Visita all’ILVA, a proposito dei punti deboli della fabbrica

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Sono entrato per la prima volta da Presidente della Regione all’interno dell’Ilva di Taranto. Sono potuto entrare grazie alla Commissione Industria del Senato.

Vi ricordo che l’Ilva è uno stabilimento amministrato dal Governo tramite tre commissari e, fino ad oggi, non aveva mai autorizzato il mio ingresso.

Addirittura qualche settimana fa i lavoratori mi avevano invitato a partecipare a una loro assemblea, ma l’azienda ha impedito di farmi entrare. E quando analogo sopralluogo fu effettuato dalla Commissione Ambiente del Parlamento europeo il presidente della stessa mi pregò di non accompagnarli nella visita mancando il gradimento dell’azienda.

Ieri abbiamo visto da lontano alcuni punti deboli della fabbrica, come l’area GRF (gestione rottami ferrosi), l’altoforno 4.

Non abbiamo visto invece, nonostante la mia richiesta, l’acciaieria 1 e le discariche.

È evidente che il percorso di avvicinamento di questa fabbrica alla legalità è molto lento, farraginoso, sia dal punto di vista ingegneristico che finanziario.

Così come la situazione dell’Ilva non appare affatto migliorata in relazione al diritto alla salute dei cittadini. I parziali adempimenti dell’Aia non hanno avuto riflessi apprezzabili sull’inquinamento, che risulta diminuito solo perché lo stabilimento ha dimezzato i suoi livelli produttivi.

E nonostante le acrobazie, compresi questi patteggiamenti che non sono stati ancora vagliati dai giudici, si deve ricordare che c’era qualcuno che aveva annunciato risarcimenti da un miliardo di euro da dare alla sanità tarantina fin da Natale.

Ma si deve sapere che ancora adesso i giudici non hanno omologato i patteggiamenti e non è detto che lo facciano, perché i giudici stanno lì per questo: per valutare se è possibile o non è possibile. In più bisogna sapere come verranno utilizzati questi soldi e di questo abbiamo discusso nell’audizione che abbiamo tenuto davanti alla Commissione in fabbrica.

Ovviamente abbiamo specificato che non siamo sicuri che questi soldi si possano utilizzare per qualunque intervento dell’AIA.

Siamo dell’idea che debbano essere utilizzati per le bonifiche e non per gli impianti e la relativa attività produttiva.

Poi consegneremo alla commissione la lettera che ho spedito al presidente Gentiloni per chiedere che gli acquirenti che inseriscano nella loro offerta i principi della decarbonizzazione siano preferiti rispetto a coloro che non lo faranno.

E in secondo luogo, trasmetteremo alla commissione la richiesta formale di riesame dell’AIA, che abbiamo formulato anche sulla base dei dati epidemiologici che ci portano a ritenere la necessità di irrigidire le prescrizione dell’autorizzazione.

Esattamente il contrario di quello che probabilmente si stanno accingendo a fare i commissari nel valutare il piano ambientale, che mette in mano a chi vuole comprare la fabbrica l’iniziativa sul piano ambientale.

Ora infatti sono loro che devono fare la proposta allo Stato e non lo Stato a dire a che condizioni si può far funzionare quella fabbrica.

Insomma è una vicenda molto complessa, che però sto seguendo con la stessa attenzione meticolosa di quando facevo il magistrato.

Cioè la sto studiando foglio per foglio, carta per carta, come ho fatto sempre nella mia vita.

Verificheremo il patteggiamento non appena sarà pubblico: verificheremo se le parti civili abbiano la possibilità di soddisfarsi e se per ipotesi questo patteggiamento non porti via loro i soldi per il risarcimento e soprattutto continueremo a seguire la procedura di vendita dell’Ilva perché chi la compri non pensi di farla funzionare come hanno fatto i Riva.

Perché esistono tecniche, come la decarbonizzazione, che scoprono tutti gli altarini. Quindi chi vuole comprare l’Ilva lo può fare a queste condizioni, essendo anche caduta la questione del costo del gas.

Proprio il risarcimento che i Riva devono pagare dimostra che il carbone costa molto di più del gas perché provoca danni che poi devono essere risarciti e quindi ai costi materie prime vanno aggiunti costi ambientali e sanitari.

Quindi chi utilizza il gas non corre il rischio di dover pagare come hanno fatto i Riva. Il gas è l’alternativa per i prossimi trent’anni.

Michele Emiliano

Michele Emiliano (Bari, 23 luglio 1959) è un magistrato e politico italiano, sindaco di Bari dal 2004. Figlio di un calciatore professionista e in seguito piccolo imprenditore, si trasferisce con la famiglia dal 1962 al 1968 a Bologna, per poi rientrare a Bari, dove da ragazzo si dedica soprattutto alla pallacanestro. Si laurea in giurisprudenza nel 1983 e per un periodo lavora come praticante nello studio di un avvocato. Nel 1988 sposa l'attuale moglie, Elena, da cui ha tre figli: Giovanni, Francesca e Pietro.

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