#LaRepubblica è una comunità in cui nessuno è lasciato solo

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Celebrare la Festa della Repubblica, senza chiedersi che cosa sia una Repubblica e che cosa significhi essere cittadini Repubblicani è tipicamente italiano.

Tipicamente dell’“ognuno per sé ed io, in particolare, per me” La retorica degli slogan, e degli occhi lucidi di commozione davanti alla Bandiera, sostituisce una consapevolezza originale, che manca; e tutto questo nasconde la verità più profonda: che non ce ne importa nulla di sapere; per la semplice ragione che non ci sentiamo una Comunità.

Noi viviamo per club (si tratti di partiti, di sindacati, o di categorie di appartenenza; e, quindi, di ristrettissime élite, all’interno di una categoria), ognuno badando ai propri interessi; affidando il futuro ad una classe dirigente evidentemente priva di talento, a tutti i livelli e senza distinzioni possibili; pronta a perpetuare disagi per l’utenza, con la paternalistica espressione di faticoso esercizio officiale, di chi un posto intoccabile ce l’ha; sprechi per chi sta bene e tasse pagate dai poveri. Ebbene: uno Stato che si limita a fare le Leggi attraverso un Parlamento elettivo NON è una Repubblica.

La Repubblica è la Comunità in cui nessuno è lasciato solo. E’ lo Stato in cui lo Stato è una “risorsa” per tutti: soprattutto, per chi non ne ha di proprie. Noi viviamo, invece di “competitività”; di “produttività”; di “aziendalità” e di elevatissima conflittualità; ed abbiamo dimenticato parole sacre come Solidarietà, Umanità, Fratellanza. E termini sacri come Patria. Patria, non Stato. Patria. Ma la Patria, per essere tale, è di tutti.

Ma come possono sentirsi appartenere ad una Patria i milioni di emarginati? Tutti coloro cui è negato il diritto al lavoro? Quelli che sono schiacciati da una retribuzione da vergogna? I capifamiglia licenziati? Gli imprenditori che hanno visto distrutto il loro sogno?

I violati nei loro diritti, che non possono neppure più fare affidamento sulle pronunzie della Corte Costituzionale, perché -tanto!- il Governo dice che le pronunzie di illegittimità si applicano soltanto se ci sono i soldi per applicarle … d’altro canto, i soldi per pagare stipendi da decine di migliaia di euro al mese, quelli ci sono.

Auguriamoci di essere nel club giusto.

Gennaro Varone

Gennaro Varone, nato a Taranto il 16 maggio 1964. Magistrato dal 1989, attualmente con funzioni di sostituto procuratore presso il Tribunale di Pescara.

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