Ponticelli, i funerali di Ciro

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Oggi è stata dura. Dopo l’abbraccio della città a mia mamma sono voluta andare a Ponticelli ai funerali di Ciro, 19 anni, vittima della stessa violenza, dello stesso odio, delle stesse armi.

La vita ha voluto che celebrassi l’11 giugno un altro funerale per gli stessi motivi di 19 anni fa. Sono cresciuta a pane e dolore eppure la vita dentro di me urla più forte e oscura con la sua luce la morte. Il gesto più coraggioso che sento di aver fatto è quello di decidere di non odiare, perché l’odio serve solo a punire ed è invece con l’amore che si cambiano le cose e a me la cosa che interessa è cambiare le cose affinché non ci sia più tutto questo dolore per altre famiglie, con altri lutti, in altre case della mia città.

Mamma ci ha insegnato a sorridere sempre, superando le difficoltà. Papà, invece, a camminare non permettendoci di dire “la vita è così, crudele”. Sono stata fortunata perché nella mia vita 19 anni fa è nata Libera, con don Luigi Ciotti, don Tonino Palmese e tanti fratelli e sorelle, non di sangue, che sono diventati tali perché capaci di sentire nello stesso modo le ingiustizie e perché abbiamo trasformato insieme ciò che ci è accaduto in testimonianza e consapevolezza, come familiari prima, come cittadini poi.

Sono fortunata perché mi hanno insegnato che avevo diritto ad urlare il mio dolore e che non dovevo vergognarmi per quello che era accaduto. Sono fortunata perché ho studiato diritto e ho capito che mia mamma non era “nel posto sbagliato al momento sbagliato” ma era nel posto giusto al momento giusto. Non aveva sbagliato lei ma ci sono persone che fanno scelte sbagliate e rendono le nostre strade violente. Sono fortunata perché io do il mio contributo affinché tutto questo un giorno finisca, e da tre anni accanto ad uno straordinario uomo, che è il nostro sindaco, Luigi de Magistris. Mi dispiace molto invece per chi permette a questo fenomeno di diventare un limite per se stesso, per il suo presente, per il suo futuro. Tutto questo dolore non deve abbatterci ma motivarci a ribellarci da domani, ancora di più.

A liberare Napoli o saranno i napoletani o una liberazione dalla violenza camorrista, dalle corruzioni, dalle povertà non l’avremo mai. Da soli, con le nostre forze. A tutti i ragazzi, anche quelli che sbagliano, dico di stare dalla parte di mia mamma, di Ciro, di Maikol, di Genny perché anche chi ha sbagliato può riscattarsi. Loro sono morti e sta a noi farli profumare ancora di vita e convertire quei tanti vivi che invece, come parassiti, puzzano di morte.

Scriviamo il nostro pezzo di storia attraverso una memoria viva ed un impegno infaticabile.

Dobbiamo essere decisi e rendere Napoli città di giustizia. Che nessuno impugni più un arma. Vi chiedo di avere fiducia, di non essere spettatori, di avere parte, di prendere parte. Ragazzi dovete sapere che questa Napoli dove le periferie sono ghetti popolari non l’abbiamo costruita noi e che insieme abbiamo la possibilità di costruire un’altra città basata sul rispetto delle persone, qualunque sia il loro reddito e la loro “posizione” nel mondo.

Tutti hanno gli stessi diritti e se tra i tanti diritti noi abbiamo il diritto ad essere la prima generazione a vivere senza camorra dobbiamo capire che abbiamo anche il dovere di impegnarci per questo.

Foto di Fernando Alfieri

Alessandra Clemente

Alessandra Clemente è la figlia di Silvia Ruotolo, uccisa a Napoli da un branco di camorristi che si sparavano tra di loro nel 1997. Oggi Alessandra è impegnata a mantenere vivo il ricordo delle vittime innocenti della criminalità organizzata. Oggi è assessore alle politiche giovanili del comune di Napoli.

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