';

La lunga depressione del #Sud e il falso #teorema delle colpe dei meridionali

Le condizioni e le prospettive del Mezzogiorno contemporaneo sono preoccupanti; con tutta probabilità, siamo nel momento peggiore dell’intero secondo dopoguerra: quindi degli ultimi settanta anni. Questa affermazione non nasce da una volontà di indulgere verso il pessimismo, o da una forzatura in senso negativo dell’interpretazione della realtà. Purtroppo, appare come la razionale sintesi dell’analisi che verrà presentata nelle pagine che seguono. Naturalmente, singoli elementi del quadro possono essere male interpretati, o nascondere al loro interno aspetti più positivi: questo testo è senz’altro un contributo alla discussione, aperto a critiche e revisioni.

Ancora, la storia ci ha insegnato che proprio in momenti difficili si può tendere a sottovalutare gli elementi più positivi: con uno sguardo restrospettivo appare chiaro come, a volte, fenomeni di ripresa del Mezzogiorno (come dell’intero Paese) siano scaturiti da fattori difficilmente comprensibili nell’immediata contemporaneità. Il pensiero va ai primi anni novanta: era davvero difficile prevedere in quegli anni fenomeni quali l’avvento dei «nuovi sindaci» nelle città del Mezzogiorno e la forte ripresa di partecipazione civica e di progettualità politica; ovvero il forte sviluppo di tutte le produzioni leggere del Mezzogiorno destinate ai mercati internazionali. C’è da augurarsi che anche la realtà odierna nasconda al suo interno fenomeni ancora poco visibili, eppure forieri di positive trasformazioni. Con tutte queste cautele in mente, tuttavia, un’analisi della realtà contemporanea mostra diffuse sofferenze; fa scaturire evidenti preoccupazioni. In particolare, molte delle dinamiche negative possono tendere a proseguire. Il messaggio di fondo di questo scritto è semplice: siamo a un tornante storico molto rilevante; senza una vigorosa azione politica di contrasto alle tendenze che sono in atto, le prospettive del Mezzogiorno saranno grame. Non si tratta di mitigare gli effetti della crisi, ma di ricostruire un futuro possibile.

Le condizioni dell’economia meridionale – nell’ambito del più generale quadro dell’economia italiana – sono piuttosto ben note. Tanto da consigliare di non offrire una lunga litania di dati, tutti di segno negativo: sulla produzione, sull’occupazione, sui redditi, sui consumi. Proviamo invece a riassumere alcuni aspetti di fondo della situazione. In primo luogo, l’intensità della crisi economica. Quella contemporanea è una recessione che, per gravità e durata, ha ormai superato quella dell’inizio degli anni trenta, tanto da configurarsi come la peggiore dell’intera storia unitaria. Certo, non va dimenticato come la grande crisi degli anni trenta sia avvenuta in un’Italia, e in un Mezzogiorno, assai diversi: quest’ultimo estremamente più povero rispetto a quello contemporaneo, costretto dalla dittatura fascista, privo degli sbocchi emigratori, legato pressoché univocamente a una agricoltura in parte di sussistenza. Assai più feroci ne erano, quindi, le conseguenze sulla vita e sul benessere dei cittadini, rispetto a quanto non accada oggi, specie dopo decenni di costruzione di alcuni istituti dello stato sociale. Tuttavia un elemento di prospettiva preoccupa non poco: allora – dopo lunghi anni di depressione – l’economia ripartì anche grazie agli sforzi bellicisti. Oggi, le previsioni di consenso sull’andamento futuro dell’economia italiana (e meridionale) mostrano una tendenza a una ripresa molto debole nei prossimi anni, tale da impedire di raggiungere i livelli di occupazione e di benessere pre-crisi (a loro volta non pienamente soddisfacenti, quantomeno i primi) prima di molti anni.

