Ottobre 1967: la granturismo Alfa Romeo, proveniente dalla Campania, si arrampicava nervosamente tra i tornanti dall’Aremogna. Era diretta all’Hotel Paradiso.

Mio padre, trentenne e pieno d’energie, stava comprando casa in quel costruendo alveare, aderendo ad un rito della media borghesia meridionale.

Infatti Roccaraso, in quel tempo, era un ibrido di sport ed esclusività; una combinazione vincente, che avrebbe costruito il successo di cui gode in tutta Italia. Fu allora che si posero le basi per la “Cortina del Sud”.

Ma la storia di Roccaraso viene da molto piu’ lontano.

Ripercorriamone le tappe e cerchiamo di capire in qual guisa, il paesino abruzzese, abbia ispirato il connubio tra turismo e sport invernale.

Secondo le ricerche accurate di Ugo del Castello, memoria storica di Roccaraso, la trasformazione del paese, da borgo di pastori a stazione di diporto invernale, si puo’ far risalire ad una data precisa: 26 febbraio 1910. Vale a dire: tre giorni prima dell’insediamento del breve governo di Luigi Luzzati, l’economista che succedette a Sonnino. In un’epoca in cui il nazionalismo iniziava, sotto l’eco dei motti dannunziani, a creare quel pasticciaccio cultuale, dove Mussolini trovo’ terreno fertile per inserirsi.

In quei giorni, dall’ex capitale del regno sabaudo, discesero i rocciosi fratelli norvegesi Smith, istruttori del Regio Esercito, i quali accompagnarono alcuni sciatori dello Sky Club Torino, al “Primo Convegno Invernale Sportivo”. Si trattava di una tre giorni, in cui allo scambio culturale, si alternavano evoluzioni legate agli sci: gare di salto e di discesa.

Siamo agli albori dell’agonismo di uno sport che, come pratica di vita o sopravvivenza, sembra essere antico quanto l’uomo. Infatti, le prime tracce si trovano addirittura in archeologia. Per esempio, nella caverna di un isolotto norvegese, sono stati rinvenuti disegni stilizzati di sciatori, risalenti alla preistoria nordica.

Frammenti di sci primordiali, invece, sono stati trovati in Scandinavia e in Siberia. Ma l’esemplare piu’ antico, e’ considerato lo sci di Ovrebo, sempre in Norvegia. Secondo gli archeologi, esso risale a 2500-3000 anni fa.

Le aree di sviluppo dello sci, a livello planetario, sono quattro. Da quella nordica deriva lo sci moderno. Ma il nome e’ mutuato dall’area artica, infatti in quei luoghi, due millenni or sono, l’attrezzo sciistico era foderato di pelle, e dal termine skid, che significa, appunto, “ricoperto di pelle”, nasce il nome attuale.

La prima gara ufficiale di cui si ha notizia nella storia risale al 1050, cioe’ la mitica competizione avvenuta tra il fortissimo re Andraade ed il guerriero Heming.

Dal contatto con la civilta’ europea, gli Scandinavi, abbandonarono la pratica dello sci, per riprenderla nel 1600 a scopi militari.

Nel 1874 si organizzo’ ufficialmente una gara di fondo, dove risulto’  vincitore il celebre esploratore Nansen.

Ma il primo “sci club” era gia’ nato  nel 1861, a Trysil (Norvegia).

Nel 1879, a Huseby, gli sciatori del distretto di Telmark, vinsero tutte le gare con una tecnica che rivoluziono’ il mondo di questo sport. Huseby era nei pressi di Cristiania, il luogo che diede nome celeberrimo stile.

In quell’occasione, gli sciatori usarono due sci ed un paio di bastoncini, le cui forme divennero quelle ufficiali. E il giorno in cui a Huseby si svolse quella gara, puo’ essere considerato l’anno di nascita dello sci dell’era moderna.

Sull’esempio norvegese nacquero, nel centro Europa, numerose scuole di sci, soprattutto in Austria e Svizzera. Ma bisogna aspettare il 1924, affinche’, a Berna, nascesse la Federazione Internazionale dello Sci.

Nelle varie nazioni, esse erano nate autonomamente. In Italia, nacque nel 1920.

Le stazioni sciistiche, presero il via nelle Alpi.

