre anni insieme a Daniela Scarlatti e Antonella Fattori (anche autrici) e Lia Zinno, con la regia di Luca de Bei, abbiamo portato in scena “Giorni Scontati”, la storia di quattro detenute. Uno spettacolo amatissimo dal pubblico, che mi ha insegnato molto, che ci ha portate per tre mesi a Rebibbia e ha cambiato totalmente la mia visione del carcere e di chi lo popola.

Nel recente passato, infine, sei stata tra le protagoniste dello spettacolo dallo straordinario successo “Hell in the cave”. Quali progetti, per quanto si possa scaramanticamente raccontare ed anticipare, nel tuo prossimo futuro?

“Hell in the Cave” sarà ancora a lungo nel mio futuro e spero anche in quello della Puglia, perché credo che Hell sia un modello perfetto di spettacolo che coniuga profondità culturale (parliamo della più grande opera della letteratura italiana: la Divina Commedia), esigenze estetiche (lo spettacolo di Enrico Romita, ambientato nelle grotte di Castellana, è di forte impatto emotivo e visivo), offerta turistica e un modello virtuoso di occupazione nel settore dello spettacolo dal vivo. Poi continuerò, come sempre, a lavorare su più fronti, perché ritengo che avere un repertorio e proporlo sia cosa buona e giusta, sebbene abbia in cantiere un paio di progetti nuovi. Ritengo, infatti, che non si debba abbandonare la grande tradizione teatrale, ma bisogna far fiorire e prosperare la nuova drammaturgia, come avviene in tutti gli altri paesi, perché è la nuova linfa che ci alimenterà. La cosa che più anelo è lavorare e crescere con il gruppo di lavoro che stiamo formando e che è costituito non solo da attori, registi, scenografi e costumisti, ma anche da tecnici, comunicatori, giornalisti, organizzatori, persone che hanno motivazioni sociali e idee innovative e che, nella stragrande maggioranza dei casi, sono giovani!

Giuseppe Milano

Nato nel ’83 e cresciuto in un paese alle porte di Bari, tra una confezione di lego e due calci ad un pallone, tra i primi cartoni animati in televisione ad inizio pomeriggio e le intense letture del fumetto Topolino, sin da piccolo ho creduto nella potenza dei sogni e dei dubbi. Crescere come un idealista dalla fortissima spinta etica e nella diffusa percezione, ai tempi del liceo classico svolto in un istituto barese, che “la bontà fosse sinonimo di fragilità o stupidità” e non di disponibilità verso il prossimo, ha comportato qualche disagio relazionale poi brillantemente superato all’università: facoltà di ingegneria. Non proprio una passeggiata. E per esorcizzare, forse, da un lato tutte le iniziali ed oggettive difficoltà incontrate e dall’altro il timore di non riuscire, ho iniziato a fare, spontaneamente, una delle cose più belle del mondo: scrivere. In un piccolo blog. Sono trascorsi alcuni anni. Ho sempre un blog. Le parole per me sono diventate sempre più importanti. Strumenti di verità contro l’imperio della menzogna. Strumenti di pace contro l’egemonia culturale della competizionismo che annulla il prossimo. Strumenti di ricerca per esplorare, esaltando la pratica del dubbio, quel che ancora non conosciamo. La scrittura da un lato e la necessità di saldare idealismo e realismo dall’altro, in un pragmatismo sincero animato da moderno meridionalismo, pertanto, mi ha portato ad essere negli anni anche uno dei cosiddetti “cittadini attivi” negli ambiti della legalità e della sostenibilità ambientale. Con l’impegno civile che mi ha portato, per la prima volta, nel 2011, nella redazione di un giornale: un web quotidiano locale che voleva sfidare il mondo. La non felicissima esperienza professionale ha solo spinto questo romantico e appassionato ragazzo verso altre esperienze professionali ed umane, con la medesima tenacia e consapevolezza dei propri limiti. Convinto che il futuro sia alla nostra portata.

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