Sembriamo essere nel pieno di una fase di prolungata e persistente depressione: senza che appaiano ragionevoli possibilità di uscirne. A differenza delle intense fasi negative del passato (metà anni settanta, inizio anni novanta), infatti, mancano le possibilità di rilancio offerte tanto da politiche economiche antirecessive (impedite dalle intese europee), quanto dal mutamento delle parità di cambio (impedite dalla moneta unica). Mai come in questo momento le previsioni sono difficili e incerte, proprio a causa dell’originalità della situazione: e quindi è bene essere cauti e non pronosticare con certezza ancora molti anni di vacche magre. Epperò proprio la lunga durata della «depressione» potrebbe star facendo maturare effetti che non siamo ancora in grado pienamente di vedere: fenomeni di sofferenza sociale (ad esempio legati all’esaurirsi di piccoli patrimoni familiari) e economica (ad esempio legati allo stato pre-fallimentare di molte imprese o all’impossibilità di rientro in azienda di molti lavoratori in cassa integrazione), che ancora potrebbero manifestarsi. In secondo luogo, il sommarsi della recessione a difficoltà preesistenti. La grande crisi arriva in un’Italia già in evidenti difficoltà da molti anni; con tassi di crescita del reddito sensibilmente inferiori a quelli degli altri partner europei. In difficoltà da lunghi anni appare l’asse portante dell’economia italiana, presente soprattutto al Nord ma anche – su scala minore – nel Mezzogiorno: le imprese della manifattura e dei servizi di mercato con una buona posizione competitiva internazionale.

Anche qui esiste un’analisi di consenso: nel nuovo secolo, l’Italia più di altri ha subito il combinato disposto di una capacità solo parziale di sfruttare le grandi innovazioni sistemiche dell’informatica e delle telecomunicazioni; di un impatto più forte rispetto ad altri del poderoso emergere delle economie asiatiche (maggiore concorrenza sui mercati di esportazione; minore capacità di penetrare i loro mercati); del permanere del cambio forte dell’euro. Non sono mancate strategie di risposta delle imprese; non mancano, anche nel pieno della crisi (anche nel Mezzogiorno) imprese e sistemi di imprese con ottime performance. Per fortuna, una parte consistente del tessuto produttivo nazionale tiene bene. E tuttavia questi fenomeni positivi appaiono meno in grado, rispetto al passato, di incidere sui numeri complessivi dell’economia. In particolare nel Mezzogiorno è venuta riducendosi l’industria manifatturiera (e i connessi servizi) che poteva essere al centro di una trasformazione strutturale, virtuosa, dell’economia; tanto nella sua interessante componente endogena, quanto nelle presenze industriali esogene, che pure erano sopravvissute alle grandi trasformazioni degli anni novanta. Si ridimensionano le espressioni quantitativamente più rilevanti dell’imprenditoria meridionale, come ad esempio il distretto del salotto; soffrono – a motivo di difficoltà settoriali e aziendali – le grandi presenze esterne: la Fiat, l’acciaio e la grande industria di base. Vi è una pericolosa deindustrializzazione in Italia; ma al Sud è più forte; e, soprattutto, avviene a partire da livelli di presenza industriale assai inferiori rispetto al Centronord e all’Europa. Non si danno, nell’economia mondiale, fenomeni di positiva crescita del benessere in grandi aree regionali, come nel Mezzogiorno, caratterizzate da livelli di industrializzazione così contenuti e per giunta in riduzione.

