Il tentativo è quello di raccontare un romanzo breve non solo attraverso le parole meravigliose di Dostojewsky, ma anche vedendo sul palco quello che accade tra due solitudini che si incontrano. Dal 20 al 25 marzo al al teatro Ghione a Roma vedremo in scena un bravissimo  Giorgio Marchesi, affiancato da  Camilla Diana in “Le notti bianche”  di Fedor Dostojeswky per la regia  Francesco Giuffrè. Il noto attore vestirà i panni del Sognatore, ovvero colui che si crea un mondo di fantasia per interrogarsi  sulla vita. Ne abbiamo parlato proprio con l’attore protagonista, straordinario in questo ruolo e di una gentilezza fuori dal comune.

Dal 20 al 25 marzo sarai in scena  al teatro Ghione di Roma con “Le notti bianche” per la regia di  Francesco Giuffré. Cosa ti ha spinto a dire sì a questo progetto?

Beh, posso dirti che ho sempre il desiderio di tornare a teatro e per questo progetto sono riuscito fortunatamente a incastrare i miei impegni, visto che sto girando proprio in questo periodo una serie televisiva. Quando Francesco mi ha chiamato ho detto subito di sì, per la voglia di tornare sul palco, perché Dostojewsky scrive in modo sublime e perché “Le notti bianche” è una storia semplice e non una storia così dark come altre opere dello scrittore russo. Tutto si svolge in quattro notti, tra luce e buio, un incontro casuale e magico, due persone sole che si aprono all’altro confidandosi, condividendo le loro storie, le loro esperienze e le loro speranze, ma soprattutto il tema del sogno che aiuta a fuggire dalla realtà che non ci piace o che fa paura.

Interpreti “Il Sognatore”. Ci racconteresti un po’ di lui?

E’ un giovane uomo che si è trasferito a San Pietroburgo, è inserito nella società ma piuttosto che interagire direttamente con le persone si limita a osservarle.  E’ un uomo impossibilitato alla quotidiana banalità della vita; sogna, immagina, si interroga sulla vita mentre gli altri invece la vivono. Vorrebbe essere come gli altri, presi dai ritmi frenetici, senza il tempo di porsi delle domande ma non riesce a stare dietro ai ritmi del quotidiano. Si è costruito un mondo solitario, lento, fatto però di mille cose. Conosce le persone che incontra senza parlarci mai davvero, eppure con un ognuno ha una specie di rapporto, costruito nella sua testa. Nell’opera di  Dostojewsky trovo che ci sia molto di reale; molti, oggi infatti, preferiscono un contatto virtuale piuttosto che un incontro vero e proprio.

Oggi come oggi viviamo in un’epoca non semplice. Sognare è ancora possibile? Cos’è per te il sogno?

Assolutamente si! Credo che il sogno faccia parte un po’ di tutti noi, è un qualcosa che non ci potranno mai togliere. Oggi trovo che sia difficile capire quale sia il confine tra il reale e il virtuale, non tanto per gli adulti, quanto per le nuove generazioni che si identificano sempre di più con una realtà che di fatto non esiste, o per lo meno sembra più vera di quanto non lo sia la realtà stessa. Nascondersi dietro un schermo o a una sofisticata tecnologia li fa sentire invincibili, nascondendo invece una fragilità che non viene manifestata.

Non solo cinema e tv, ma anche tanto teatro. Cosa rappresenta il palcoscenico per un attore?

Non ci sono scuse nel senso che per un film o una fiction gran parte delle responsabilità vengono meno. Su un palcoscenico invece l’attore dà tutto sé stesso a chi gli sta dinnanzi sviluppando un filo diretto di emozioni con il pubblico.

Chi è Giorgio Marchesi oggi?

E’ un uomo soddisfatto del percorso fatto finora; ha iniziato a fare teatro a 23 anni ed è arrivato a Roma a 29. E’ sicuramente una persona che ha acquistato più consapevolezza rispetto a qualche anno fa,  è un po’ più saggio ma vorrebbe dei cambiamenti. Ora come ora è un’anima agitata.

Cosa significa essere attori oggi?

Credo che questo mestiere sia difficile, oggi come ieri. Un attore dovrebbe cercare di avere un equilibrio mentale, un’accettazione dei propri limiti e una conoscenza delle proprie virtù. E’ un mondo, quello della recitazione, che ha una forte pressione psicologica: non sempre purtroppo si lavora con costanza e regolarità.

