Ilva, il patto di famiglia dei Riva per nascondere i soldi all’estero

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Ilva di Taranto

Un capo indiscusso, che decideva “da solo sulle questioni di maggior rilevanza”, e un ‘patto di famiglia’ siglato nel 2005 attraverso il quale venivano concordate le modalità di gestione del gruppo, con tanto di membri ‘attivi’ con diritto di voto, membri ‘onorari’ e ‘osservatori’: sono le carte dell’indagine milanese sul miliardo e 200 milioni che Emilio e Adriano Riva avrebbero sottratto all’azienda e fatto rientrare in Italia con lo scudo fiscale dopo averli nascosti in trust all’estero, a svelare come veniva gestito il colosso siderurgico di Taranto.

Emilio Riva – scrive il Gip – rappresenta la persona che da sempre ha gestito le società facenti parte del gruppo Riva e che tutt’ora ne detiene il controllo. Infatti il capitale sociale del gruppo Riva Fire Spa è detenuto da società che, sia direttamente che indirettamente (Carini Spa per il 25%, Stahlbridge srl per il 35,1% e Utia Sa per il 39,9%) sono controllate da Emilio Riva”. Per capire quanto Emilio avesse in mano la gestione del gruppo, il Gip sottolinea che che “poteva decidere da solo sulle questioni di maggior rilevanza per le società”. In particolare “deteneva la maggioranza di voto su materie quali la nomina o revoca degli amministratori delle società del gruppo” nonché su “operazioni di particolare rilevanza (acquisto o vendita di partecipazioni o stabilimenti industriali) che, pur rientrando nei poteri degli amministratori delegati o dei consigli di amministrazione delle società del gruppo, venivano considerate di carattere strategico dai membri ‘attivi’ del consiglio”.

Dall’analisi della documentazione acquisita dalla Guardia di Finanza, inoltre, emerge l’esistenza di un “patto di famiglia” siglato il 18 aprile del 2005, dieci anni dopo l’acquisto dell’azienda da parte dei Riva.

Quel patto, scrive il Gip, rivela che la composizione del capitale sociale della Riva Fire Spa è così composto: il 25%, pari a 5 milioni e 265mila azioni, “intestato fiduciariamente alla Carini Spa e detenuto da Fabio Riva (20%), Claudio Riva (20%), Nicola Riva (20%), Daniele Riva (15%), Cesare Riva (12,5%), Angelo Riva (12;5%)”; il 35,1%, pari a 7.392.060 azioni, “intestato fiduciariamente alla Carini Spa e detenuto indirettamente attraverso la Sthlbridge srl da Fabio Riva (20%), Claudio Riva (205), Nicola Riva (20%), Daniele Riva (15%), Cesare Riva (12,5%), Angelo Riva (12,5%)”.

Nel provvedimento di sequestro si afferma che dagli accertamenti “risulta che su una parte di queste azioni (9.310.263) con diritto di voto, pari al 44,208% del capitale sociale della Riva Fire Spa, veniva costituito un diritto di usufrutto vitalizio a favore di Emilio Riva”. Il patto di famiglia, spiega il Gip, serviva ai Riva per concordare “le modalità di gestione delle società del gruppo ed i relativi poteri decisori”.

In sostanza, viene istituito un ‘Consiglio di famiglia’ composto dai “membri attivi con diritto di voto (Fabio, Claudio, Nicola, Cesare ed Angelo), membri onorari con diritto di partecipare alle riunioni e di intervenire nella discussione (Emilio, Adriano e Laura Bottinelli) e ‘osservatore’ (Emilio Massimo) con diritto di partecipare alle riunioni e di intervenire nella discussione ma senza diritto di voto”. Il patto stabilisce anche che se Emilio Riva affermava di voler votare in Consiglio, “qualora questo si fosse riunito per trattare e deliberare su determinate materie, tra le quali la politica dei dividendi e il piano di investimenti del gruppo, in tal caso allo stesso veniva attribuito un diritto di voto pari a 60 su 100”.

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