Al contrario, il buon andamento recente dei Lander Orientali della Germania è legato proprio allo sviluppo dell’industria. Il motore dell’economia meridionale è troppo piccolo per far muovere l’intera struttura. Si può avere un rilancio dell’industria nel Mezzogiorno come quello avvenuto in un passato ormai lontano? Alcuni elementi lo rendono possibile: l’esistenza di un tessuto industriale su cui costruire11, il grande capitale umano disponibile, i processi di integrazione euro-mediterranea e euro-asiatica. Altri lo rendono difficile: le condizioni macroeconomiche di contesto, l’impostazione delle politiche economiche, la forte concorrenza localizzativa e produttiva internazionale; certamente lo rende impossibile la mancanza di una forte volontà politica e di una adeguata politica industriale. In terzo luogo, le disparità territoriali. La crisi è violenta nell’intero Paese. Ma dal 2010 il Sud ha risultati significativamente peggiori della media nazionale. Ciò non avveniva da tempo; a fine anni novanta i dati erano stati migliori al Sud; nel nuovo secolo, fino alla crisi, si era creata una situazione originale: il Nord cresceva di più in termini assoluti, ma esclusivamente grazie all’aumento della sua popolazione e quindi delle forze di lavoro. Aumento della popolazione tutto dovuto alla componente migratoria, prevalentemente internazionale; flussi, però, di lavoratori mediamente a qualifica bassa e impegnati in lavorazioni a contenuta produttività, a differenza di ciò che accade in altre aree avanzate. In termini relativi (Pil pro capite) l’andamento delle due macroaree era largamente simile.

Non è più così. La seconda fase della grande crisi, quella legata alle dinamiche dell’Europa e dell’euro molto più che all’importazione da oltreoceano della bufera finanziaria, è tutta caratterizzata da un crollo della domanda interna, privata e pubblica. Crollo che, per ragioni di composizione strutturale dell’economia, colpisce di più il Mezzogiorno, meno in grado di sfruttare il ruolo compensativo delle esportazioni. Situazione che potrebbe non mutare nei prossimi anni: è ragionevole il timore che questo «divario» possa continuare ad allargarsi con conseguenze sulla politica economica altrettanto preoccupanti. Infine, la lunga durata. L’Italia non è stata caratterizzata nel periodo più recente da fenomeni di forte tensione sociale. Il Paese sembra essere stato capace di assorbire senza apparenti gravi ferite questi lunghi anni di difficoltà. Come questo sia avvenuto, non è del tutto chiaro: possono aver giocato un ruolo i piccoli o grandi patrimoni accumulati dalle famiglie soprattutto nei lunghi anni del miracolo (le famiglie italiane sono mediamente «ricche», in comparazione internazionale); l’elevatissima quota di abitazioni in proprietà; le reti di solidarietà familiare, sociale, di vicinato. Una notizia comunque positiva. Ma che potrebbe nascondere al suo interno, con la lunga durata, fenomeni preoccupanti. Sono solo ipotesi, senza riscontro analitico. È possibile che stia crescendo il sommerso; la piccole e grande irregolarità; forse l’illegalità; l’arte di arrangiarsi di chi per lunghi anni è senza un lavoro costante. La crisi potrebbe aver prodotto un calo generalizzato dei livelli di fiducia. Un calo della fiducia nella capacità collettiva di uscita dalla crisi: e quindi nella convinzione dell’importanza di manutenere e potenziare i beni comuni; conseguentemente un’attenzione ancora maggiore ai destini individuali, familiari, rispetto a quelli collettivi (di cui è anche spia il forte astensionismo elettorale). Un calo della fiducia nel territorio; con il crescere quindi delle speranze riposte, come decenni fa, nell’emigrazione. Un calo della fiducia nell’investimento in istruzione (anche perché il costoso investimento in istruzione si deprezza se non viene valorizzato con un adeguato lavoro), visibile nella preoccupante caduta dei tassi di iscrizione all’università, in aree in cui la quota di laureati sul totale della popolazione giovanile è già molto bassa in comparazione anche con aree economicamente deboli dell’Europa. La crisi sta, ancora, con ogni probabilità, producendo modifiche alle strutture sociali: cresce la quota dei cittadini non inclusi, poveri. Peggiora la condizione delle classi medie: per il lavoro dipendente (in primis gli insegnanti) prosegue un trend in corso da tempo, ma a esso si affianca un trend negativo degli indipendenti (in primis i commercianti). Si sta creando una società con maggiori disparità: nella quale si allarga il solco fra chi ha (grazie prevalentemente al patrimonio) e chi non ha (a causa di redditi insufficienti a migliorare la condizione sociale). Potrebbe star crescendo il «rancore» di fasce di cittadinanza che vedono ridursi status e possibilità economiche. Tutto ciò vale tanto al Sud quanto al Nord. Al Nord sono gravi i fenomeni di riduzione di status e possibilità; di ampliarsi delle disparità tra chi ha e chi non ha. Ma il tessuto sociale del Sud è certamente, nell’insieme, più debole; più esposto a fenomeni disgregativi.

