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“Lunga su Eder!”: il calcio campano piange Antonio Sciretta, figlio di Lacedonia

Antonio Sciretta, 43 anni, lacedoniese purosangue, ha lasciato ieri pomeriggio la sua famiglia e il suo mare di amici. Per tutti era “Eder”, per le sue innate e indiscutibili qualità calcistiche: tutto mancino, proprio come il campione brasiliano degli anni 60. Un talento che ha incantato su tutti i campi dell’Irpinia e della Campania, facendo innamorare del calcio frotte di ragazzini, innalzando al livello di calciatori tanti di noi modesti giocatori e guidando la gloriosa U.S. Lacedonia a un’annata straordinaria, conclusa con uno storico salto in Promozione nella stagione 2001-2002.

Antonio Sciretta “Eder”

Molti di noi hanno avuto il privilegio di giocare con lui in quell’anno memorabile e per tanti anni successivi. E in questa giornata di grande dolore a tutti sono tornati alla mente milioni di aneddoti, sul campo e fuori dal campo.

Lancio sulla punta, sponda e imbucata alle spalle del terzino. “Lunga su Eder” era quello facevamo sempre, appena potevamo farlo.

“Domè, non me la dare sui piedi, dammela sulla corsa”. Me lo ricordo quanto mi fregavo le mani quando intuivo che il mio passaggio era giusto. Perché sapevo dove avresti messo quel pallone. Cominciavi a mulinare le tue gambe, esili ma tremendamente forti. Al massimo ne avresti sdraiati uno, due, tre, prima di fare centro. Ma nove volte su dieci finiva così: con l’arbitro a indicare il centrocampo e noi a inseguirti nella tua esultanza per saltarti addosso. Me lo ricordo quel “7” che svolazzava sulle tue spalle, praticamente imprendibile. Lo era per noi come lo era per quei poveri terzini che provavano a fermarti, in realtà senza mai neanche riuscire a sfiorarti.

Il calcio campano piange Antonio Sciretta

Anche perché quando allacciavi gli scarpini sembrava come allacciassi la cintura in aereo. Pronto al decollo.

Fuori dalla porta  gioia pura, adrenalina, corse e rincorse, imprecazioni e chiamate. “Eder vieni a darmi una mano!”. “No Domè!”. “Edeeeeer!!!”. “Noneeeeee”. Mi facevi innervosire, adesso posso dirtelo. Ma ci passavo bellamente sopra, ché tanto sapevo benissimo che bastava che uno di noi ti desse la palla nel modo giusto, “sulla corsa e non sui piedi”, e tu avresti saputo come farti perdonare.

Quanti ricordi ci lascia la tua vita così breve. Quello sguardo e quella postura di chi non ti dice niente e magari sfugge, e invece ti ha detto molto e magari vorrebbe fermarsi con te per dire pure qualcosa in più.

Il calcio non è solo un gioco, non lo sarà mai. Condividere uno spogliatoio è affare serissima, al limite della sacralità. E nello spogliatoio passano decine, centinaia di persone. Alcuni sono compagni di squadra e stop, con altri nascono legami, rapporti. Che non vuol dire per forza frequentarsi, ma vuol dire volersi bene, rispettarsi. Sapere che nell’altro puoi trovare un aiuto, una sponda, e non soltanto per un uno-due. Ecco, la mia personale speranza è esserci stato, tutte le volte che me l’hai chiesto o che ne hai avuto bisogno, tutte le volte che abbiamo parlato di cose ben più profonde che di tattica da impostare e corridoi da indovinare e avversari da “prendere” in quei 100 metri per 60 che erano la nostra ossessione.

Il ricordo di “Eder”

Perciò era bello, bellissimo correre e lottare anche con te e per te, che hai saputo essere ben più di un compagno di squadra. Ed è stato una tortura non poter battagliare con te e per te, saperti da solo a respingere un attacco non avversario, ma nemico.

Tutti i tuoi compagni di squadra sogneranno prima o poi di giocare ancora tutti insieme. Di sicuro proveremo a lanciarti “a memoria”, sapendo che tanto tu partirai e che nessuno sarà in grado di fermarti. Noi lo faremo. Tu corri, Antonio caro. Corri e non fermarti mai.


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