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«Ridere è resistere, perché ridere è raccontarsi»

C’era una volta, in un villaggio sperduto di una terra lontana, conosciuta da tutti come Afghanistan, una ragazza che voleva diventare medico. Allora Shirin-gol, questo il suo nome, va da Azadin che, oltre ad essere medico, è anche l’unica donna a lavorare nel villaggio. Vuole fare esperienza. La donna accetta. La sera, quando la ragazza torna a casa dalle sue sorelle, racconta loro della vita di Azadin, che è sola, senza un uomo che la protegga e la mantenga e non ha paura di far entrare sconosciuti a casa sua. Le ragazze, ascoltando le inusuali vicende di Azadin, ridono a crepapelle. Ridono come se mai lo avessero fatto.

Il riso nasce sulla ruota di un carro pieno di speranze, come quello che hanno trascinato Francesca Camilla D’Amico, Marcello Sacerdote, Martina Morgione e Sebastian Giovannucci, ovvero i giovani attori della compagnia pescarese Muré Teatro, il 28 e il 29 novembre sulle scene di «Courage», al Teatro cinema Sant’Andrea di Pescara. Storie di coraggio, emigrazione, e poi le loro storie, le disavventure di quattro ragazzi di provincia che vogliono rappresentare «Madre Courage» di Bertold Brecht. Ma la provincia è ostile, retriva, spesso scoraggiante, quella stessa provincia «che ama mettere a disposizione le sale polivalenti per fare le feste di compleanno, mica per la cultura» e per loro, che non vogliono mettere in scena il solito D’Annunzio, di speranze ce ne sono ben poche.

Storie comuni, storie già sentite. Quello che invece si sente meno è la resistenza sbandierata con un sorriso. «Ridere è resistere, perché ridere è raccontarsi», mi raccontano Francesca e Marcello. E loro la paura amano sfidarla tanto che «la gente ci segue». Malgrado la provincia, malgrado Pescara sia «una città borghese, dove chi ha estrazione umile non ne vuole sapere della cultura, perché pensano che a teatro rappresentino cose troppo difficili, storie campate in aria che alla fine non vogliono dire niente. Anche chi è di sinistra non lo è mai nel vero senso parola, perché la cultura radical chic, imperante nella provincia, tende a proporre un teatro troppo sperimentale, astratto, che taglia fuori tutta quella gente dove la sinistra è nata, i più umili che alla fine si ritrovano, senza altri stimoli, a consumare il loro tempo davanti alla televisione».

Loro, invece, vogliono interagire proprio con quel mondo che, spesso, rischia di farsi atrofizzare dalla nebbia. E a Pescara di inverno ce n’è tanta. Vogliono parlare la loro stessa lingua, aprire il loro cuore raccontando storie che da quel cuore pulsano ed è lì che vogliono tornare. Loro, mi dicono, vogliono cambiare il mondo attraverso il teatro, ma un teatro che sia capace di raccontarlo da dentro quel mondo, partendo dal basso, attraverso l’umorismo, che per sua natura è sovversivo.

E allora ecco che cambia anche il modo di intendere il teatro, ritrovando la sua forza nel teatro raccontato: «Noi abruzzesi non abbiamo una forte tradizione teatrale, come quella veneziana. La nostra tradizione si basa sul racconto orale. Per preparare “Tento tanto” (altro spettacolo della compagnia andato in scena per la prima volta nel gennaio 2013), abbiamo intervistato i pescatori, la gente comune, quella della Pescara di una volta, quella che c’era prima delle vetrine, delle grandi marche di Corso Umberto I, quella che oggi rischia di scomparire e può sopravvivere solo attraverso la memoria. Noi vogliamo tessere i fili di quella memoria e raccontarla al mondo, per cambiarlo ricordandogli chi siamo».

Alcuni anni fa i ragazzi del Muré Teatro hanno portato «Tento Tanto» a Instanbul. Inevitabile chiedersi come abbiano fatto a condividere una realtà, così particolare e se vogliamo locale come quella dei pescatori pescaresi, con un’altra realtà, quella turca appunto. Eppure, mi raccontano i ragazzi, c’è stata una condivisione immediata, «ci siamo sentiti accomunati dalla stessa esigenza: la necessità di cercare insieme una città futura, necessità che va oltre le frontiere linguistiche», racconta Francesca. Cercare una città futura, ma ripartendo dalla tradizione, resistere insistendo su un’idea di uomo che recuperi la dimensione più autentica dell’umiltà, lottare con «coloro che instancabili continuano a lottare per le ragioni degli ultimi: le sole a coincidere con quelle dell’intera umanità» precisa Marcello, citando Sandro Cianci, fondatore e regista del Piccolo teatro Me-Ti, dove i ragazzi si sono formati.

Prima di separarci, Francesca mi confida quanto sia difficile continuare, proporre, fare teatro, raccontare storie, quando hai rifiutato le guide, quando insegui soltanto te stesso, proponendo un’arte che sia libera da qualsiasi forma di compromesso, insistendo proprio lì dove tutti ti dicono che è meglio lasciar perdere. Portando sulla platea la tua integrità e anche le tue fragilità, con il coraggio di chi non ha paura di svelarsi. Non gliel’ho detto, ma ho pensato che è proprio per questo che, chissà da quanto tempo non succedeva, il Teatro Sant’Andrea di Pescara, che conta 300 posti, quei due giorni ha registrato il sold out. E gli spettatori erano coinvolti, rapiti, la gente rideva, sorrideva, rifletteva, ed è stato proprio per questo: perché sulla scena, quei quattro ragazzi cresciuti nella provincia, come solo i veri attori sanno fare, mentre recitavano non stavano facendo per finta. Perché il coraggio loro ce l’hanno veramente.

(Le foto sono state realizzate da Francesco Aversa)


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