I riflettori del circo mediatico nazionale si sono accesi per tutto il mese di aprile sul Molise. Una congiuntura astrale irripetibile: la seconda Regione più piccola d’Italia, di solito ignorata dai media, al punto tale che sui social si ironizza sulla sua reale esistenza, era chiamata a rinnovare il consiglio regionale e scegliere il suo nuovo governatore sette settimane dopo il voto del 4 marzo, voto che ha sconvolto l’assetto politico dell’Italia, e nel pieno delle difficilissime, e ad oggi ancora non risolte, consultazioni per dare un nuovo governo al Paese.

Questa particolare circostanza ha prodotto un’attenzione mediatica senza precedenti. Improvvisamente il Molise è diventata nell’immaginario mediatico “l’Ohio d’Italia”. E così nell’ultima settimana di campagna elettorale in Molise sono arrivati tutti i big della politica nazionale. Dal 9 gennaio ogni giorno ho intervistato i politici molisani in un format per il web dal titolo “Tutti Candidati”, riscuotendo l’attenzione degli addetti ai lavori e l’apprezzamento del pubblico in rete. E in quell’ultima settimana di campagna elettorale ho avuto il privilegio e l’opportunità uniche di dialogare a faccia a faccia con quattro dei più importanti leader politici italiani: Silvio Berlusconi, Presidente di Forza Italia, Matteo Salvini, segretario della Lega, Maurizio Martina, segretario reggente del Partito Democratico e Giorgia Meloni, segretaria di Fratelli d’Italia. Da esperto e professionista della comunicazione politica ho potuto apprezzare lo stile, l’approccio, la modalità di condivisione dei contenuti differenti dei quattro politici. Quella che segue è l’autopsia delle quattro interviste, con lo scopo di tentare di scoprire come i quattro personaggi pubblici affrontano la telecamera, l’intervistatore, come utilizzano la comunicazione non verbale per dare forza alla loro strategia, come costruiscono i periodi, quali parole scelgono, quali sono i loro punti di forza e di debolezza.

Silvio Berlusconi

L’intervista.
L’intervista è programmata grazie all’interlocuzione della coordinatrice di Forza Italia del del Molise, l’onorevole Annaelsa Tartaglione, per il pomeriggio di venerdì 13 aprile in una hall riservata dell’hotel Europa ad Isernia, dove il presidente sta riposando dopo l’evento mattutino svoltosi nel foyer dell’Auditorium Unità d’Italia. Evento nel quale Berlusconi è inciampato sul gradino del palco ed è caduto, creando un clima di grande tensione all’interno del suo staff. L’intervista è l’ultimo appuntamento della prima due giorni in Molise del Presidente, subito dopo riprenderà l’elicottero bianco per far rientro a Roma. Il set viene allestito con cura dal service che segue il leader azzurro. Ci sono quattro addetti tra operatori di ripresa e di regia, le telecamere e luci hanno standard televisivi, le riprese sono visibili da una regia mobile per post-produrre immediatamente il girato. Berlusconi arriva, puntuale, insieme al suo staff capitanato dalla senatrice Licia Ronzulli. Mi saluta con una decisa stretta di mano. Saluta tutti i presenti, tra i quali i coniugi Mastella e l’europarlamentare Aldo Patriciello che si sono trattenuti dopo il pranzo riservato organizzato dall’onorevole Tartaglione, svolto nella sala attigua a dove stiamo per girare l’intervista, al quale il Presidente non ha partecipato. Berlusconi si siede sulla poltrona, appoggia sul tavolino alla sua destra un librone che contiene le foto dei luoghi più belli del Molise. Ha modo di scherzare con la sua truccatrice di fiducia che tampona a entrambi il volto con il famoso cerone. Roberto Gasparotti, uomo comunicazione del presidente si pone dietro i monitor della regia. La senatrice Ronzulli è alle mie spalle. Siamo pronti per iniziare, ma prima Berlusconi chiede dei fogli bianchi per poter tenere impegnate le mani durante il dialogo.

