Otto anni di “Resto al Sud”. Con uno sguardo al futuro

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A quasi otto anni dal varo di Resto al Sud, proviamo a porci qualche domanda.

È cambiato il concetto di Sud?

Questo progetto ne ha sposato le sorti, nel momento più basso del suo declino. Quando ormai era uscito anche dalle priorità nazionali. E nel suo ambito d’azione, ha cercato di riportarlo all’attenzione. Ma scevro da operazioni nostalgiche – come se ne vedono sovente. Invece, investendo culturalmente sull’innovazione e la ricerca di talenti.

Va sottolineato come il grande problema del Sud è che i suoi figli migliori emigrano con una cadenza sequenziale, quasi per inerzia. Nel senso che metaforicamente si è costruito un canale di uscita, cui sembra normale incunearsi e seguire la corrente.

Si parte dal Sud per studiare in altre zone dell’Italia, con l’idea pregressa di mettere radici nella nuova terra. Si parte con un mestiere o senza, per tentar sorte migliore. Chi rimane sembra oggetto della Resistenza della guerra partigiana.

Eppure vi sono innumerevoli risorse. Al netto della pandemia in atto – se proviamo a guardare il Sud – s’intravedono tante potenzialità inespresse. A partire dal territorio. Un paesaggio di levatura  mondiale, sogno e metà di molte nazioni.

Ma l’uso non è adeguato alla sua qualità. Si è sempre fatto fatica a rendere fruibile l’immensa “fortuna”.

La mentalità imprenditoriale non ha mai attecchito in questa estesa parte dell’Italia. Non che non vi sia impresa o imprenditori validi, ma accedere a finanziamenti dalle banche per investire in produttività, è stata sempre un’idea viziata da freni culturali. A volte semplici equazioni: ma chi me lo fa fare? O peggio ancora: indebitarsi è un disonore. Con questi tic endemici, l’economia non è mai riuscita ad esprimersi come nelle aree più sviluppate. Si paga sempre lo scotto di essere stata terra di feudalesimo. Per secoli.

E cosa era il feudalesimo? Una forma di protezione, croce e delizia dei partecipi. Da un canto venivano offerte protezione e lavoro, dall’altro una vita miserevole e una fatica immane.

Il Sud ha nel suo dna sette secoli di tale regime sociale ed economico. Condito da un’inclinazione ad ingraziarsi le persone, a vivere tra le maglie di un potere incerto, di una giustizia con più facce e gabelle esose.

Le idee fanno fatica a mutare radicalmente. Possono cambiare gradualmente, ma un ancoraggio al passato remoto rimane. Per questo il Sud è stato spesso descritto come una società gattopardesca. In controluce si leggono sempre antiche idee permanenti. Come dei fantasmi che si aggirano in luoghi nuovi.

Il Sud e stato sempre vittima dei suoi fantasmi. Di comportamenti dati per scomparsi, ma perfettamente in opera.

E tali analisi hanno avuto sempre una doppia chiave di lettura, da una parte un’alibi salvifico, dall’altra una condanna alla mancanza di credibilità.

Questo ha reso dei pregiudizi esterni ed interni. I primi riguardano chi viene ad investire al Sud, i secondi la diffidenza con cui si guarda lo “straniero”. Visto sempre come un colonizzatore.

Barcamenarsi in tutte queste contraddizioni è difficile. Quindi ogni progetto al Sud assume una grande complessità.

Resto al Sud ha cercato sempre di disancorarsi da ogni pregiudiziale. Anche facendo finta che non esistessero taluni fardelli. Un progetto innovativo, con il pregio di non farsi inficiare da nulla che potesse richiamare alla storia di cui sopra.

Resto al Sud e stato sempre testardo. Proponendo una società che non tiene conto del contesto in cui opera. Favorendo i giovani, le startup, il meglio dell’impresa, i talenti, le avanguardie.

Guizzi di nostalgia, di ricordo, di tradizione, di passato più nobile hanno sempre avuto ospitalità e rispetto. Perché in questo progetto non si è mai proposto il falò delle idee della tradizione. Tutto è stato sempre ponderato: tra ciò che bisogna cambiare e ciò che bisogna preservare.

Resto al Sud ha avuto sempre slanci, ma di buon cuore e d’intelletto. Perché il Sud ha nelle sue pieghe tanta saggezza.

Ho partecipato a questo progetto come autore, propenso ad analisi sul Sud, ma servendomi anche della letteratura. Compresa in dialoghi dove, a rileggerli dopo anni, c’era la volontà di esprimere virtù e vizi di una terra. Ho aderito alla proposta e alle idee dei promotori di tale operazione, che definirei ‘Operazione Sud”. E dopo anni, se questo sito è ancora vivo nel contesto meridionale, è perché è rimasta intatta la voglia di crederci, di marcare le linee, di cambiare in base alle mutate condizioni.

Per tornare alla mia domanda iniziale, cosa è ora il Sud, mi piacerebbe che ci sia un dibattito su tale tema. Gli innumerevoli autori che hanno scritto su tale piattaforma, dovrebbero riproporre la propria idea di Sud. Per capire sempre dove siamo e chi siamo.

Gianvito Pizzi

Gianvito Pizzi, filosofo, scrittore, storico, studioso di psicanalisi, ha dedicato l’intera vita agli studi. Collaboratore per decenni di riviste specializzate, si è occupato in particolare dei rapporti tra psicanalisi e filosofia, Medievalismo e Questione Meridionale. Nato a Napoli, ha vissuto sino a vent’anni in un paese dell’appennino sub-dauno: S. Bartolomeo in Galdo (Bn). Twitter: https://twitter.com/gianvito_pizzi

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