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Santino Cardamone, l’emigrato con la chitarra

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Eccolo tornato in tv: stessi baffi, stesso cappello e stessa devozione per la musica, sempre accompagnata da quella grinta che contraddistingue ogni nota intonata.

Santino Cardamone, classe ’86, emigrato 8 anni fa in Emilia-Romagna, nella città di Bologna, con una solo “diamante” in valigia: la  sua chitarra.

Come tanti giovani del Sud, è andato via dalla sua Terra, la Calabria, per studiare. Iscrittosi al DAMS, tra un esame e l’altro, ha sempre suonato in varie band come chitarrista. La bellezza dei live bolognesi lo ha spronato giorno dopo giorno finché la mancanza delle sue origini l’ha portato ad affiancare alla chitarra un’altra potentissima arma: la penna.

Si è laureato, è diventato docente di laboratorio di Tecnologia del legno nell’Istituto Tecnico per Geometri di Empoli e, infine, ma non per importanza, è diventato cantautore.

Bologna ha iniziato a intonare i suoi brani e, ben presto, anche il resto d’Italia.

Io ho avuto il piacere di incontrarlo pochi giorni prima del suo ritorno in tv come concorrente di Extra-Factor, programma al quale sta partecipando in questi giorni con grande successo. Ho voluto scoprire a fondo le sue origini, quelle che sono la sua Musa, la sua carica e il suo amore, insomma, le protagoniste d’eccellenza delle sue canzoni.

Da dove vieni?

Da Petilia Policastro, in provincia di Crotone. Ho lasciato, e non abbandonato, la mia Terra per motivi universitari.

Hai conseguito una laurea in DAMS ma, per ora, non la stai usando; pensi di accantonarla?

Ancora non lo so. Ti confesso che, appena laureato, mia madre ha voluto incorniciare il mio diploma di laurea e l’ ha appeso nella mia camera. Dopo un po’ io l’ho tolto e l’ho sostituito con il diploma di maturità, quello grazie al quale sono diventato docente di laboratorio di Biotecnologie, lavoro che amo e che mi consente di vivere anche di musica.

Qual è stato il primo brano che hai scritto?

“Il meridionale”, l’ ho scritto in un momento in cui mi mancava troppo la Calabria. Da allora non ho più smesso di scrivere.

Cosa ti manca di più della tua Terra?

Da quando vivo a Bologna, ciò di cui sento maggiormente la mancanza è la gente. Il suo calore e la sua disponibilità sono tipici della Calabria.

Ovviamente riconosco anche i lati negativi della mia Terra e, non a caso, nelle mie canzoni parlo anche di mafia e di giovani costretti a spostarsi per cercare un lavoro. Ormai non si emigra più in Lombardia o in Piemonte ma si va direttamente all’estero, purtroppo.

Hai mai pensato di fare la stessa scelta e abbandonare l’Italia?

Ho sempre pensato che per fare musica Londra è la città ideale, perché ha ancora l’impronta dei vecchi anni ’70. Il problema è che anche lì, come ovunque, del resto, non ci sono più i produttori di una volta che andavano nei locali in cerca di talenti.

E, poi, per andare a Londra devi sapere l’inglese, lingua che non conosco affatto, quindi per me sarebbe piuttosto dura. Però, non ti nascono che vorrei fare dei concerti anche all’estero.

Quando scrivi, la tua Musa è sempre la tua Terra?

Il mio primo album, quello che io definisco “autoprodotto” perché l’ho registrato con un mio amico e, poi, messo in rete, è tutto dedicato alla Calabria, al Sud, e già dal titolo “Terra, amore e libertà” si capisce.

“Uomini ribelli”, il mio secondo album, o meglio, il mio primo vero album, si concentra sulle storie, quelle della gente. Ma anche lì la mia Terra è la protagonista d’eccellenza.

Il nuovo album, invece, sarà qualcosa di totalmente nuovo, anche se le sonorità folk, quelle legate alla Calabria, non mancheranno mai.

Parliamo un po’ dei tuoi brani. In molti di essi parli della mafia…

Sì, ne ho parlato per esempio nella “La canzone del convertito”. E’ una storia realmente accaduta, quella di un uomo che, dopo essere stato nella ‘Ndrangheta, si è convertito a Dio. Ma, quando “firmi il contratto” con quella gente non puoi uscirne più, e a “Carmine camicia nera” è accaduto proprio questo. 

E “Leonardo”?

Leonardo è il primo pentito di Cosa Nostra. Tanti sono convinti che sia Tommaso Buscetta, ma non è affatto così. Il primo a spianare la strada a Giovanni Falcone è stato proprio Leonardo, Leonardo Vitale, e grazie alla sua collaborazione sono state scoperte tante cose. Da qui il mio pezzo “Leonardo”.

Pensi di scrivere altri brani su questo tema?

