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Il concetto di politica e la sua evoluzione storica

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Nei miei studi storici, sovente, mi sono trovato dinanzi a questo arcano: che cosa è la politica? E ho seguito, meravigliato ed affascinato, la metamorfosi bimillenaria di questo concetto.

Vorrei proporre l’escursus, principiando però dall’epoca ove l’’esigenza dell’’organizzazione del potere iniziava ad avere contorni più concreti. Partiamo dunque dal Medioevo.

Il signore feudale, a cui veniva demandato una forma di amministrazione in pezzi delimitati di regni dall’’incerto limes, non aveva alcun senso della politica come oggi la intendiamo. Conosceva l’’arbitrio, l’’intrigo, la violenza, ma la sua vita si limitava a gestire una piccola corte, le corvé dei suoi assistiti ed un po’’ di giustizia spicciola

Nel Trecento e nel Quattrocento, alcuni regni europei, iniziarono a prendere una loro consistenza e coscienza. Così inizia l’’istituzione d’’un servizio centrale per la riscossione delle tasse, una difesa dei confini e una larvata attenzione verso i confinanti. Inizia, dunque, a farsi strada il concetto di stato. E questo vieppiù nella Francia di Enrico IV e nell’’Inghilterra di Enrico VIII. Ma non vi erano parlamenti autonomi, e dunque nessuna dialettica del potere.

Nell’’Italia dei Comuni, con gli schieramenti a favore dell’’Imperatore o del Papa, nascono i partiti Guelfi e Ghibellini. Ma è nell’’Italia delle signorie, e poi dei principati, che il concetto di politica inizia ad assurgere a sistema più complesso. Così, nella Firenze dei Medici, degli Strozzi e dei Pazzi, essa inizia a comprendere gli interessi di gruppi economici.

Ma il punto di rottura del sistema embrionale si ha con Machiavelli. Il quale delinea un sistema, ove la politica può enuclearsi in tutta la sua potenza. Egli crea la legittimazione dell’’aggressività e del cinismo, per raggiungere finalità inerenti agli interessi del principe.  Ed è così  che si giunge ad una separazione netta tra politica e morale, quindi la nascita della “ragion di stato”.

Guardando con ottica inversa, si può affermare che Machiavelli e Guicciardini (il quale ai grossi interessi aggiunge i dettagli del “particolare”), siano il prodotto dell’’epoca che vivevano, nella quale i poteri forti, esprimevano la necessita’ di codificare le proprie alchimie.

Nel XVI secolo, il crescere delle organizzazioni del territorio, ossia la crescita degli stati, implica la nascita delle branche d’’amministrazione. E quindi: l’’economia interna, la riscossione metodica ed articolata dei tributi, la delimitazione di aree geografiche, i settori da privilegiare, la milizia, i rapporti con gli stati confinanti. Ecco che queste discipline, anche se in nuce, iniziano a esigere degli orientamenti, e di rimando, un allargamento del concetto di politica. Nasce, quindi, la politica come amministrazione e come scelta di idee programmatiche. E dunque la politica economica, giuridica, “estera”, che si affineranno nel secolo successivo con l’’opera di molti studiosi, da Adam Smith, a Tochenville, a Saint Simon.

La Francia di Luigi XIV, di Mazzarino e poi di Richelieu, rappresenta un’ulteriore evoluzione del concetto politico. Anzi, si può dire che è l’’antesignana d’un potere laico costituito, che orienta le sue scelte in base a dei teoremi. Tutto ciò, nonostante le guerre di religione che caratterizzano l’epoca, e che provocano diciotto milioni di morti.

Ma bisogna arrivare nell’’Inghilterra del ‘700, per celebrare la prima nascita dei partiti in senso moderno del termine: i Tory e gli Whig. Le loro divisioni erano basate sulla lealtà al re o alla tutela della nascente borghesia, e ciò dava spunto ad una dialettica parlamentare che orientava le scelte della nazione.