Un quadro economico tutto negativo? Certamente no. C’è qualche dato positivo: sono buone alcune cifre delle esportazioni meridionali, segno di un sistema che cerca di cogliere le opportunità dove si presentano; come detto, diverse fra le grandi imprese a capitale esterno e fra le aree di concentrazione delle imprese locali, riescono nonostante tutto a resistere bene13; anche nel Mezzogiorno si rileva una quota di imprese eccellenti, con crescita del fatturato e buona profittabilità anche durante la crisi; continuano a rilevarsi casi di nuove imprese dinamiche. C’è reazione dal basso. Ma i numeri complessivi sono piccoli, rispetto a quelli che dovrebbero essere. Un quadro tutto negativo per le dinamiche sociali del Mezzogiorno? Difficile dirlo, anche perché la percezione è assai sfocata. Su base locale sono forse in corso fenomeni di diversa tessitura dei rapporti sociali: di costruzione di reti di solidarietà, fra famiglie e fra generazioni. Sarebbe un errore interpretare la relativa calma sociale delle aree più deboli esclusivamente come un ripiegamento. Vi sono frammentarie, ma interessanti, evidenze di nuclei associativi in alcune realtà del Mezzogiorno; difficili da censire e valutare anche perché non collegate in rete e organizzate intorno a priorità molto differenziate (tutela dell’ambiente, promozione dei beni culturali, difesa della legalità, contrasto alle mafie), raramente di carattere partitico. Una realtà a cui sarebbe opportuno dedicare attenzione e studio. Potrebbero essere in corso fenomeni interessanti. Il giudizio va ponderato. E tuttavia, non si sfugge: tutte le preoccupazioni fin qui espresse non appaiono immotivate; molte sono suffragate da fatti, numeri. Le risposte della politica economica alla grande crisi economica e sociale appaiono assolutamente inadeguate. Il tema è assai ben noto e di rilevanza continentale. La realtà della politica economica nei Paesi dell’area euro ci consegna un quadro ben definito: la politica monetaria è nelle mani della Banca Centrale europea, la quale, pur avendo svolto un ruolo fondamentale nel mitigare le conseguenze della crisi e soprattutto nell’impedire una rovinosa rottura dell’area dell’euro, per vincoli costituzionali è assai meno in condizione, rispetto alle Banche centrali di Stati Uniti, Giappone e Regno Unito, di operare politiche monetarie «non convenzionali», più espansive. Lo strumento del cambio è nelle stesse mani: ancorato alla stabilità dei prezzi, l’euro non viene usato come strumento, seppur congiunturale, per stimolare la ripresa attraverso la spinta all’export fuori dall’area valutaria.

Le politiche fiscali degli stati membri sono vincolate dagli accordi europei: nei quali ai tradizionali target sul deficit pubblico si sono aggiunti ancora più vincolanti target sulla riduzione del debito. Complessivamente la politica economica aggrava, più che contrastare, la depressione nei Paesi dell’Europa meridionale. Come persino il Fondo Monetario Internazionale ha riconosciuto, agendo così intensamente e solo sul numeratore del rapporto fra debito pubblico e Pil non riesce a farlo migliorare, dato che le politiche restrittive curano il debito ma aggravano la caduta del Pil. Sempre più deboli, davanti all’evidenza, sono gli argomenti dei sostenitori della bizzarra tesi dell’austerità espansiva, secondo cui queste cure da cavallo avrebbero magicamente rilanciato l’economia. Ciò non muta però le loro convinzioni ideologiche, né l’arroganza con cui le sostengono, ad esempio pontificando in Italia dalle colonne dei maggiori quotidiani. Tutto questo è ampiamente noto. Come è ampiamente noto che la strada per uscire da questo stallo è a Bruxelles e non a Roma: nella saggezza di un ripensamento complessivo di queste regole dell’austerità – visti i risultati – come ci esorta a fare un numero sempre maggiore di autorevoli economisti; o almeno in moderate correzioni alle regole, ad esempio attraverso quella «clausola sugli investimenti», che darebbe un piccolo aiuto all’Italia, ma che, pur prevista, non si realizza. A Bruxelles invece si continua a procedere come se nulla fosse avanti al disagio dei cittadini, al moltiplicarsi dei segnali di malcontento, al crescere del consenso verso forze estremiste, populiste, antieuropee, al rafforzarsi di spinte separatiste di «piccole patrie» regionali: in Catalogna, come in Scozia e come forse in Veneto, centrate sulla convinzione che erigere confini e godere da soli delle proprie ricchezze sia la strada per la prosperità.