Ti confido che ho un brano incompleto che spero di concludere presto. È dedicato a Don Pino Puglisi, il parroco del quartiere Brancaccio di Palermo ucciso da Cosa Nostra.

Hai scritto una canzone sul mulo, “La canzone del mulo”. Cosa rappresenta questo animale per te?

Il mulo è un animale che lavora, che lavora tanto. In fin dei conti il mulo siamo noi: la povera gente che fa tanti sacrifici per arrivare a fine mese.

Una delle tue prime canzoni è stata “Parcheggiamo qui”. Vuoi dirmi qualcosa a riguardo?

Sì, quel brano fa parte del mio primo album e, come tutti i brani di quell’album, è autoprodotto. Era il primissimo periodo che facevo il cantautore e decisi di iniziare a farmi conoscere attraverso il web. Quelli me li ricordo come i brani che mi hanno fatto muovere i primi passi nel mondo della musica.

“Parcheggiamo qui” dà un bel messaggio: non guidare da ubriachi ma ripartire il giorno dopo.

Nella canzone intitolata “La cantata del povero fesso” distingue quelli che hanno avuto vita facile da quelli che ogni giorno faticano per portare lo stipendio a casa…

Devo ammettere che non sono uno di quelli che solitamente scrive di getto, anzi a volte lavoro su un brano per mesi, anche anni. Questo, invece, è uno dei pochi che ho scritto in 5 minuti. Mi sono sentito di parlare di chi senza gavetta arriva al traguardo, di chi è “figlio di” o, ancora, dei calciatori che “con tre calci a due palloni si fanno i megghiu fimmini, i machinoni e li milioni”. Questa frase l’ho scritta da milanista sfegatato; nella mia camera si vede e si sente il mio amore per il calcio, ma la realtà dei fatti va ammessa.

A questo brano tengo molto, infatti è quello che ho cantato sul palco del Primo Maggio.

 Com’è stata l’esperienza del Concertone?

Bella! Quel ricordo rimane un’ emozione indescrivibile soprattutto perché lì mi sentivo a mio agio, era il mio format, il mio genere e, quindi, è stato davvero meraviglioso.

Cosa hai provato davanti a quell’ immenso pubblico?

Paura, ma solo i primi 5 secondi; poi tutto è andato per il meglio.

Lo scorso anno, durante i provini di X-Factor, hai conosciuto Skin, membro della giuria. Dopo qualche mese, durante il Concerto romano, l’hai incontrata per la seconda volta. Ti va di raccontarmi quel momento?

Certo, con immenso piacere. Ho visto Skin per la prima volta durante il provino di X-Factor; alla fine del mio pezzo mi disse una cosa in inglese ed io non la capii affatto. Come ti ho detto, non ho mai studiato inglese ma sentii la parola “drink”, quindi, pur temendo di fare una gran figuraccia, risposi: “Volentieri, volentieri!”. Subito dopo Mara Maionchi aggiunse: “Hanno un linguaggio tutto loro!”.

Poi, ovviamente, non l’ho più rivista ma il caso ha voluto che ci incontrassimo dietro nel backstage del Concertone. Tutti pensano che sia stato io a fermarla ed invece è stata lei che mi ha riconosciuto e mi ha fermato. Questo gesto, fatto da un’artista di fama internazionale come lei, è segno d’ infinita umiltà. E’ una grande! In quella occasione ci siamo bevuti una birra insieme, il famoso “drink” che mi aveva proposto ad X-Factor.

Come immagini il tuo futuro?

Non ti nascondo che in poco più un anno sono accadute tante cose belle, quindi, mi auguro di affermarmi sempre di più come cantautore.

 

(Foto in evidenza di Francesco Sisca)

Ilaria Fiore

Ho 23 anni, vivo a Matera e sono iscritta alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Bari, curriculum: editoria e giornalismo. A scuola ho sempre avuto due passioni: la matematica e l’italiano. Conseguito il diploma mi sono ritrovata a scegliere cosa fare delle mia vita: ho guardato dentro di me e tra i miei due “amori” ho scelto quello che più mi emozionasse. La scrittura mi permette di esprimermi nel modo in cui la sola voce non mi consentirebbe di fare; di fermare il volo dei miei pensieri; di viaggiare in altri luoghi e in altri tempi. La scrittura è comunicazione e la comunicazione siamo noi. Sto studiando per diventare giornalista e lavorare nella mia terra per raccontare tutte le sue verità. Adoro immortalare i momenti con uno scatto fotografico. Guardare uno fotografia significa trovare una nuova fonte d’ispirazione per scrivere il proprio mondo interiore. Come diceva il grande Walter Benjamin: “Si capisce come la natura che parla alla cinepresa sia diversa da quella che parla all’occhio. Diversa specialmente per il fatto che al posto di uno spazio elaborato dalla coscienza dell’uomo interviene uno spazio elaborato inconsciamente”.

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