Con la Rivoluzione Francese si ha la prima grande politicizzazione di uno stato. Le idee assumono un valore fondante, ed originano i primi grandi frazionamenti. Il popolo minuto inizia a prendere coscienza e forza. Ciò innesca in tutto il mondo occidentale, un’attenzione anche verso gli interessi delle classi nate sotto la spinta della rivoluzione industriale: l’’operaio e dunque il proletariato. Invece, le precedenti rivoluzioni di origine contadina, in primis quella dei Lollardi, non avevano esperito alcunché di sostanziale.

A questo punto, il concetto di politica giunge a maturazione, ed è un fiorire di teorizzazioni che procedono di pari passo all’’evoluzione democratica.

La Prima Internazionale Socialista, fonda il concetto di sinistra, che si oppone alla destra liberale. La politica assume il colore dell’’ideologia, ed inizia ad avere un ruolo fondamentale nelle architetture costituzionali. Essa informa il pensiero di una nazione, di pezzi di territorio, di rivoluzioni, di restaurazioni. Il Metternich era stato l’’ultimo ridimensionamento del concetto laico di stato, e quindi di incapsulamento della politica nelle insegne monarchiche. Ma era il canto del cigno. Ormai l’Occidente contava milioni di “cittadini”, e nella loro mente il concetto di stato cresceva di pari passo con un senso più esteso di realtà.

Nel ventesimo secolo, gli anni venti-quaranta coincidono con i totalitarismi, frutto delle nefaste crisi economiche, e di nodi irrisolti della prima Guerra Mondiale. E le ideologie e gli abbrutimenti del potere fanno strame del concetto di destra e sinistra.

La guerra di Spagna del ’36 è il primo campo di battaglia dove si fronteggiano idee politiche, oltre che interessi di potere.

Poi le ideologie si inseguono e combattono in più parti del mondo, sino all’’America latina degli anni ’50. E la politica, se da una parte si affina nella teorizzazione, dall’altra arreca aspetti snaturanti, tali da sbiadirne il concetto.

E’ l’’inizio della confusione, che porterà nel tempo, sino ai nostri giorni, a errori grossolani nell’’opinione comune del termine. Quali?

L’’identificazione della politica con la mera amministrazione della cosa pubblica. Oppure con l’’esercizio del potere ibrido, in parti del territorio.

In pratica, è come se si fosse fatto un viaggio a ritroso nei secoli.

Ora, in questa epoca, nello smarrimento di un concetto plausibile di politica, ciò che appare necessario è una didattica dei capisaldi inderogabili per il politico. Richiamandosi alle nazioni occidentali più fragili culturalmente in tale materia, tra cui l’Italia, bisogna chiarire alcuni punti fermi.

Coloro che intendono di fare politica a tempo pieno, non possono a mio avviso prescindere da basi pluri-disciplinari. E dunque, per fare il politico ai livelli di nazione, ma anche di regione, quando si occupano posti fondamentali, necessitano conoscenze di natura macro-economica, storica, filosofica, sociologica e psicologica.

Solo dopo tale percorso si dovrebbe accedere  all’assunzione di responsabilità, più o meno estese, e più o meno di qualità. Dove le scelte, dunque, passeranno attraverso la “cultura politica”, e non attraverso la politica.

Al termine di questo viaggio, conscio di varie semplificazioni necessarie all’intento narrativo, spero di aver gettato un piccolo sasso di chiarezza nell’’immensa palude della confusione in cui viviamo.

La mia intenzione, è stato quella di rendere semplice e dunque comprensibile, ai non addetti ai lavori, ciò che l’evoluzione teorica e gli eventi hanno reso complicato. Perchè mai una disciplina ha seguito una maestosa crescita dottrinale e una parallela degenerazione pratica, come per la politica.

Gianvito Pizzi

Gianvito Pizzi, filosofo, scrittore, storico, studioso di psicanalisi, ha dedicato l’intera vita agli studi. Collaboratore per decenni di riviste specializzate, si è occupato in particolare dei rapporti tra psicanalisi e filosofia, Medievalismo e Questione Meridionale. Nato a Napoli, ha vissuto sino a vent’anni in un paese dell’appennino sub-dauno: S. Bartolomeo in Galdo (Bn). Twitter: https://twitter.com/gianvito_pizzi

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