Napoli è una città nata capitale e che capitale, nonostante i tentativi di renderla marginale, resterà per sempre. Secoli di storia che l’hanno vista primeggiare in tutte le attività dello scibile umano hanno sedimentato nel corso degli anni saperi e conoscenze che hanno generato tante città, tutte racchiuse una dentro l’altra. Città che convivono a fatica, spesso in antitesi tra loro, sovraffollate. Città popolate da una fauna umana che ha pochi eguali al mondo. Un popolo, quello napoletano, che rappresenta e svela le contraddizioni con le quali siamo costretti a convivere ogni giorno. Alto e basso. Colto e ignorante. Bello e brutto. Educato e maleducato. Legale e illegale. Consapevole e inconsapevole. Una capitale unica e generosa, come unici sono i tanti talenti che la città da sempre genera. Talenti che proprio dalle contraddizioni insite nelle tante Napoli presenti una dentro l’altra attingono energia e idee che si esprimono, esaltandosi, in vari campi della cultura, dell’arte, dei mestieri e delle professioni.

Unico è stato Eduardo De Filippo, così come unico è stato Massimo Troisi. Unico e inimitabile è stato Pino Daniele, figlio legittimo di Napoli. Un’artista capace di innovare profondamente la canzone partenopea coniugandola sempre alla sua vocazione, autenticamente, popolare. Una musica nuova che nasce da una contaminazione con il suono, il ritmo, i colori e la sensibilità della cultura mediterranea. Dall’incontro fecondo tra l’Africa e l’America.

Ha scritto, in queste ore tristi di cordoglio e di emozione che attraversano l’Italia intera, Lorenzo Jovanotti Cherubini, «[…] Napoli si riconosceva in Pino Daniele, l’artista che aveva saputo valorizzarla non attraverso le sue maschere ma partendo dalla realtà e dalla poesia, l’uomo che l’aveva liberata dagli stereotipi, che l’aveva portata nella modernità senza perderci in cultura e in umanità…».

I napoletani ri-conoscono Pino Daniele come uno dei migliori interpreti di una napoletanità senza tempo che tutti sappiamo esistere, ma che in pochi sono capaci di descrivere. Una napoletanità nuova e nello stesso tempo antica, alla quale Pino Daniele aveva saputo dare una forma compiuta in musica e parole già a diciotto anni quando compose uno dei suoi capolavori, Napul’è.

«Non mi interessa se Pino non vivesse più a Napoli, nelle sue canzoni c’è Napoli, epicentro mondiale della cultura», sono le parole che Luigi De Magistris, il sindaco della città di Eduardo, facendo giustizia di tante stupidaggini che si leggono in queste ore, dedica a Pino Daniele.

Non viveva a Napoli così come non vive a Napoli Raffaele La Capria. C’è qualcuno che possa affermare che Raffaele La Capria è meno napoletano dei napoletani che vivono a Napoli?

«Napule è a voce de’ creature che saglie chianu chianu, E tu sai ca nun si sule…» sono versi onomatopeici e se li associ alla musica che li accompagna sembra quasi di ascoltare la voce vera dei bambini del “Pallonetto” o del “Cavone”, il quartiere in cui, Pino Daniele era nato.

La morte di Pino Daniele si porta via un po’ di noi, della nostra gioventù, di ciò che eravamo e che siamo diventati anche grazie alle emozioni che le sue canzoni hanno saputo regalarci. Muore con lui la spensieratezza di quei lunghi pomeriggi trascorsi a non far nulla, l’adolescenza appunto. Il tempo che non conosce tempo. Ma chi è capace di rappresentare la bellezza così come l’ha rappresentata ‎Pino Daniele, non può morire. Non muore mai.

Un bacio bellissimo Pino, ovunque tu sia, la terra ti è già lieve.