L’Italia ha adempiuto alle prescrizioni che essa stessa – con troppa fretta – ha accettato di darsi. Mostra poderosi avanzi primari (entrate meno spese, al netto degli interessi). E ha davanti a sé la prospettiva di lunghi anni di poderosi avanzi primari. Sembra mancare, da parte dei governi italiani, la lungimiranza, la capacità tecnica, il coraggio, la forza di porre le questioni di fondo sul tavolo europeo, in spirito europeista, collaborativo, ma anche attento alle conseguenze sulla società e sull’economia dell’austerità fine a sé stessa. I limiti dell’azione di politica economica sono quindi evidenti. Ma non per questo le politiche economiche interne sono ininfluenti, specie sulla situazione del Mezzogiorno. Si sono finora sostanziate in tre insiemi di decisioni. Vi è stato un taglio drastico alle spese di investimento; per quanto ciò sia comprensibile alla luce delle difficoltà di bilancio, non può non suscitare profondo allarme. Si riduce infatti la spesa per manutenere in primo luogo e poi per migliorare e potenziare il capitale pubblico disponibile nel Paese, aggravando una tendenza in atto da tempo; tale preoccupazione vale in tutte le regioni, ma ancor di più nel Mezzogiorno, dove quantità e qualità del capitale pubblico disponibile sono inferiori. La Svimez mostra poi19 come questo indirizzo di politica economica – che potrebbe durare a lungo – penalizzi specificamente il Mezzogiorno e contribuisca lì ad aggravare gli effetti della crisi. In secondo luogo, cresce la pressione fiscale locale: questo aumento sta anch’esso penalizzando particolarmente il Sud, perché gli aumenti sono decisamente maggiori nel Mezzogiorno. Questo accade sia perché i corrispondenti trasferimenti statali che vengono ridotti pesano – come è normale che sia – di più nelle aree dove il reddito e quindi il gettito fiscale è minore; sia per il cattivo stato di salute di molti enti pubblici del Mezzogiorno, a cominciare dal comune di Napoli; sia per la necessità di rientrare dai deficit sanitari. Resta il fatto che il gettito fiscale del Mezzogiorno ha dato un forte, più che proporzionale contributo alla salvezza dei conti pubblici italiani.