Le mani
Le mani di Berlusconi accompagnano ogni passaggio della comunicazione verbale. Sono un contro-canto preciso e implacabile che dà forza e respiro al suo eloquio. Il movimento non è confinato al loro solo gesticolare preciso e netto, ma prende lo spazio ampio garantito dall’apertura delle braccia. I fogli bianchi diventano così un prolungamento del movimento del suo corpo, una sorta di immaginifica bacchetta da direttore d’orchestra, un richiamo visivo che ipnotizza il telespettatore, che dà ritmo e cadenza al discorso. Quando accenna alle colline o ai percorsi molisani, le mani disegnano quei ricordi in modo perfetto. Quando intima a Mattarella di non affidare a Di Maio l’incarico di formare il governo, le mani si uniscono e velocemente si alzano e abbassano in un gesto di incredulità familiare a tutti gli italiani. Al termine dell’intervista allunga la mano in cerca di una stretta di congedo con l’intervistatore che segnala la soddisfazione della prestazione appena svolta.

Il volto
Lo sguardo di Berlusconi alterna la ricerca degli occhi dell’interlocutore alla ricerca del pensiero successivo che sta per enunciare. Un alternarsi serrato fra i due registri, che evita però, con consumata esperienza, sempre la telecamera. Il volto si apre in sorrisi che sottolineano l’apprezzamento per i messaggi assertivi a favore del pubblico locale: “…questa meravigliosa Regione”, “…l’accoglienza che mi ha dato la gente del Molise”. Si irrigidisce quando parla degli avversari e cerca con lo sguardo conforto, conferma, approvazione nell’interlocutore: “Di Maio, un ragazzo che non ha neanche finito gli studi…”

Le parole
Berlusconi giunge all’intervista molto ben preparato. Sa cosa dire, ha un canovaccio ben preciso in testa con un mix di parole chiave sia per il target regionale e sia per quello nazionale. Si abbandona in elogi, in descrizioni precise dei luoghi visitati, cita altri che vorrebbe vedere perché degni di attenzione, promettendo di tornare nuovamente in Regione. Cosa che puntualmente farà. “La vostra bellissima, bellissima Regione… ho potuto ammirare le linee, le colline, i paesaggi: ho pensato non hanno nulla da invidiare ai più blasonati percorsi tanto celebrati dell’Austria e della Svizzera. E’ stato una meraviglia, un godimento durato quaranta minuti continuativi.” Ecco una frase che cerca di catturare l’orgoglio dell’elettore locale. Una frase preparata, ma contestualizzata in un’esperienza reale appena compiuta: il suo viaggio in auto nella campagna molisana. La credibilità del racconto sdrammatizza la spericolatezza iperbolica del paragone e centra l’obiettivo enfatico di trasmettere l’emozione provata durante il viaggio. Da questa suggestione provocata dalle parole di Berlusconi lo staff del candidato di centrodestra Toma prenderà spunto per realizzare un’ultimo spot per il web pubblicato l’ultima settimana di campagna elettorale, dove si gioca nel chiedersi se le bellissime immagini naturali fanno riferimento a nazioni famose per la bellezza della natura (Svizzera, Svezia, Nuova Zelanda), per chiudere lo spot con lo slogan: “Molise, il valore della bellezza” e svelare che in realtà si tratta proprio del Molise.

Berlusconi sa di poter contare su di una sterminata serie di spalle virtuali che può richiamare all’abbisogna e sostenere così il suo racconto: i campioni del suo Milan, le amicizie politiche internazionali, le star delle sue tv. In questo caso utilizza la figura retorica dell’amata e prediletta figlia Marina. Colei che è destinata a succedergli. Ci fa sapere che a lei ha confidato al telefono lo stupore per le meraviglie del Molise, che a lei ha preannunciato che deve assolutamente accompagnarlo in una prossima visita per veder come bene è stata restaurata la chiesa di San Giuliano di Puglia con i fondi che lui ha donato. Marina diventa il testimonial dell’autenticità del valore sincero della sua visita in Molise, il bollino di garanzia, nonostante la sua assenza fisica. E’ una promessa di futuro per il Molise. Una sorta di “sposa” promessa che sarà portata in dote alla Regione in caso di vittoria. Berlusconi lega così alla cosa più preziosa che possiede, l’amata figlia, il ricordo di questa visita. Un gioco retorico così efficace, tanto da dare il titolo all’intervista: “Porto mia figlia in Molise!”
I punti di forza
L’assertività, la preparazione.
I punti di debolezza
L’autoreferenzialità, la durata delle risposte.

