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Il #Sud ed il #Molise tenaci ricordi come i loro #paesaggi

I neurologi dicono che la nostra memoria somiglia ad uno sgabuzzino, per cui saremmo costretti a fare spesso le pulizie per rinnovare l’archivio dei ricordi. Eppure deve esistere una memoria che scompagina le regole della fisiologia: quella che si nasconde tra le calli, le rime e le rughe del cuore. Quel poco di memoria che rende le nostre vite migliori, un poco più sopportabili.

Ho viaggiato spesso, fin da quando ero bambina. Seguivo con scarsa convinzione i miei genitori, rosa nell’animo da quelle impuntature giovanili che sono come certe febbri: le devi attraversare, così il tuo corpo cambia e si trasforma. Nello sgabuzzino della memoria, assieme agli alberghi boutiques, alle baie in cui il riverbero della luce sull’acqua cuoceva la pelle di un calore tropicale, ai muti eserciti di terracotta come ai grattacieli dalle cui vetrate il tuo sguardo sul mondo cambia per sempre, è rimasto qualcosa che mi lega indissolubilmente alla mia terra d’origine. Al mio Sud e al piccolo Molise, che in fondo conosco così poco e in cui ho vissuto brevemente e sempre con la testa risucchiata da qualche ‘altrove’.

Eppure, uno dei ricordi più avvincenti della mia adolescenza è legato alla scoperta quasi favolosa di Ferrazzano, delle sue alture circondate da un’enorme pineta, un ombrellone gigantesco che proietta la sua luce verde lungo le strade di un bosco che sembra uscito dalle pagine di Jack London. Ricordo un pomeriggio autunnale, con la luce e il pulviscolo dorato sparso nell’aria densa, fresca, che però una mia amica ed io potevamo affrontare ancora in maniche di camicia. Mi aveva invitata, questa cara amica che oggi è un avvocato, nella casa di famiglia che in quei giorni viveva il festoso subbuglio della vendemmia. Chiudo gli occhi e sento il profumo degli acini macerati nei grossi tini di legni, il sapore intenso del mosto-un’anticipazione del piacere sofisticato del vino nuovo.

Decidemmo di lasciare il giardino e di passeggiare a lungo in una vallata che ci si aprì davanti agli occhi nello splendore corrusco di una giornata che ti trafiggeva per la sua bellezza, e di cui forse allora non riuscivamo a cogliere il violento senso di libertà, la gioia della comunione con la natura, la gratuità di ogni singolo filo d’erba su cui ci stendemmo a chiacchierare deliziate. Davanti a noi, al nostro sguardo principiavano le Mainarde, fino al Matese e alla Maiella. Vorrei che tutti potessero conoscere tale delizia, conoscere il Molise, quel ruvido e tenace presagio di vita che esala da ogni fibra del suo tessuto ora elastico e fluido come le sue piante, ora coriaceo, arso come certe scorze di terra che sembrano rifiutarsi di dare un frutto. Il vero miracolo è che il corpo ha il potere di trasformare il pensiero in una cosa.

Vorrei che la scrittura assomigliasse a certe pianure dall’aspetto marino, come ce ne sono tante in questa mia terra. Promontori e distese purpurei, avvolti nella gloria di una fine dell’estate, in cui il vento trascorre come in un mare vegetale. Vorrei che la scrittura fosse simile alle ragnatele che le piante si lasciano crescere come barbe o all’albero di giuda dalla testa sanguigna, teneramente reclinata sulla spalla dell’albero vicino, perché per la natura la resa non è poi così difficile.

Esistono luoghi in cui lo spazio non è solo pura immagine. In questi luoghi lo spazio è rappresentazione, sentimento, e aggiunge sempre qualcosa alla realtà. Oggi nella corsa mattutina attraverso la città, lontano dalla mia terra, quando dal finestrino tutto si svela come una specie di pianeta latteo-la luce scabra che taglia e ricompone le cose solo perché la notte ha consegnato i polsi e ha dovuto costituirsi, a me sembra che i lunghi viali, le mura che segnano un confine solo per lodare l’infinito, le statue, i chiostri e i giardini chiusi nei palazzi trascorrano, passino via cosi come passano le nostre stesse vite. Nello spazio, in ciò che è incarnato, noi possiamo riconoscerci e tornare.


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