Gran parte dell’aumento della pressione fiscale degli ultimi anni è avvenuto in sede locale; in assenza di meccanismi perequativi, l’effetto è evidente: «una sorta di regola distorsiva, in virtù della quale i territori con redditi medi più bassi, espressione di economie più in affanno, sono penalizzati da una pressione fiscale locale più elevata»20. In terzo e ultimo luogo, la riduzione dei servizi pubblici, attraverso il susseguirsi di tagli alla spesa, penalizza particolarmente le fasce più deboli di popolazione (che vi ricorrono maggiormente), che sono a loro volta più che proporzionalmente presenti nel Mezzogiorno: il caso delle politiche per l’assistenza sociale21 è di assoluta evidenza. Diminuisce il consumo di servizi essenziali (come quelli sanitari), ovvero aumenta la spesa per servizi privati. Permanendo i vincoli comunitari all’azione complessiva della politica economica, va maturando un forte consenso nel Paese sulla necessità di procedere a una significativa riduzione della spesa pubblica per poter ridurre la pressione fiscale. Al di là della fede, per la verità più ideologica che scientifica, che taluni hanno nelle virtù di tale operazione (per il semplice fatto che essa riduce il perimetro dell’azione pubblica), questo indirizzo andrebbe attentamente valutato nelle sue conseguenze, sia sul livello di attività sia sul piano distributivo. Una profonda azione di revisione e affinamento della spesa pubblica italiana, che ne elimini le sacche di inefficienza e ne aumenti la qualificazione, è assolutamente auspicabile. Tuttavia, come notano gli osservatori più accorti ed esperti, se si vuole conservare la quantità di servizi disponibili per i cittadini, tale revisione non può che essere frutto di un lavoro di lunga lena; se ci si attende invece risultati di riduzione della spesa a breve, è lecito temere che essi comportino anche una ulteriore riduzione dei servizi. Una sensibile riduzione della spesa contemporanea a una riduzione della tassazione può avere conseguenze distributive, che andrebbero attentamente analizzate. Fra le persone, con una possibile penalizzazione dei cittadini più poveri, dei disoccupati, degli incapienti; fra i territori: perché in un Paese come l’Italia ciò potrebbe determinare un trasferimento di reddito assai significativo dalle regioni più povere a quelle più ricche (dove livelli di reddito e tassi di occupazione regolare sono più alti).

Ciò non significa che la spesa pubblica non debba essere profondamente rivista, in quantità e qualità; significa invece che occorre prestare una grande attenzione alle conseguenze di tali manovre; attenzione che nel dibattito contemporaneo sembra mancare. Ancora, desta perplessità concentrare tutta l’attenzione delle possibili politiche di rilancio sulle riduzioni fiscali: è indiscutibile che queste riduzioni potrebbero comportare un aumento del potere d’acquisto dei lavoratori (con stimolo ai consumi) e della competitività di costo delle imprese. Tuttavia il primo effetto va considerato tenendo contemporaneamente presenti le conseguenze dei tagli di spesa con cui si finanzia. Quanto alla riduzione dei costi aziendali (una sorta di «svalutazione interna»), essa dovrebbe richiedere un taglio massiccio per essere efficace, ed è lecito dubitare del suo effetto in assenza – in Italia ma non all’estero – di un indirizzo di politica industriale. Una riduzione di costi e prezzi certamente aiuta; ma senza una forte dose di innovazione non risolve certo i problemi strutturali delle imprese italiane. Eppure tali proposte godono di un forte, trasversale, consenso politico e fra i cittadini: per la storica percezione degli italiani di godere di un livello di servizi pubblici ampiamente inferiore al loro costo fiscale, in parte motivata e in parte no; per le difficoltà degli attuali bilanci delle famiglie, per cui qualsiasi riduzione fiscale nell’immediato aiuta; per la evidente debolezza di partiti e movimenti politici che abbiano a cuore una maggiore eguaglianza fra i cittadini e quindi il fondamentale ruolo redistributivo dello stato; per il «rancore», opportunamente alimentato da forti campagne di stampa, verso tutto ciò che è pubblico, ritenuto automaticamente fonte di sprechi.

Riappare, come all’inizio degli anni novanta, con il sostegno dei propri organi di stampa, il partito delle privatizzazioni a tutti a costi: evidentemente, come accaduto allora, immaginando che una frettolosa ritirata del pubblico possa determinare ghiotte occasioni di affari e comode aree di rendita per il privato. Vi è dunque il timore che possano proseguire a lungo indirizzi di politica economica che nell’insieme provochino uno spostamento di risorse dai cittadini più deboli agli altri; dalle regioni più povere alle altre. Spesso, tali azioni vengono abilmente comunicate come operazioni di premio al merito e punizione dell’incapacità. Un caso rilevante è quello dell’università pubblica, oggetto ormai da diversi anni di un forte taglio complessivo di risorse e di una distribuzione fortemente asimmetrica fra le diverse sedi di tali tagli26. L’asimmetria è variamente giustificata da set di indicatori cangianti nel tempo, ma nell’insieme tutti discutibili; accortamente utilizzati per rompere il fronte della protesta accademica (che infatti è stata assai modesta) e per presentare l’intera operazione come una valutazione e quindi un riconoscimento della qualità. Le vicende sono state talmente intricate da meritare ben altra trattazione. Valga, per tutti, richiamarne un capitolo, che per il significato che assume merita qualche riga.