Matteo Salvini

L’intervista
So che Salvini sarà a Termoli per un comizio lunedì 16 aprile, ma non ho contatti diretti con il suo staff nazionale. I referenti locali della Lega snobbano la mia richiesta, nonostante la pubblicazione e l’eco che l’intervista realizzata il venerdì precedente con Berlusconi ha ottenuto. L’agenda, a loro dire, è piena. Allora la domenica sera mentre sono al palazzetto dello sport per tifare per la squadra di basket della mia cittadina, tento la strada della raccomandazione via Twitter. Invio in un tweet la richiesta di un’intervista a Luca Morisi, l’uomo dei social di Salvini, allegando l’intervista fatta a Berlusconi e taggo gli amici Lorenzo Pregliasco, direttore di Youtrend e Ettore Maria Colombo, firma politica del Resto del Carlino. I due si attivano immediatamente prima in rete e poi nella vita reale. In pochi minuti ho il numero di cellulare dell’uomo dello staff di Salvini che lo accompagna nel tour in Molise. La mattina dopo ci sentiamo al telefono. Il primo approccio è positivo. Ora la palla passa a Eva Garibaldi, portavoce del leader della Lega. Prendiamo accordi. L’intervista possiamo farla nel mio studio a pochi passi da piazza Duomo dove Salvini terrà il comizio alle 17.00. Dopo centinaia di selfie con i simpatizzati e i curiosi alle 18.30 Salvini è sotto il mio studio. Uomini delle forze dell’ordine presidiano l’ingresso, la folla incuriosita guarda il leader lombardo salire le scale che conducono allo studio. Sportivo e alla mano Salvini non mi chiede nulla su come si svolgerà l’intervista. Si siede sullo sgabello, Daniele, il mio cameraman, gli appunta il microfono sulla camicia bianca, di certo non stirata dalla Isoardi, star televisiva e sua compagna di vita che ha spopolato sul web con una foto mentre è impegnata a stirare le camice del leader della Lega. Siamo pronti per iniziare l’intervista. Serrata, veloce, senza rete di protezione. Salvini riterrà così efficace l’esito dell’intervista e i suoi contenuti da postarne il video sulla sua pagina Facebook. Le dichiarazioni fatte a “Tutti Candidati” saranno riprese da tutte le testate italiane. Il Tg2 e il Tg3 della sera del 20 aprile manderanno in onda le immagini dell’intervista nei rispettivi servizi di apertura.

Le mani
Le mani di Salvini sono mobili, spesso vicine tra loro. Le braccia serrate al corpo. Con le dita delle mani accompagna il suo eloquio veloce. Le dita enumerano sempre in modo rapido gli elenchi che spesso utilizza per fissare i concetti: “…scuole, strade, ospedali, case popolari… Monti, Letta, Renzi, Gentiloni… lavoro, sicurezza, il diritto di far nascere dei figli… Lazio, Umbria, Marche… il crocifisso, il Natale, il presepe, Gesù bambino, la pasqua, il pane e salame, le campane.” Le mani esemplificano sempre il “noi “, ovvero “gli italiani, l’Italia”, avvicinandosi a palmo aperto verso il petto e il “loro”, ovvero “gli immigrati, gli extracomunitari, i musulmani”, “l’Europa” respingendo sempre a palmo aperto le mani verso l’esterno. Si intrecciano le dita quando parla della coalizione di centrodestra, per dare il senso della coesione o quando parla del possibile governo con il M5S. Quando parla di Berlusconi si porta la mano verso il corpo, come a sottolineare la vicinanza al leader di Forza Italia. Quando pronuncia la parola PD per escludere ogni alleanza, le mani aperte fanno un gesto secco e ampio di diniego. Se deve dire che vuol essere chiamato dagli alleati internazionali fa il gesto della cornetta vicino l’orecchio. Quando cita i missili degli americani la mano parte a parabola dalla coscia verso l’alto con un perfetta traiettoria a 45°. Le mani sono dunque il sotto-testo esplicativo decisivo dei concetti che Salvini offre all’interlocutore e agli spettatori.

