La verità di Ilda Boccassini sulla strage di via D’Amelio. “Scrissi ai colleghi i miei dubbi sui falsi pentiti”

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Sulla strage di via D’Amelio, sulla morte del giudice Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta, si sarebbe potuta scrivere un’altra storia fin dall’inizio.

Sarebbe bastato approfondire i dubbi di Ilda Boccassini, allora pm a Milano, applicata a Caltanissetta per indagare sugli eccidi del ’92, e del collega Roberto Sajeva per capire che la pista segnata dal sedicente pentito Vincenzo Scarantino non era quella giusta, anzi era pericolosa.

Sarebbe stato sufficiente scandagliare il ruolo di Gaspare Spatuzza, nome venuto fuori nell’inchiesta già dal ’92, per ricostruire esattamente la fase preparatoria dell’attentato. Evitando così che un grossolano depistaggio, per cui sono indagati quattro poliziotti, portasse in galera otto innocenti.

La verità negata per quasi 20 anni e parzialmente svelata proprio da Spatuzza, passato tra i ranghi dei collaboratori di giustizia nel 2008, era a portata di mano: lo dice tra le righe la Boccassini che ha deposto davanti alla corte d’assise di Caltanissetta che, per far luce sulla strage di via D’Amelio, processa i boss Vittorio Tutino, Salvino Madonia e i falsi pentiti Scarantino, Francesco Andriotta e Calogero Pulci.

“Quando arrivai a Caltanissetta da parte di tutti c’erano perplessità rispetto alla caratura criminale del personaggio Vincenzo Scarantino. Ricordo perfettamente che si trattava di dubbi nutriti non solo dai magistrati ma anche dagli investigatori”, racconta.

Il picciotto del quartiere Guadagna, insomma, non convinceva gli inquirenti, non sembrava all’altezza del ruolo che gli si attribuiva nell’attentato. Ma “la prova regina che diceva fregnacce – dice il pm – la ebbi quando, dopo vari tentennamenti e oscillazioni, decise di collaborare con la giustizia”.

Preoccupata per le tante incongruenze nei racconti dell’allora aspirante pentito la Boccassini decide, insieme al collega Roberto Sajeva, anche lui applicato a Caltanissetta, di mettere per iscritto i suoi dubbi in una lettera che manda al procuratore Giovanni Tinebra il 12 ottobre del 1994, poco prima di tornare al suo incarico a Milano.

Nella nota, acquisita agli atti del processo, il magistrato analizza tutte le lacune del racconto di Scarantino che parla della riunione preparatoria della strage ma sbaglia a riconoscere tre dei partecipanti, poi pentiti.

La Boccassini invita i colleghi a sospendere tutto, a verificare bene le parole del collaboratore, ad avvisare i colleghi di Palermo, fare i confronti e “ricominciare con saggezza umiltà ed equilibrio, doti che dovrebbero avere i magistrati”. Ma non accade nulla. E non viene neppure convocata una riunione di Dda per discutere della cosa. “Cosa pensavano dei suoi dubbi investigatori come Arnaldo La Barbera, che coordinava il pool che indagava sulle stragi”?, chiedono al teste i pm. “Anche lui aveva perplessità “, risponde il magistrato, e questo è l’unico punto su cui pare glissare – “ma il dominus delle indagini è il pm è lui che decide e i colleghi evidentemente scelsero di continuare in quella direzione”.

I sostituti ai quali si riferisce vengono nominati fugacemente: Anna Palma e Nino Di Matteo, allora pm a Caltanissetta ora in servizio l’una al ministero della Giustizia, l’altro alla Procura di Palermo.

Sempre dalla testimonianza della Boccassini emerge che il ruolo di Spatuzza, che si autoaccusa della strage solo 5 anni fa e fa cadere il castello di accuse dei falsi pentiti, poteva venir fuori già dal ’92: “c’era – racconta – un’intercettazione del 19 luglio tra Gioacchino La Barbera e Fifetto Cannella che portava a lui”. Ma quella pista assolutamente a portata di mano venne lasciata cadere.

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