Le due prime in assoluto furono quella di Sankt Anton, in Austria e Saint Moritz, in Svizzera. Seguirono ad esse, intorno al 1920: Innsbruck e Kitzbuhel, sempre in Austria; Garmish in Germania; Chamonix, Mengève, l’Alpe d’Huez e Grenoble in Francia; Zermatt, Wenghen, ancora in Svizzera.

Per l’Italia abbiamo: Cortina d’Ampezzo, Sestriere, Cervinia, Madonna di Campiglio e Selva di Val Gardena. Qui furono costruite le prime funivie, costose e di difficile esecuzione tecnica.

I primi esperimenti di tale impianto di risalita, risalgono al 1912. Infatti, in quell’anno, vengono costruite le rudimentali funivie di Lana-San Virgilio (in Alto Adige) e quella di Mucrone, nei pressi di Biella.

In Italia, comunque, per risalire agli albori, bisogna rifarsi al 1901, quando l’ingegnere svizzero Adolfo Kind, fonda il primo sci club.

Nel 1909, a Bardonecchia, si svolgono i primi campionati italiani di fondo e abbinata fondo-salto.

Roccaraso, dunque, s’inserisce in questo contesto. E questo breve escursus, risultera’ utile   per collegare  le varie tappe di crescita del paesino abruzzese. Onde apprezzarne il suo contesto, comunque pionieristico.

Infatti dalle Alpi, vari appassionati, erano scesi nel centro abruzzese, per diffondere la pratica del “nuovo sport”, stringendo ottimi rapporti.

I fratelli Smith, accompagnarono sciatori di quel primordiale sci club di Torino, per “provare” le nevi e le piste delle imponenti montagne abruzzesi.

Non dimentichiamo, comunque, che nulla nasce per caso. L’Abruzzo era la regione dell’imponente Gran Sasso d’Italia, e per tal ragione godeva di una particolare attenzione.

Ma quale fu la scintilla che trasformo’ Roccararaso da borgo di pastori a stazione sciistica?

Il 18 settembre 1897, sicuramente e’ una data cardine. Vale a dire quando venne inaugurata la linea ferroviaria Sulmona-Isernia. Essa passava per il centro del paese e rappresento’ il collegamento essenziale con la ex capitale del regno Borbonico (Napoli) e l’attuale capitale. Due formidabili serbatoi di provetti sciatori, provenienti dall’aristocrazia e dall’alta borghesia del Regno d’Italia.

In quegli anni nacquero i primi alberghi. L’antesignano “Monte Maiella”, gestito dal cuoco di una ricca famiglia svizzera, ed il celebre “Savoia”, che prese il nome della famiglia reale.

Racconta Emilio Buccafusca, noto pioniere dello sci: “….alle 0.40, un treno vaporiera si staccava dalla stazione di Napoli-Piazza Garibaldi, ed alle otto in punto si fermava a Roccaraso depositando gli sciatori che, muniti di due assi cornute impattate a due mazze di nocciolo, con alla punta un chiodo e due rotelle di bambu’. Essi si avviavano subito al Vallone S. Rocco per avventurarsi alla Selletta, all’Aremogna, al Rifugio, alle Toppe del Tesoro, al Fratello, al Monte Greco.  Erano a volte capaci di una traversata difficile: la Roccaraso-Scanno.”

Nel 1914, anche il piccolo paese degli Appennini, cerca di dotarsi di una scuola di sci. Infatti, all’ordine del giorno del consiglio comunale di Roccaraso, in data 9 agosto, appare tale esigenza. Ma per il momento non se ne fece nulla.

Intanto gli alberghi e le camere in fitto, per i “forestieri”, aumentavano di numero. Ed i Savoia, stanchi di dover raggiungere la loro Torino, per fare qualche discesa e calpestare un po’ di neve, iniziano ad utilizzare Roccaraso per le loro escursioni.

Fu un momento topico, per la cittadina abruzzese. Il principe ereditario Umberto e la principessa Giovanna, in un’epoca in cui il fascismo imperava, cominciarono a frequentare assiduamente il corso Roma.

L’Hotel Savoia li vedeva spesso abitare le sue camere austere. E la confidenza fu tanta, che la principessa inizio’ a frequentare le donne del luogo, dimostrando grande affabilita’.

Nel 1922, il principe fu ospite delle gare che si svolsero a Roccaraso. La principessa fu presente negli inverni del ’27 e ’28.

Umberto si dilettava tanto a sciare e ad assistere alle gare di fondo e di salto dal trampolino.