Il volto
Salvini è sorridente. Una propensione gioviale nell’interlocuzione, che stempera la durezza delle proposte politiche che propone. Lo sguardo è quasi sempre rivolto all’interlocutore, che riceve la sua attenzione in modo autentico, anche se a volte la telecamera lo attrae, quasi che Salvini ricercasse un contatto diretto con lo spettatore che sa esserci al di là dello schermo. Non distoglie mai lo sguardo: non c’è un altrove da richiamare o un luogo futuro da evocare. Lui è qui ed ora. Le pupille sono sempre fisse e non le sposta praticamente quasi mai negli angoli in alto o in basso a destra o a sinistra, come lo studio della comunicazione non verbale ci insegna, quando siamo alla ricerca di concetti da ripescare nella memoria o da immaginare per ipotesi future. Il volto si apre in ampi sorrisi per sdrammatizzare l’asprezza delle domande più urticanti o per sottolineare l’acutezza delle osservazioni dell’interlocutore.

Le parole
Salvini utilizza un eloquio piano e semplice. Alla portata di tutti. Esemplifica, elenca spessissimo, per ogni concetto utilizza tutta una serie di sinonimi per dare forza ai concetti, ma soprattutto ritmo alla comunicazione verbale. Non usa subordinate. Le frasi sono lineari, il più delle volte brevi e in alcuni casi si chiudono con una parola che sancisce il concetto, che vuole dare il titolo al pensiero espresso. Quando ad esempio si difenda dalle accuse mosse dal direttore dell’Espresso Marco Damilano sulla gestione di una Onlus dice: “Leggo anche che resto fedele all’alleanza con il centrodestra perché ci sono dei ricatti, dei soldi, delle minacce… balle. Non fake news, balle!” L’enfasi sulla parola finale esemplifica all’estremo il concetto. Se gli viene richiesto un giudizio, ad esempio sulla sentenza di un giudice che ha dissequestrato una nave di una ONG, lo esprime subito all’inizio della frase in una parola – “Male” – per poi spiegare. Ma il gioco semantico più utilizzato da Salvini è la divisione netta e senza possibilità di sfumature in due parti del mondo. C’è sempre un “noi” che si contrappone agli altri, che possono essere di volta in volta gli alleati, gli avversari politici, gli extracomunitari, i musulmani, l’islam, le istituzioni europee, i rom, i ladri. Su questa dicotomia continua e ricorrente imbastisce tutta la narrazione del leader che difende il proprio gruppo, la propria gente, oggi sempre più allargato fino a ricomprendere non solo il popolo del nord, ma tutti gli “italiani”. Su questo allargare in modo convincete il campo del “noi”, Salvini ha costruito buona parte del suo successo elettorale, garantitosi voti che per la prima volta gli sono arrivati anche dalle regioni del sud Italia.
I punti di forza
Diretto, chiaro, esemplificativo, social.
I punti di debolezza
Escludente.

Maurizio Martina

L’intervista
Il segretario reggente del PD ha in programma un comizio all’hotel Centrum Palace a Campobasso per la sera di mercoledì 18 aprile. So che sarà difficile trovare un momento esclusivo. Ci sarà la ressa di giornalisti e l’organizzazione locale del PD non è dell’umore giusto per investire tempo e risorse per allestire una sala riservata dove svolgere l’intervista. Quindi scelgo di chiedere aiuto all’amico Filippo Sensi, portavoce del presidente del Consiglio Gentiloni. Filippo prepara il campo con Valerio Godino, ufficio stampa di Martina. La disponibilità in linea di massima c’è, ma nessuna certezza mi viene garantita: occorre comprendere i tempi dell’agenda del segretario e coordinarsi con l’organizzazione locale del PD. Non resta che anticipare la situazione. Con il mio collaboratore Daniele siamo al Centrum Palace tre ore prima dell’inizio del comizio. Con il consenso del direttore dell’hotel facciamo un sopralluogo nella sala. Decidiamo di allestire un set “volante” davanti alla porta di ingresso al retropalco della sala. Martina non è detto che passi di là per entrare in sala. Al momento dell’arrivo all’hotel davanti all’ingresso le telecamere delle televisioni nazionali e locali vanno all’assalto di Martina. Lui si concede. In quel frangente cerco Valerio Godino per comprendere la fattibilità dell’intervista. Appare titubante. Martina entra in hotel, lo affianco vicino alla scorta, che per fortuna decide di farlo entrare nella sala dalla porta dietro il retropalco e non dall’ingresso anteriore. A quel punto mi presento e cito Filippo. Martina appare sereno e disponibile. Vede il set allestito con le due telecamere, le tre luci, i due croma-key posizionati dietro le sedie e non si sottrae all’intervista. I contenuti della quale saranno rilanciati dall’Ansa e ripresi da tutte le testate nazionali, con specifica citazione del format “Tutti Candidati”. Martina nel nostro dialogo annuncia la “responsabilità del PD nell’evitare il voto anticipato.” Di fatto a Campobasso Martina annuncia per la prima volta ai miei microfoni, anche se in modo non del tutto limpido come farà nei giorni successivi, l’apertura del PD al dialogo con il M5S, che poi Matteo Renzi si incaricherà di far naufragare.

