Gli operai della Fiat di Nola scrivono a Marchionne: “vogliamo lavorare, sappiamo fare bene le automobili”

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Una lettera aperta al presidente della Fiat ed all’amministratore delegato del Lingotto, è stata scritta da un gruppo di lavoratori del reparto logistico di Nola, per i quali a luglio scadrà la cassa integrazione, e che ora chiedono ad Elkann e Marchionne, di essere “parte integrante dell’accordo del 18 marzo scorso sui contratti di solidarietà” nello stabilimento di Pomigliano d’Arco.

I lavoratori, che stanno raccogliendo firme e adesioni tra i colleghi, ricordano di essere sempre stati “disponibili” e di non aver mai “rifiutato di offrire la propria prestazione lavorativa” quando erano operai a Pomigliano, dove chiedono di rientrare, dopo quasi cinque anni di cig a Nola. “Noi vogliamo lavorare – scrivono i cassaintegrati – sappiamo fare bene le automobili come abbiamo sempre fatto e vorremmo continuare a farne. Il lavoro, nel rispetto dei nostri diritti, non ci ha mai fatto paura. Di questo viviamo, e non possiamo permetterci di perderlo, per questo vi chiediamo di rientrare a Pomigliano“. Nella lettera aperta, i lavoratori ricordano che dal loro trasferimento “forzato” al polo logistico di Nola, hanno atteso “invano che si realizzasse quel grande sogno di integrazione industriale e culturale che avevate promesso”. “Oggi dopo l’accordo siglato tra Fiat e organizzazioni sindacali – aggiungono – con il ricorso ai contratti di solidarietà per 1948 lavoratori di Pomigliano, che ignora completamente i 316 lavoratori emarginati a Nola, perplessità e timori sono predominanti“.

Le tute blu ricordano che il reparto di Nola era stato creato per costituire un polo di eccellenza che servisse principalmente gli stabilimenti di Pomigliano, Cassino e Melfi. “Tutto ciò non si è mai verificato – concludono – anzi, tutti gli stabilimenti menzionati sono forniti di un proprio polo logistico indipendente da noi. A Nola in questi anni non si è mai svolta una vera lavorazione Logistica, ma semplicemente piccole operazioni che non hanno avuto nulla a che fare con la reale produzione degli stabilimenti. Ora non si capisce il perché noi lavoratori siamo attualmente ignorati e posti forzosamente fuori dallo stabilimento, ciò amplia i dubbi su una eventuale discriminazione nei confronti dei lavoratori delocalizzati a Nola“.

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