Alla fine degli anni ’30, anche il piccolo Juan Carlos di Borbone, attuale re di Spagna, fu ospite per qualche mese dell’Hotel Savoia.

Quindi, al pari delle blasonate localita’ turistiche alpine, Roccaraso negli anni venti, inizio’ a proporre lo sci. E negli anni ’30 si sviluppo’ quanto si era seminato.

L’Italia tutta, stava cambiando. Da societa’ essenzialmente contadina, iniziava ad esprimere commerci ed industria. Cio’ creo il nerbo di una media borghesia che aveva voglia di divergere dai soliti casino’ e civetterie dell’aristocrazia, per declinare verso un lusso piu’ sobrio e che comprendeva anche la vacanza sulla neve.

Parallelamente, Roccaraso, godette di questo impulso ed in una guida turistica del 1938 si leggono i risultati di questa tendenza. Erano presenti ben otto alberghi: il Savoia, il Reale, il Principe, il Roma, il Monte Maiella, il Palace, ed il Rifugio Principessa Giovanna. Inoltre v’erano sei pensioni e oltre ottantacinque fittacamere.

Dai nomi degli alberghi, si evince quale fosse il rispetto e la riconoscenza dovuta ai membri di Casa Savoia. Ma anche quello nei cospetti delle metropoli che fomentavano lo sviluppo. Comunque, Roccaraso offriva ai propri ospiti altre particolarita’: come il bellissimo teatro, fondato nel 1698, o l’altero circolo dei forestieri. Inoltre: una scuola di sci e un servizio di slitte, le quali circolavano nel paese, trainate da cavalli ciondolanti e scampanellanti. Davvero una bella cornice che affascinava sempre di piu’ il futuro “re di maggio”.

V’era in paese, anche l’elegante sede dello Sci Club Roma, che in collaborazione con la locale scuola di sci e con l’amministrazione comunale, aveva curato la costruzione di un trampolino di lancio, che portava, appunto, il nome della citta’ eterna.

Tale trampolino ebbe un’importanza fondamentale. Infatti, permise al paesino abruzzese di rendersi sede degli allenamenti della nazionale italiana di salto, oltre che essere teatro di memorabili gare.

Ma sostanzialmente, Roccaraso, difettava di impianti di risalita. Una lacuna che rallentava la crescita del turismo e la sua qualita’. Bisognava provvedere e le soluzioni erano costose. Tra l’altro, quei simpatici montanari, non avevano voglia di tuffarsi in avventure troppo onerose. A loro bastava quel successo, inventato da una ferrovia, quarant’anni prima.

Furono due commercianti napoletani, che si misero in testa una luminosa idea: la costruzione di una slittovia.

La slittovia, come impianto di risalita, prese piede in Italia a partire dal 1934, e nacque per i suoi costi limitati rispetto alla funivia. Essa duro’ lo spazio di breve tempo. Infatti, a ridosso del secondo conflitto bellico, scomparve dal panorama sciistico. A stroncarle il cammino furono le sciovie e le seggiovie.

La slittovia constava di una o due slitte, trainate da una fune traente, la cui marcia era controllata da un conducente tramite un sistema di sterzo. La fune traente si avvolgeva, a monte, su un argano mosso da un motore elettrico o termico. La frenatura era effettuata sia sulla fune traente, con un dispositivo manuale, sia su arpioni sistemati sulla slitta e che venivano affondati nelle neve. La velocita’ non superava i 3,5 km/h.

I committenti di Roccaraso, si rivolsero alla ditta Agaudio, una delle due aziende, che insieme alla Graffer, avevano provveduto a costruire le slittovie delle Alpi.

Nella delibera del 15 giugno del 1937, il Comune di Roccarso, sanciva: “……riconosciuta la necessita’ di provvedere al collegamento dell’abitato con i maggiori campi di neve, mediante la costruzione di una slittovia, che anche agli effetti propagandistici costituirebbe un forte richiamo sui turisti e sportivi centro-meridionali. Ritenuto che per la realizzazione del piano finanziario tra enti e privati, occorre un preventivo della spesa di costruzione, nonche’ di dati certi sugli oneri di esercizio, e pertanto emerge la necessita’ di invitare un tecnico a studiare sul posto l’impianto. A voto unanime, conferisce al presidente barone Raffaele Angeloni, l’incarico di provvedere di conseguenza.”