Le mani
Le mani di Martina emergono raramente nell’inquadratura a mezzo busto, una volta sola in modo esplicito per elencare i tre punti programmatici che il PD ha proposto a Mattarella. La comunicazione non verbale di Martina non ne fa un uso abbondante e comunque non strategico, come invece abbiamo visto in Berlusconi e Salvini. Piuttosto è il busto che si muove, sobbalza dalla seduta, ondeggia in avanti e di lato, si stringe nelle spalle, dà spazio al collo e al volto per allungarsi verso l’interlocutore. Una dinamicità non frenetica, ma che ricorda il beccheggiare ipnotico di un galleggiante.

Il volto
E’ il volto di Martina a catturare l’attenzione. Lì si concentra tutto il para-verbale del politico lombardo. Come il corpo anche il volto ondeggia. Non è mai fermo. Si inclina a destra e a sinistra con ritmicità. Quasi che il peso delle idee da sostenere implichi uno sforzo enorme, al quale cedere ogni tanto con cadenza regolare. La mimica facciale è accentuata. Sopracciglia e labbra superiori s’inarcano e si sollevano con puntualità per sottolineare passaggi, tradire emozioni, anticipare giudizi. Il volto annuisce ripetutamente per dare forza ai segnali di assertività, per condividere le riflessioni dell’interlocutore, per dare giudizi positivi. Lo sguardo spesso abbandona l’interlocutore, non per cercare la telecamera e il contatto diretto con lo spettatore, ma per organizzare al meglio la fase verbale successiva, creando però un senso di assenza e di abbandono in chi guarda.

Le parole
Martina ha un eloquio formale, ma accessibile. Privo di guizzi ritmici, di pause ad effetto. Non costruisce i periodi per stoccare di fioretto un messaggio ad ogni intervento. E’ un discorso garbato, spesso in difesa, alla ricerca di un tono di riguardo per ciascuno dei diversi pubblici in ascolto: l’intervistatore, il Quirinale, gli amici di partito, Renzi, le forze che hanno vinto le elezioni. Un eloquio privo di “nemici”. Gli elettori però arrivano dopo, non sono mai il primo target. Martina come Salvini utilizza spesso il “noi”, ma lo riduce alla nicchia del suo partito, all’enclave del suo gruppo dirigente. Lo soffoca in una funzione di parte, che non svolge un ruolo di identità ampia. Allo stesso tempo il lavoro che Martina affida al PD per il bene dell’Italia è definito come “onesto, sincero, leale, responsabile”. Lo sguardo è rivolto prioritariamente al proprio interno. Al tentativo di conformare il giudizio di identità che la propria comunità deve riconoscere al partito che ora sta guidando. E’ uno sforzo di aspirazione a connaturarsi con l’ideale immaginifico che un PD ideale deve svolgere. Il Paese c’è con i suoi problemi, ma appare sullo sfondo della narrazione. Prima c’è la metafisica del partito. E ancora, quando Martina si difende dall’insinuazione che ci siano divergenze con Renzi dice: “Siamo una squadra, lavoriamo bene insieme, cerco di interpretare il mio ruolo con il massimo dell’unità e della collegialità.” Parole che guardano dentro la dinamica di un gruppo e non alle esigenze, concrete, impellenti, urgenti del Paese. Il coraggio nel dirsi soddisfatto dell’esito elettorale in Molise solo in caso di “vittoria” tradisce, infine, una guasconeria che non gli è propria, che non gli veste affatto bene e che lo consegnerà la notte del 22 aprile al severo giudizio di una inutile dissimulazione durante la campagna elettorale del grave stato di crisi che la sinistra italiana sta vivendo.
I punti di forza
La mitezza, il garbo.
I punti di debolezza
Scarso carisma.

