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Un mix di razze e culture che ha generato una bellezza disarmante

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Agosto 2013 – Così recita lo slogan della città. Se cerco “weird” sul dizionario trovo: strano, misterioso, soprannaturale, magico. Dopo due mesi posso confermare che è proprio così. Non è questione di vintage o delle loro origini un pò hippy e tanto hipster, è oltre…

Non sono proprio io quello creativo: ho visto vestire combinazioni di colori e materiali che credevo impossibili, collane vive e accessori fossili, reggiseno come abito e doppia cravatta su t-shirt. Non si conciano così per la fiera della domenica, spesso vanno cosi anche a lavorare!

“Eleganza” qui è un concetto astratto, quantomeno diverso dal nostro. Molti cani portano occhiali alla moda, il trucca bimbi è per adulti, ho sentito suonare strumenti improbabili, ho bevuto il thè al mojito, limonata di more ed infusi al lupo!

A volte, mi guardo intorno e sembra di essere nel paese dei balocchi. Puoi mangiare con le mani alla locanda etiope o kebab di carne dal sapore caraibico, l’unica certezza sono gli ingredienti freschissimi e sapori originali, la concorrenza è spietata ma questo significa solo qualità. In giro incontri Wonder Woman, la donna cannone che fa la danza del ventre o l’uomo-mosca sui trampoli; trovi anche chi dispensa consigli gratis o abbracci organici locali, chi si laurea in bermuda su un prato, chi adorna il proprio giardino con un autoclave fuori uso e chi invece lo allestisce come una sala cinematografica sotto le stelle.

Un mix di razze e culture che ha generato una bellezza disarmante, mi innamoro in continuazione. Il concetto di parità tra i sessi è però un tantino esasperato: una biondina usa disinvolta il martello pneumatico, ai barbecue cucinano gli hamburger ed eruttano dopo un sorso di birra, ai meeting vengono in infradito, un piccolo tatuaggio significa quantomeno tutto il braccio decorato, sui siti di incontri non è raro trovarle in posa abbracciate al proprio fucile.

Non è mia intenzione nè giudicare nè far confronti tra culture diverse: sto semplicemente e curiosamente osservando. Qui dell’America fastfood e luci al neon non c’è traccia: è un posto a parte, dove si mangia bene ed i servizi funzionano

Possono apparire inetti o superficiali, in realtà ognuno è realmente libero di esprimere il proprio modo di essere nel senso più vero e pieno del termine, incurante del pensiero o preconcetti altrui, poichè è la sostanza che conta non l’apparenza. Qua non si vergognano di nulla e, a pensarci bene, perché dovrebbero?

Filippo Spiezia

Digital Art Director, ora Senior Interaction Designer "elevating the art of storytelling" in Second Story a Portland, OR - USA. Per molti anni ha esplorato i confini del design: digitale, interattivo e multimediale. Ha lavorato in Italia e nel Regno Unito prima di approdare a Second Story, costa ovest degli Stati Uniti. In carriera ha gestito diversi studi di design, lavorando come Art/Creative Director su clienti “Fortune 500” e progetti premiati e recensiti in tutto il mondo, ottenendo numerosi riconoscimenti.

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