Sei un bergamasco doc. Cosa rappresenta questa città per te?

Ho un enorme affetto nei confronti di Bergamo, è la mia formazione e le mie radici. Mi piace la sua concretezza, la serietà e la voglia di fare, oltre che essere una città stupenda dal punto di vista artistico. Tutte le volte che torno a casa sono avvolto da una dolce malinconia che mi accompagna in tutti quegli angoli che hanno caratterizzato la mia vita vent’anni prima, oltre che dall’affetto della mia famiglia d’origine e degli amici veri.

Pitti Immagine Total look Paoloni

Ti abbiamo visto recentemente nel film di Canale 5 in cui hai interpretato il marito di Renata Fonte. La lotta alla criminalità organizzata e alla corruzione porteranno mai a dei risultati?

Credo e spero proprio di  sì. L’onestà e la lealtà verso noi stessi e gli altri non dipende solo dalla classe politica, ma anche dalla cultura. In questo Paese manca il senso civico e su questo dovremmo tutti impiegare le nostre energie; soltanto così possiamo davvero cambiare le cose.

Hai prestato anima e corpo al cardiochirurgo in “Braccialetti Rossi”, un medico solo apparentemente freddo e distaccato. Come ti sei preparato per interpretarlo? Che tipo di esperienza è stata?

Ho parlato a lungo con un mio amico cardiologo molto bravo, non tanto sul piano tecnico quanto su quello morale, ovvero su come affrontare quel sottile filo tra la vita e la morte che di fatto è nelle mani di un medico. Mi sono emozionato tantissimo quando, mentre giravamo una scena, il mio personaggio salvava un bimbo appena nato. Quella di “Braccialetti Rossi” è stata una bellissima esperienza; la sua forza è stata quella di parlare a un pubblico giovane che ha colto pienamente quello che abbiamo cercato di raccontare senza filtri, ovvero la bellezza di una vita che va vissuta appieno. Gli eroi veri sono coloro che combattono ogni giorno per assaporare ogni singolo istante della propria esistenza.

Hai preso parte anche a “Un medico in famiglia”, la fiction storica di Rai1, in cui interpretavi Marco, il giornalista. Che idea ti sei fatto di questo mestiere? Qual è il compito del giornalismo?

Credo che nel corso di questi ultimi anni sia cambiato molto. Penso che per un giornalista sia difficile differenziarsi dalla massa. Un tempo c’erano pochi cronisti ma molto autorevoli; oggi invece la quantità di notizie che ci invade è incredibilmente vasta, ecco che per un giornalista è difficile mantenere la qualità delle informazioni, oltre che un’enorme concorrenza. Credo che la curiosità  e l’onestà siamo caratteristiche fondamentali per questo mestiere.

Un personaggio che è rimasto nel cuore del pubblico è stato Raoul di “Una grande famiglia”, il più alternativo della famiglia Rangoni. Cos’aveva di speciale?

Non ragionava con la testa, ma con l’intelligenza del cuore. Sono molto affezionato a questo personaggio, un uomo che vive ogni singolo istante della sua esistenza senza fermarsi mai. Era molto combattuto dalla ragione, ma vinceva sempre il cuore.

Cos’è per te la famiglia?

E’ fondamentale, parte tutto da lì. Nasciamo e cresciamo in una famiglia per poi, molto spesso, costruirne una tutta nostra. Per chi viene dopo di me, spero di lasciare un po’ di sicurezza e qualche regola per vivere al meglio.

Ti abbiamo vista qualche tempo fa anche in “Tango per la libertà”, la miniserie che ha avuto sfondo la storia reale dei ‘desaparecidos’ italo-argentini. Oggi siamo davvero liberi?

Assolutamente no! Siamo molto controllati, in primis dal mercato ed è proprio quest’ultimo che ci chiede un governo; anche le varie sfaccettature politiche sono legate a questa logica. Abbiamo sicuramente una grande libertà, ovvero quella di scegliere e di non farci scegliere, ma ritengo che siamo meno liberi di quanto pensiamo.

I tuoi prossimi progetti?

Mi vedrete in “Europeans riders” per la regia di Wong Car Wai che spero uscirà presto, nella serie televisiva “L’Aquila grandi speranze” per la regia di un bravissimo Marco Risi e attualmente sono impegnato sul set de “L’allieva 2” con protagonista Alessandra Mastronardi e Lino Guanciale.