Giorgia Meloni

L’intervista
La segretaria di Fratelli d’Italia ha in programma un comizio in piazza Duomo a Termoli per la sera del 19 aprile. Tramite il sindaco di San Giacomo degli Schiavoni, Costanzo Dellaporta, entro in contatto con lo staff della Meloni. Illustrata la logistica favorevole per registrare l’intervista, in considerazione della vicinanza del mio studio con il luogo del comizio, decidiamo di registrare prima dell’evento pubblico. E’ il giorno delle consultazioni svolte dal presidente del Senato. Quando la Meloni arriva a Termoli Di Maio non è ancora uscito dall’ufficio della Casellati. La Meloni ha già la clip del microfono sulla giacca quando su mia sollecitazione decidiamo che ha più senso attendere le dichiarazioni di Di Maio prima di registrare l’intervista. Così la Meloni va in piazza a fare il comizio. Il rischio è alto, dopo il comizio potrebbe decidere di non fare più l’intervista. Alle 20.30 Di Maio ha già parlato e la scelta di rinviare l’intervista si rivela per fortuna giusta, perché la Meloni torna nel mio studio e alla prima domanda attacca a testa bassa il capo politico del M5S, che definisce “un patetico bimbo capriccioso:” Naturalmente la frase farà notizia.

Le mani
Come per Martina le mani della Meloni sono nascoste dall’inquadratura a mezzo busto e entrano raramente a sostenere la sua comunicazione non verbale, quasi sempre solo per ribadire ritmicamente l’elencazione di liste. Ma tutto il corpo dell’ex ministro inaspettatamente si esibisce in notevoli interpretazione teatrali, come quando imita lo struggimento di Luigi Di Maio che aspira disperatamente a fare il premier: “Lo deve fare lui il premier, lo deve fare lui…”.

Il volto
Lo sguardo della Meloni induce saltuariamente sull’interlocutore e a volte, più del necessario, cerca la telecamera. Più spesso gli occhi si spostano nell’angolo in basso a destra, in cerca di ispirazioni, di pensieri, per richiamare idee. Il volto si irradia sempre in un sorriso di autocompiacimento al termine delle frasi che “nascondono” una battuta o un gioco ironico rivolto contro gli avversari: “… nessuno gli ha detto (riferito a Di Maio) che non ha vinto le elezioni.” Più spesso il volto si incupisce quando i temi affrontati assumo un rilievo di solennità (quando parla di Mattarella o della Casellati). Nell’attesa della domanda il volto della Meloni si acciglia, quasi in un istintivo riflesso di autodifesa.

Le parole
“Vogliamo governare, vogliamo un’Italia che sbatta i pugni in Europa… La nostra identità, le radici della cristianità, il campanile.” Le parole iconiche della Meloni emergono nella domanda sull’ipotesi di guerra civile in Europa enunciata durante il discorso al Parlamento Europeo dal Presidente della Francia Emmanuel Macron, fra Stati che si chiudono e Stati disposti ad aprirsi. Qui la Meloni esibisce la sua vera identità nazionalista, anti-globalista, anti-mercatista. Non disdegna il provocatorio parallelismo con il premier ungherese Orban, anzi lo rivendica. Nella domanda fuori contesto – non si parla di consultazioni, non si parla di elezioni regionali – dunque emerge la vera identità politica della leader di Fratelli d’Italia, che resta l’esponente più sinceramente a destra dello schieramento costituzionale della Repubblica. La Meloni però proprio su queste parole chiave identitarie subisce un sofisticato gioco di erosione del consenso da parte di Salvini. Come abbiamo visto il leader della Lega sa solleticare in modo più acuto e moderno il senso nazionalista degli italiani, attraverso uno schema lessicale meno rigido e scontato o accusabile di reminiscenze dittatoriali. Mentre la Meloni parla “della nostra gente”, Salvini arriva alla forma lessicale essenziale che si riduce a un semplice “noi”, che prevede sempre la contrapposizione di un “voi” o di un “loro”ad indicare i nemici, i colpevoli, i responsabili della crisi e delle cose che non vanno.
I punti di forza
L’autenticità.
I punti di debolezza
La contendibilità dei temi.

(Blog Antonello Barone)