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Il lavoro adesso i giovani lo cercano su internet

Se circa 29 milioni sono gli italiani che si collegano mensilmente ad Internet, ben 23 sono utenti Facebook. La creatura di Zuckemberg è il social network di massa del Bel Paese, capace di sopravanzare Google+ (3,8 milioni), Linkedin (3,5) e Twitter (3,3) e di conquistare quasi tutti i nostri under 30: l’85,6% dei giovani lo utilizza regolarmente. Numeri che non possono e non devono lasciare indifferente la Pubblica Amministrazione, specie quando è chiamata ad attuare interventi di politica del lavoro.

Una recente indagine che Fondazione Sodalitas ha realizzato in collaborazione con Randstad Italia ha infatti evidenziato che chi ha meno di 30 anni e vuole lavorare si rivolge in prima battuta a Internet. Naviga nei portali dedicati alla domanda e all’offerta di lavoro, consulta direttamente i siti aziendali e le specifiche pagine “lavora con noi”, si iscrive alle newsletter tematiche, si informa e interagisce attraverso i social network. L’indagine ha coinvolto 700 giovani, in maggioranza donne (63,8%) e tra i 26 e i 30 anni (64,8%). Tra i rispondenti il 32,7% ha conseguito una laurea di primo livello; il 41,5% una laurea di secondo livello (o vecchio ordinamento); l’8% ha un master o un dottorato di ricerca. Per gli interpellati candidarsi per le posizioni in linea con il proprio profilo è utile: c’è chi grazie ai social è stato contattato per dei colloqui (26,6%), ha trovato uno stage (4%) oppure ha trovato direttamente lavoro (4,4%).

Il punto è: l’affezione degli italiani ai social network sta influendo sulla capacità delle pubbliche amministrazioni di ripensare il rapporto col cittadino? Le Regioni e le Province – che hanno l’onere di agevolare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro – si sono adeguate? Nella maggioranza dei casi, non ancora. Le Amministrazioni sbarcate su Facebook e Twitter tendono ad utilizzarli come estensione digitale dell’Ufficio Stampa, comunicando in modalità broadcast. Poche permettono ai cittadini di scrivere spontaneamente sulla bacheca digitale. Tra quelle che lo consentono, il tasso complessivo di risposta è basso, con tempi di reazione agli input dei cittadini molto dilatati.

Non è certamente facile, bisogna compiere un veloce salto culturale e adottare cambiamenti organizzativi precisi. Qualcosa però si muove e viene dal Sud. In un workshop organizzato dal Formez proprio sul tema “Rinnovare i servizi per il lavoro nell’era della social innovation” le Province di Pescara (7502 fan con PescaraLavoro su Facebook), Cosenza (2239) e Taranto (4975) hanno presentato i risultati della loro esperienza e alimentato alcune riflessioni interessanti.

È emerso che l’interazione con l’utente in cerca di lavoro non può essere intesa come monodirezionale: la PA non deve limitarsi all’offerta di informazioni e contenuti (che devono essere, ovviamente, costantemente aggiornati e di qualità) ma deve rispondere (entro 24/48 ore) a ciò che i cittadini propongono o sollecitano, coinvolgendoli attivamente nel processo amministrativo. Senza perdere di vista le caratteristiche di funzionamento di ciascun social media (Facebook, Twitter e Linkedin sono molto diversi) e le peculiarità del corrispondente target di riferimento, la PA può afferrare l’opportunità di incontrare il cittadino con modalità mai viste prima: non più solo in un luogo fisico ma nel luogo dove il cittadino si trova in quel momento; non più solo in rigidi orari d’ufficio ma senza alcun vincolo temporale. In più, con la possibilità di monitorare in tempo reale le esigenze dei cittadini e nel contempo contenere (realmente) i costi.

Certo, bisogna attrezzarsi. Dall’incontro è emersa tutta l’importanza del cambiamento di linguaggio necessario: se l’obiettivo è diffondere al massimo le opportunità di lavoro e formazione finanziate dal Fondo Sociale Europeo, non si può con il disoccupato parlare il “bruxellese”, il linguaggio tecnico imposto da un’Europa che certamente non è il regno della semplificazione amministrativa; ed è risultato evidente il livello di attenzione quasi maniacale che occorre spendere nella elaborazione dei contenuti proposti o la necessità di superare le problematiche – ancora persistenti in molte zone del Paese – legate all’adeguamento delle infrastrutture e all’accesso alla rete o alla formazione degli addetti.

Ma ne vale la pena: i risultati in termini di coinvolgimento e soddisfazione dell’utente e di ricaduta sul territorio delle politiche attuate sono confortanti. Il ricorso ai social media come strumento di comunicazione amministrativa bidirezionale per la PA non è una moda. È l’approccio quotidiano dal quale, già oggi, non si può più prescindere.


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