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A Napoli si paga l’imposta sui rifiuti più cara d’Europa

Secondo le norme avrebbe già dovuto essere commissariato. Ma in Italia, si sa, le leggi sono fatte per essere aggirate. E così quello che avrebbe dovuto essere il ciclo integrato dei rifiuti si è trasformato in un sistema inceppato.

Che, però, pesa due volte sui cittadini: sulla Tarsu, la più cara d’Europa, e sulla salute. Certo, siamo lontani dalla fase più acuta della crisi, quando Napoli era letteralmente sommersa dalla monnezza. Ma non c’è affatto da abbassare la guardia. Basta un incidente, un intoppo, uno sciopero o, più semplicemente, la cronica carenza di fondi del Comune, per mandare l’intero sistema in tilt e ripiombare nell’incubo.

La gestione dei rifiuti è un sistema complesso, una congegno ad orologeria dove basta una sola rotella fuori posto per far saltare l’intero meccanismo. Se tutto funzionasse a dovere, i rifiuti diventerebbe addirittura un business, come avviene in tante altre città nel mondo, che da tempo hanno praticamente cancellato le discariche. Tutto, infatti, viene riciclato, la frazione solida nell’inceneritore per produrre energia, quella umida negli impianti di compostaggio per produrre, ad esempio, fertilizzanti.

Ma, a monte di tutto questo c’è un passaggio essenziale: la raccolta differenziata. Se non si seleziona la parte da mandare all’inceneritore e quella che deve invece deve diventare “compost”, tutto è inutile, il meccanismo non funziona, e si torna al vecchio sistema fondato su inceneritori e discariche. Per questo, nel famoso decreto del 2008, il provvedimento varato proprio a Napoli dal primo consiglio dei ministri dell’allora governo Berlusconi, era prevista una vera e propria stretta contro quei comuni che non raggiungevano soglie prefissate per la raccolta differenziata. All’epoca Napoli viaggiava, più o meno al 14%. Il decreto rifiuti prevedeva un obiettivo minimo del 25% per 2008, del 35% nel 2009, del 50% l’anno successivo.

Per i Comuni inadempienti le conseguenze erano gravissime: l’arrivo di un commissario ad acta e maxi-sanzioni con una maggiorazione fino al 40% per ogni tonnellata smaltita in discarica. Costi che si sarebbero scaricate sulle tasche dei cittadini con la forma di un incremento della Tarsu. Che cosa è successo? Semplice: la stragrande maggioranza dei Comuni, a cominciare da Napoli, è ben lontana dagli obiettivi fissati dal decreto. La raccolta differenziata è andata avanti a singhiozzo, disegnando una mappa a pelle di leopardo nella Regione. Ma, come spesso capita in Italia, le leggi sono fatte essenzialmente per essere disattese. E, così, nonostante le cattive performance della raccolta differenziata, messe nero su bianco dai dati dell’osservatorio regionale sui rifiuti, i commissari non si sono visti.

In compenso, però, la Tarsu è salita alle stelle e oggi, ad esempio, i cittadini napoletani pagano l’imposta sui rifiuti più cara d’Europa. A fine 2012, ad esempio, Napoli è arrivata a poco più del 21%, con un decremento in valori assoluti della quantità dei rifiuti effettivamente differenziati.

Ma ci sono realtà importanti, come ad esempio Giugliano, che è il terzo comune per numero di abitanti, che viaggia ancora attorno all’11%. E ci sono comuni di peso, come Torre Annunziata, Sant’Agnello, Sant’Anastasia, Qualiano, Ottaviano e Mariglianella, dove mancano perfino statistiche attendibili. I dati, come denuncia l’Osservatorio, sono semplicemente n.d., non disponibili. A Napoli, negli ultimi mesi, non sono mancate promesse e impegni solenni da parte dei vertici dell’amministrazione e dell’Asìa, la società che gestisce il servizio. Parole rassicuranti, piani dettagliati per il recupero del tempo perduto e per imprimere una vera e propria svolta al settore.

Ma ormai, alle promesse, ci credono davvero in pochi. E non tanto per l’annuncio del sindaco che, in campagna elettorale, si impegnò addirittura a portare la raccolta differenziata al 70%. Soglia subito ridimensionata dal suo vice, Tommaso Sodano, uno che di rifiuti se ne intende e che subito parlò di un più realistico 30% da raggiungere entro il 2012 e del 50% nei due anni successivi. Parole, solo parole.

Le difficoltà finanziarie del Comune avranno sicuramente un peso se il piano della raccolta porta a porta si è arenato mentre la differenziata va avanti, spesso,. a giorni alterni nei quartieri già raggiunti dal Servizio. Ma, i ritardi della differenziata hanno un costo elevatissimo, soprattutto perché rappresenta il tassello fondamentale del ciclo di rifiuti. Senza, continueremo a trovarci di fronte all’ennesima incompiuta dai costi sociali ed economici sempre più elevati. E questo nonostante la buona volontà dei napoletani che, dopo aver vissuto l’emergenza, sono sempre più convinti della necessità di diversificare. Ma senza strumenti adeguati e soprattutto senza l’impegno dei Comuni, il loro contributo rischia di essere vanificato.

La differenza fra Nord e Sud non è nel dna, come vogliono farci credere i leghisti, ma nella qualità dei servizi effettivamente erogati ai cittadini. E’ questo il gap più duro da colmare.


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