La delibera declina chiaramente gli intenti di questa joint venture, tra il comune e i due privati: l’ingegnere Donato Di Domenico ed Antonio Raffaele Lebano.

Dopo elucubrazioni, si decise di costruire l’impianto sul monte Zurrone. Cosi’, tra burocrazia e intrapresa, iniziava un nuova avvincente avventura.

L’iter finanziario, finalizzato al funzionamento dell’impianto per l’imminente stagione invernale, venne esperito in tal guisa. Di Domenico e Lebano vennero muniti di concessione per lo sfruttamento dell’impianto per 29 anni. Nonche’ beneficiati dell’uso, per la costruzione delle murature, di pietre e sabbia esistenti sul posto.

Ci fu l’impegno del Comune di vendere i suoli per le stazioni di arrivo e di partenza,  e suoli per eventuali pertinenze tecniche (anche bar e alberghi), al prezzo di una lira al metro quadro. Ci fu l’autorizzazione al taglio degli alberi nelle zone, necessarie alla costruzione della pista, e l’autorizzazione per la sistemazione dell’impianto elettrico.

A seguire, anche la facolta’ di tagliare legna per riscaldare le due stazioni, di partenza e di arrivo.

Il percorso studiato, era pari a 650 metri di risalita. La base di partenza era sistemata a 1330 metri, nei pressi del bivio per la strada che sale al Campetto degli Alpini, e l’arrivo a 1603 metri, nel punto ove parte la scalinata che conduce , oggi, ai Caduti senza Croce, sulla vetta del monte Zurrone.

Essendo il dislivello abbastanza accentuato (circa il 43% di media, con punte di 60), considerati i risicati mezzi dell’epoca, il lavoro era immane. E, come non bastasse, non vi era alcuna strada di accesso.

La prima cosa di cui ci si occupo’, fu la costruzione delle casette per la partenza e l’arrivo dell’impianto.

La prima ospitava la biglietteria, la seconda l’argano. Esso, era mosso da un potente motore elettrico e pesava alcune tonnellate.

Racconta Ugo del Castello, che l’argano raggiunse Roccaraso tramite treno, E cio’ ad inverno inoltrato.

Le parti che dovevano essere costruite in loco (e non erano poche), furono commissionate alle mani esperte di Luigi Del Castello, padre di Ugo. Cosi’ come l’onere di precedere all’assemblaggio di esse. Aiutanti di Luigi, che svolse un ruolo essenziale nella costruzione dell’impianto, furono i fratelli Tommaso e Goffredo.

Le operazioni erano tutte affidate alla creativita’, a volte all’estemporaneità di chi vi lavorava. Indi, anche il reperimento di molti accessori. Per esempio: l’aggancio della fune della slitta fu realizzato con due balestre di treno, reperite alla stazione ferroviaria. Esse furono appositamente forgiate e modellate, affinche’ raggiungessero le forme desiderate.

Quando arrivo’ l’impianto in stazione, esso fu smontato in due parti: l’argano ed il motore. E, trainati da buoi, ambedue i pezzi “partirono” per il monte Zurrone.

I comparti di tonnellaggio, circumnavigarono la montagna; i pezzi piu’ leggeri, seguirono la linea ripidamente diretta, a dorso di mulo.

Il tecnico dell’Agaudio provvide a montare l’impianto, nelle parti essenziali. Ma per funzionare, aveva bisogno della linea elettrica. E questa si dipano’, dall’attuale palaghiaccio, sino alle asperità del monte Zurrone.

Veniamo ora alle piste e vediamo in cosa si opto’.

Ne vennero costruite due, sul lato nord del monte. Una poco scoscesa, l’altra “aspra”, adatta alle gare di discesa.

Ma per lo slalom, ne venne ricavata una di fianco alla risalita, e fu denominata “Napoli”.

Tali piste entrarono nel range delle piste nazionali ed internazionali e furono utilizzate per gare di varia caratura.

Cosi’, Roccaraso finalmente poteva lanciarsi nell’olimpo dello sci che contava ed il suo blasone turistico saliva di rimando.

Gli alberghi iniziarono ad assumere forme piu’ confortevoli.

L’impianto roccolano, era dotato di una sola slitta, che saliva e scendeva il pendio. La sua dimensione era di tre metri e mezzo per uno e mezzo, ed aveva nel vano posteriore il porta-sci. I sedili erano snodabili, e quando la slitta scendeva, essi potevano ruotare, per porre l’eventuale passeggero in posizione da poter guardare il panorama a valle. Per manovrare tutto l’impianto bastavano due uomini. Uno all’argano e l’altro alla guida del mezzo.

