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I padroni del cemento che hanno condannato il Gargano

Ho visto.

Ho visto non un palazzo ma interi quartieri conficcati nella pancia del monte.

Ho visto abbandono e degrado sui terreni dove prima le mani pazienti dei contadini avevano costruito solidissimi terrazzamenti in pietra, efficaci come nessun’altra opera dell’ingegneria di contenimento.

Ho visto sconcerto e stupore per l’irruenza con cui la natura si è ripresa la libertà che l’uomo aveva improvvidamente pensato di potergli sottrarre.

Ho visto occhi ancora pieni di terrore, perché quando il boato ti annuncia che sta venendo giù un’intero costone di montagna, allora capisci solo che ti trovi nel posto sbagliato.

Non ho visto gli ingegneri e i geometri che fino ad appena venti anni fa, o forse anche meno, le hanno messe quelle firme per rilasciare allegramente permessi a costruire, tanto cosavuoicheaccada.

Non ho visto quelli che quando esce una norma per tutelare le zone sottoposte a vincolo idrogeologico subito attaccano una crociata contro la politica ottusa che soffoca l’economia.

Non ho visto i padroni del cemento, quelli che fanno le sorti elettorali dei comuni, e finanziano la politica, magari trasversalmente, per trovarsi sempre dalla parte giusta, non si sa mai.

Non li visti. Non li ho incontrati. E non li voglio incontrare. Sono dall’altra parte.


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