I vincoli finanziari particolarmente stringenti che sono stati imposti in Italia al sistema universitario – che non trovano eguali in altri Paesi europei – determinano fra l’altro una riduzione del turn-over consentito alle università per il 2012 e il 2013 al solo 20% dei docenti in uscita. Il ministro Francesco Profumo28 – con decisione discutibile sotto il profilo di politica universitaria – stabilisce per il 2012 che tale 20% non debba valere per i singoli atenei ma per il sistema nel suo complesso. Per ripartire asimmetricamente i tagli viene così creato un indicatore di sostenibilità finanziaria. Esso però include anche le tasse universitarie pagate dagli studenti: cosa non solo assai discutibile politicamente (per cui è virtuosa la sede che fa pagare tasse più alte), ma anche dal profondo impatto territoriale. È difatti evidente che nel Mezzogiorno i redditi delle famiglie sono significativamente più bassi, il gettito delle tasse universitarie è più basso e allo stesso tempo gli studenti esonerati dal pagamento delle tasse (sulla base di una normativa nazionale) sono molti di più. Profumo limita l’impatto di questo indicatore per il 2012 con una soglia massima di oscillazione. Sostituito il ministro tecnico con un ministro politico, tale soglia viene eliminata per il 2013; gli effetti sono dirompenti: da un lato una ulteriore, forte, penalizzazione del sistema universitario meridionale; dall’altro un premio davvero spropositato per alcune sedi universitarie, in primis per quella di provenienza del ministro allora in carica, Maria Chiara Carrozza del Partito Democratico. L’effetto di questo, come di molti altri provvedimenti non va sottovalutato, perché innesca processi cumulativi. Le limitate possibilità di assunzione, infatti, determinano una crescente difficoltà a mantenere l’offerta di corsi, dato il crescere dei pensionamenti29; se questa si riduce, si riduce il numero degli studenti e quindi il gettito delle tasse. Se non si ha la possibilità di assumere i migliori docenti (ad esempio finanziando i passaggi di carriera di coloro che di recente sono stati abilitati come professori universitari), e questi si trasferiscono in altre sedi con maggiori risorse economiche, ciò si riverbera sul futuro: essi «portano in dote» alla nuova sede tutta l’attività scientifica passata; quando questa viene valutata, risultata maggiore nelle sedi che hanno potuto assumere, e ciò determina a cascata un ulteriore aumento delle risorse finanziarie per loro disponibili (a valere sul fondo di finanziamento ordinario delle università). Regioni ed enti locali del Mezzogiorno – come quelli del resto del Paese – sono pericolosamente nel mezzo di una incompleta transizione verso il «federalismo fiscale». Il processo è partito con la legge delega 42/2009 e con il varo di alcuni dei decreti attuativi: nel periodo in cui si pensava che questa riorganizzazione avrebbe contribuito a risolvere molti problemi dell’Italia. Poi si è fermato, con il governo Monti e il governo Letta. Si è rimasti in mezzo al guado. Un sistema incompleto. Che opportunamente è indirizzato verso l’utilizzo più sistematico dei «costi standard» come misura del finanziamento dei servizi pubblici, ma senza considerare che ciò richiede anche una attenta verifica e un adattamento alle condizioni strutturali in cui gli enti locali si trovano a operare.