Prima d’inaugurare la slittovia, si esperirono varie prove con dei blocchetti di cemento. E tutto filo’ liscio. Ma per la prova con uomo a bordo, ci fu una riluttanza generale. La discesa faceva molta paura. S’incarico’ di tale ardire Tommaso Del Castello. Che fu il primo ad usare quell’aggeggio.

Si correva a perdifiato per gli ultimi ritocchi. Tutto doveva essere pronto per l’inaugurazione, che si tenne al cospetto del principe di Savoia.

Per l’occasione, accorse raggiante tutta la popolazione, naturalmente vestita a festa. Il podesta’, Francesco Lancia, uomo austero ed intraprendente, diede il benvenuto al principe ed alle altre autorita’. Il momento era solenne.

Umberto sali’ con pochi fortunati ed effettuo’ la prima discesa. Roccaraso, finalmente, aveva la sua slittovia. Una delle poche in Italia e che funziono’, trasportando migliaia di turisti, per vari anni.

Ma sul piano storico, i venti di guerra iniziavano a soffiare minacciosi sull’Europa. Morire per Danzica? Questo era il ritornello che s’inseguiva sui giornali piu’ importanti del vecchio continente. Ci si preparava, dunque, al peggio. Il conflitto era alle porte. Ed esplose in tutta la sua virulenza, investendo l’Europa con una furia che non aveva limiti.

Sappiamo come e’ andata. E sappiamo che l’Italia fu teatro di un disastroso arretramento dei tedeschi, che lasciarono alle spalle morti e macerie.

Anche Roccaraso non venne risparmiata da tale sfacelo. E fu colpita in una delle maniere piu’ nefaste. Come Cartagine, fu rasa al suolo.

Le case, una ad una, vennero minate e fatte saltare in aria dai tedeschi. Il 98% del caseggiato venne cancellato. E con esso, la slittovia, il turismo e quella magnifica storia di pionierismo.

Ma i roccolani seppero uscire da quelle umili macerie con orgoglio e forza. Dopo aver ripristinato le proprie case, nel 1947 tirarono su il primo albergo: il Reale. A cui segui’ il Grande Albergo. Ormai il turismo sciistico era innervato nel tessuto vitale dei cittadini. E l’importante era ripartire. Ripartire per impinguare l’economia di un paese, che voleva rinascere sulle sue vestigia ormai strutturali.

Nel 1949, a Roccaraso, venne costruita la seconda seggiovia in Italia, la prima dell’Appennino. Quella dell’Ombrellone. A collaudarla fu il celeberrimo Umberto Nobile, in veste di ingegnere. Nel 1953 segui’ la costruzione dell’impianto di Roccata. Nel 1957 nacquero i primi impianti in quota, cioe’ gli skilift del Macchione e delle Gravare Piccole. Ma non vi era una strada per raggiungerli. Bisogna attendere gli inizi degli anni ’60 per vedere il tracciato che conduce all’Aremogna. Una strada che cambia il volto del turismo di Roccaraso. Nel 1962 viene tirato su l’Hotel Villa Aremogna, poi il Boschetto. Il Rifugio Princpipessa Giovanna, l’unico plesso sciistico scampato alla furia turistica, venne tramutato in albergo. E nacque il Pallottieri. In paese, gli alberghi, affollavano il corso principale.

Siamo a ridosso del 1967, quando quell’Alfa Gt Bianca, con il quale abbiamo iniziato questo lungo racconto, approdava sul piazzale del costruendo Paradiso. Avevo quattro anni e ricordo, indelebilmente,  come un operaio si affannava a chiamare a gran voce il costruttore.

Stette a chiamarlo per lunghi minuti. Poi, con i miei genitori, salimmo sino al settimo piano del gigantesco caseggiato.

Tutto era ancora in muratura, senza finestre. E visitammo vari appartamenti fino a scegliere la casa che cercavamo.

Dopo quarantotto anni in quelle stanze e su quei monti, è serbata la mia infanzia e la mia asolescenza. Ovvero ciò che mi lega indissolubilmente a Roccaraso e che mi ha spinto a scrivere di un paese di montagna, il quale per la sua storia e per la sua posizione geografica, è il Nord del Sud.