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Esserci e non essere

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Il tratto dell’E’ contraddistingue l’uomo. Nel senso che: dalla consapevolezza dell’ “E’” come concetto e non solo come suono, che si evince la percezione della continuità della propria esistenza. Ovvero il tratto essenziale per intuirsi come “individuo in una realtà”.

Questo è un presupposto fondante della nostra psiche, ma incredibilmente sfugge ai più e non viene nemmeno insegnato.

Eppure noi siamo figli dell’E’, e dalla distorsione individuale di questo concetto si contraddistinguono le psicopatologie.

La psicologia, la psicanalisi e anche la psichiatria, sono nate, essenzialmente, dalla constatazione della mancanza, in alcuni individui, della continuità dell’essere.

Ma impostare la consapevolezza di se’ (punto di arrivo di tutte le terapie), con la strada filosofica, è difficile, perché è difficile impostare il simbolismo nella sfera della pische.

Il problema principale del cattivo rapporto con la vita, nasce dalla difficoltà d’impostare l’astrazione del pensiero.

Così il pensiero viene confuso con il linguaggio e, di rimando, le idee sul mondo sono confuse con il mondo.

Quindi il mondo finisce con l’essere ad un millimetro di distanza da noi stessi (egocentrismo), e invece ne siamo separati da anni luce se il metro di misura è l’ontologia.

Tale confusionario meccanismo, avviene anche per le distanze tra gli individui.

Noi esseri viventi sembriamo l’uno accanto all’altro, come tanti fiori che intessono un immenso prato. Ma la distanza che ci separa da un nostro simile, è quella tra il fiore ed il sole che lo illumina.

A dare la sensazione effimera della nostra vicinanza, ci sono l’odio e l’amore. Potenti sentimenti antropologici.

Eppure, nonostante la nostra strutturale lontananza l’uno dall’altro, ci serviamo smodatamente della spazialità per distanziarci. Un controsenso.

Infatti, c’è chi fugge l’ingombro di un coniuge, una madre, un padre, con mille chilometri di distanza, omettendo che l’ingombro è mentale, e quindi ci segue ovunque nella realtà.

Ma vale anche il contrario. Ovvero, quando partiamo per un viaggio, pensiamo di essere lontani da chi ci ama. Come se l’amore si misurasse con lo spazio.

Veniamo ora al rapporto tra continuità e quotidianità.

Se in un individuo c’è il “tratto dell’E’”, cioè il riconoscimento della continuità dell’essere, vuol dire che si è accettato il proprio vissuto come vivibile.

Infatti, l’uomo che ha la consapevolezza dell’E’ come concetto, e non come mero suono, non può che amare la propria quotidianità. Perche’ vive nella consapevolezza che la dimensione umana si esprime su una frequenza costante di sofferenza, intervallata da attimi di gioia.

Non si tratta di una posizione nichilista, come quella che ha contraddistinto molta filosofia scellerata di inizio novecento. Ma di quello che io chiamo, con una inversione di termini: “nichilismo costruttivo”. Cioè la “costanza di sofferenza” utilizzabile come “energia concettuale per essere”, e quindi in senso positivo. Un assunto di base della mia riflessione filosofica.

Mi farò carico di sviluppare con cura questi argomenti nel corso del tempo. Il mio lavoro, attualmente, consiste nella costruzione di una filosofia morale e di una filosofia dell’essere. La prima per  creare un modello esterno di uomo, la seconda per un modello interno.

Ed è dall’equilibrio dei due modelli, che si creano le premesse per abitare coscientemente il mondo, senza essere travolti dagli eventi.

Gianvito Pizzi

Gianvito Pizzi, filosofo, scrittore, storico, studioso di psicanalisi, ha dedicato l’intera vita agli studi. Collaboratore per decenni di riviste specializzate, si è occupato in particolare dei rapporti tra psicanalisi e filosofia, Medievalismo e Questione Meridionale. Nato a Napoli, ha vissuto sino a vent’anni in un paese dell’appennino sub-dauno: S. Bartolomeo in Galdo (Bn). Twitter: https://twitter.com/gianvito_pizzi

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