“La mafia uccise Rostagno”, ecco la sentenza attesa 25 anni. Con due ergastoli

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La mafia uccise Mauro Rostagno. Ci sono voluti più di 25 anni e quasi tre giorni di camera di consiglio per confermare che non c’è altro movente: il giornalista-sociologo venne eliminato perché aveva alzato il velo sugli interessi di Cosa nostra a Trapani.

È per questo che la corte d’assise ha condannato all’ergastolo boss Vincenzo Virga e Vito Mazzara. Virga come mandante, Mazzara come esecutore materiale dell’agguato. La sentenza è stata letta in un clima di grande tensione: in aula pianti e soddisfazione tra gli amici di Rostagno.

Il verdetto mette un punto fermo su una vicenda riaperta dopo una lunga paralisi investigativa attorno a piste rivelatesi inconsistenti. È stato Antonio Ingroia, allora pm della Dda di Palermo, a riaprire il caso su input del capo della squadra mobile Giuseppe Linares, ora dirigente della Dia campana.

Una nuova impostazione investigativa ha fatto piazza pulita della tesi che aveva escluso la matrice mafiosa del delitto e l’aveva riportata all’interno della comunità Saman per tossicodipendenti. Storie private si sarebbero intrecciate con una confusa gestione della struttura. Niente di più falso: quelli erano, ha detto il pm Gaetano Paci, “pregiudizi di chi indagò sull’assassinio”.

Rostagno invece fu ucciso per il suo “esemplare lavoro giornalistico” che aveva tanto infastidito la mafia. Passato attraverso l’esperienza della contestazione, negli anni Ottanta era approdato a Trapani dove aveva fondato la Saman con il suo amico Francesco Cardella. Ma in Sicilia aveva allargato l’orizzonte del suo impegno diventando una voce scomoda dell’informazione. Al punto che con i suoi interventi dagli schermi di Rtc di Trapani il giornalista-sociologo era diventato una “camurria” (rompiscatole). Così lo aveva apostrofato Francesco Messina Denaro, padre del superlatitante Matteo.

Rostagno seguiva le tracce dei traffici di droga, dei legami tra mafia e massoneria deviata, del malaffare nella pubblica amministrazione. Con i suoi servizi, ha sottolineato l’altro pm Francesco Del Bene, aveva “svelato il volto nuovo della mafia a Trapani”: il passaggio da organizzazione tradizionale a struttura moderna e dinamica, gli intrecci con i poteri occulti, le nuove alleanze, il controllo del grande giro degli appalti.

Mafia, dunque, “ma non solo mafia” ha puntualizzato l’accusa che ha puntato il dito, nella requisitoria conclusa con la richiesta di ergastolo per i due imputati, sulle omissioni investigative equiparate a veri e propri depistaggi culminati con l’arresto della compagna di Rostagno, Chicca Roveri. Per lungo tempo, ha tuonato l’accusa, la ricerca della verità è stata frenata da “sottovalutazioni inspiegabili, omissioni, miopie”.

E solo nel corso del dibattimento è stata ordinata una perizia sulle tracce di Dna nel fucile impugnato dal killer, spezzato dalle esplosioni. L’accertamento scientifico ha stabilito una compatibilità con le tracce genetiche di Mazzara, già campione di tiro a volo, e di un suo parente biologico non identificato. Sarebbe questa la prova che incastra il boss già condannato all’ergastolo come autore dell’agguato in cui venne ucciso il 23 dicembre 1995 l’agente penitenziario Giuseppe Montalto mentre era in auto con la moglie rimasta illesa.

L’accusa ha trovato molte analogie tra i due delitti. Quella sera del 26 settembre 1988 Rostagno, lasciata la redazione di Rtc, stava tornando in comunità. Al suo fianco sull’auto c’era la segretaria Monica Serra. La zona di Lenzi era al buio per un inspiegabile guasto alla centrale elettrica. Dopo la prima fucilata Rostagno ebbe la forza, quando era stato già colpito alla spalla, di spingere la ragazza sotto il sedile. Poi fu finito a colpi di pistola.

Il racconto della teste, morta otto mesi fa per cause naturali, è stato uno dei punti di forza dell’accusa. Ma i difensori hanno messo in discussione quella ricostruzione ipotizzando addirittura che Monica Serra non fosse in auto al momento dell’agguato. Per loro l’unica vera pista resta quella che porta alle storie interne alla comunità Saman. Dopo oltre 25 anni i giudici hanno scritto una verità diversa: Rostagno morì perché aveva svelato il profilo della nuova mafia.

Roberto Zarriello

Esperto di strategie editoriali e brand journalism, imprenditore digitale, saggista, giornalista. Ho fondato, tra le altre, startup come Digital Media e GoBrand, creato la prima Digital Academy del Sud, e lanciato Comunicatori Digitali Associati, il primo think tank sul giornalismo e la comunicazione digitale. Laureato in Scienze Politiche all’Università degli Studi di Bari, oggi sono Docente di Comunicazione Digitale e Social Media all’Università Telematica “Pegaso” e in vari master universitari (Luiss, Iusve), formatore per gli organi di comunicazione della Corte Costituzionale, web editor dell’ente per il turismo dell’Isola d’Elba. Fino al 2017 ho coordinato la prima Commissione sulla didattica digitale del MIUR istituita dall’USR Molise. Sono stato speaker e moderatore al Web Marketing Festival, Festival del Giornalismo, SMAU, Ninja Talk, ed una serie di convegni e conferenze con Ordine dei Giornalisti, Centro di Documentazione, Primo Piano Formazione, TVLP, e organizzatore de “La Battaglia delle Idee”. Scrivo di comunicazione, web e nuove tecnologie su HuffingtonPost.it, coordino il social media team di Tiscali.it, e collaboro con il gruppo Espresso. Sono autore di libri per il Centro di Documentazione Giornalistica e per Franco Angeli Editore. Nel 2015 ho ricevuto il premio Giornalistico Nazionale ‘Maria Grazia Cutuli’ per la categoria “Web, Editoria digitale”.

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