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Le imprese italiane tra le peggiori d’Europa

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L’Italia resta immobile al fondo della classifica europea della competitività, in terz’ultima posizione preceduta di una posizione da Portogallo e Bulgaria, e seguita solo da Romania e Grecia. Rispetto a cinque anni fa, non c’è stato infatti nessun miglioramento nella posizione italiana. È quanto emerge dallo studio ‘Observatory on Europe 2013‘ realizzato da The European House Ambrosetti presentato a Bruxelles.

Ma il vero nodo – aumentare la competitività in particolare del settore manifatturiero, che nell’Ue ha perso oltre 3 milioni di occupati tra il 2008 e il 2011 – non è solo nostrano ma europeo. Uno dei grossi limiti – che tocca molto da vicino le aziende italiane – è l’eccessiva dipendenza dal sistema bancario, a differenza di quanto avviene negli Usa.

“Per sostenere la crescita bisogna ricorrere ad altri strumenti come private equities, venture capital e crowdfunding che oggi sono sotto utilizzati”, ha spiegato Valerio De Molli, membro dell’Advisory board ‘Observatory on Europe’.

Bisogna guardare infatti al finanziamento sul lungo periodo, e promuovere anche un approccio comune a livello Ue che rimpiazzi gli attuali mercati di capitali nazionali. In Italia, però, secondo Damiano Castelli di Ing Direct Italy, “ci sono segnali positivi” anche dal settore bancario, dove c’è “voglia di tornare a erogare” alle imprese anche se c’é differenza tra chi riesce ad esportare e chi no, le prime accedendo più facilmente al credito delle altre.

In ogni caso per centrare l’obiettivo molto ambizioso fissato dalla Commissione Ue per il manifatturiero – raggiungere il 20% del pil entro il 2020 dall’attuale 15,6% – richiede un “salto quantico”, ha avvertito De Molli, ricordando che l’aumento sarebbe pari al 28% rispetto all’attuale livello, a 790 miliardi di euro di valore aggiunto in più all’anno e – a produttività costante – a 14,5 milioni di nuovi posti di lavoro.

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