Quel bando pubblico in lingua napoletana

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“Cchiuù ne simme e cchiù bell parimm”: una manina furbetta, forse in rigurgito di ritrovata “italianità”, ha lavorato di forbici e bianchetto cancellando la frasetta in napoletano che chiudeva, con un pizzico di folclore tutto partenopeo, uno dei capitoli-chiave del bando pubblico dell’Ept, l’ente provinciale del turismo.  Troppo tardi, però. Su Internet tutto resta, nulla cade nell’oblio.

E quel bando che parla un po’ in napoletano, così lontano dall’asettico e spesso incomprensibile linguaggio che regola le gare d’appalto, è rimasto per alcuni giorni sul sito ufficiale dell’ente, sorprendendo più di un’impresa, facendo sobbalzare i tecnici dell’assessorato al turismo della Campania e, probabilmente, rovinando il sonno (se non la carriera) di qualche burocrate.

Fatto sta che nell’edizione riveduta e corretta della gara per finanziare il “Villaggio Napoli 2014, vedi Napoli e poi… torni”, le espressioni in napoletano sono scomparse.

Prima del taglio…

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e dopo…

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Chissà, forse l’onore dell’Ente, da mesi commissariato dalla Regione, è salvo. Eppure, la frase finale del comma C, dopo un’impeccabile premessa, tutta in stile “regionalese”, era a dir poco originale se non “innovativa”.

L’ente, si spiegava nell’articolato del testo “non si sostituisce agli attori di mercato, ma effettua attività di promozione delle iniziative coinvolgendo il maggior numero di operatori pubblici e privati”. Fin qui, tutto bene. Poi evidentemente, quel concetto deve essere sembrato effettivamente poco diretto, asettico, un po’ gelido.

E così, l’autore del bando, si è lasciato un po’ andare, ha sciolto i freni del “burocratese” ed ha deciso di parlare direttamente al cuore: “Il coinvolgimento degli operatori – si leggeva testualmente nel bando pubblicato fino a qualche giorno fa – avrebbe dovuto seguire la logica “cchiù ne simm e cchiù bell parimm”, ovvero “più siamo e meglio è”.

Un bel modo, insomma, per chiamare a raccolta tutti gli operatori. Solo, che a questo punto, avrebbe dovuto continuare, magari sollecitando la presentazione delle domande (“facimm ampress’”). O, mettendo in guardia da truffe o da offerte atipiche (“accà nisciun è fess”).

Certo, ci sarebbe stato qualche problema di traduzione. Probabilmente a Bruxelles, dove i bandi devono essere rigorosamente europei, qualche euroburocrate avrebbe storto il naso e sottolineato la frase in dialetto con la matita rossa e blu. Ma vuoi mettere con la ritrovata chiarezza della frase in dialetto, con l’immediatezza dell’espressione popolare, che arriva direttamente alla pancia del lettore.

Poi, però, a qualcuno quella frasetta in dialetto non deve essere andata a genio. Le organizzazioni, soprattutto quelle pubbliche, amano parlare aulico e forbito, utilizzano paroloni astrusi e aggettivi ricercati.

Così, con un colpo di forbici il dialetto è scomparso. Troppo tardi per non lasciare traccia. E troppo brutale per evitare una brutta figura. Eppure, sarebbe stata sufficiente una piccola spiegazione, magari ironica, per spiegare la frase. O, una semplice traduzione. Invece, quella cancellazione così brutale è stata molto di più di una ammissione di colpa. E’ stata la bocciatura, frettolosa, di un dialetto che ha avuto da sempre la dignità di una lingua. Come a dire: “Villaggio 2014, vedi Napoli e poi…sbianchetta”.

Antonio Troise

Antonio Troise. Napoletano doc, dopo 27 anni di carta stampata, quasi tutti al Mattino ma con qualche incursione nei settimanali (Panorama, Mondo...) e sporadiche collaborazioni sul piccolo schermo (Rai e Tv locali) ha deciso di voltare pagina, fulminato dalla rivoluzione digitale. Web, blog, social network sono gli strumenti che offrono ai giornalisti la possibilità di riconquistare autonomia e creatività. E dare voce anche al Sud, avvolto da una cappa di assordante silenzio. E, invece, proprio la Rete offre un’occasione in più per narrare e per restare al Sud.

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