E’ ad esempio molto più costoso il servizio scuola in una regione come la Calabria, in cui la popolazione è dispersa su comuni di limitata dimensione unitaria: ciò può implicare classi più piccole nei primi cicli, o maggiori spese per il trasporto studenti nella secondaria. Il sistema dei costi standard richiede un parallelo investimento verso la perequazione delle condizioni infrastrutturali: prevista dalla legge 42/2009 ma inattuata; i meccanismi perequativi, fisiologici in un sistema (come in Germania o in Spagna) nel quale il gettito fiscale è così diverso fra territori, vanno ancora messi a regime. Ciò è importante, nel caso dell’università come in quello del federalismo fiscale, perché ormai si sono messi in moto dei meccanismi «a cascata», per cui le decisioni già prese condizionano la situazione futura e le decisioni che verranno prese in base a quella situazione: minori risorse peggiorano le condizioni e quindi determinano automaticamente, senza ulteriori decisioni, risorse ancora minori per il futuro. In questo quadro, non vi è da sorprendersi se le esplicite politiche di coesione non siano fra le priorità nell’agenda del Paese. Esse sono oggetto da tempo di una consistente riduzione, e in pratica si sostanziano principalmente nell’utilizzo di fondi europei, che in grande misura sostituiscono una mancata spesa nazionale33. Sorprende e dispiace che il nuovo primo ministro Matteo Renzi abbia deciso che il tema (a differenza di quanto avvenuto con i due esecutivi precedenti) non meriti nemmeno una responsabilità ministeriale. Ma sorprende e dispiace ancor più che egli non abbia neanche voluto spiegare il perché, o almeno accennare alla sua visione di queste politiche, nelle comunicazioni programmatiche fatte alle Camere. Eppure, anche un osservatore distratto può rendersi conto di quanto – dopo il colpevole abbandono dell’insieme di questi interventi con i governi Berlusconi fra il 2008 e il 2011 – l’azione ministeriale di Fabrizio Barca e Carlo Trigilia sia stata importante: innanzitutto per accelerare l’attuazione e migliorare la qualità delle politiche oggi in corso, per mirarle sempre meglio allo sviluppo di tutto le regioni del Paese, ed in particolare di quelle più deboli34. Nell’assenza di comunicazioni ufficiali, è da notare una aggressiva campagna di stampa, con la quale è stata proposta la sostanziale cancellazione di queste politiche, anche da parte di un economista che «coordina un gruppo di lavoro della segreteria di Matteo Renzi». Ciò che rileva, in queste proposte, oltre alla loro assoluta fallacia tecnica, sono le prese di posizione aprioristiche, ideologiche, che non vengono mai suffragate da cifre, analisi, valutazioni scientifiche.

La considerazione, amara e inevitabile, è che queste azioni non sono ritenute utili per intercettare lo sfuggevole consenso degli elettori, cioè per l’unico congiunturale obiettivo che l’azione politica in Italia sembra darsi. Al di là dell’interesse meritorio di alcuni singoli, non sembra esservi su questi temi (come per la verità anche su altri) alcuna elaborazione programmatica. Con i governi di centro-destra vi è stato un complessivo, forte, ridimensionamento delle politiche di coesione. A lungo ci si è cullati con l’illusione che il centro-sinistra si sarebbe battuto come vero avversario politico-culturale del leghismo: quindi non sostenendo gli interessi di un territorio contro un altro, ma con una azione politica per costruire un’Italia più coesa, con diritti di cittadinanza meglio tutelati e uno sviluppo più diffuso. Tale illusione è apparsa nel tempo sempre più fuggevole: il motivato scetticismo dei cittadini del Mezzogiorno verso la proposta del centro-sinistra è già emerso nelle ultime elezioni politiche del 2013. Pochi hanno notato che, senza la inattesa e apparentemente sorprendente sconfitta al Senato in alcune grandi regioni meridionali a cominciare dalla Puglia (amministrata dallo stesso centro-sinistra), quello schieramento avrebbe ottenuto la maggioranza in entrambe le Camere, con uno sviluppo della vita politica completamente diverso da quello che poi si è verificato37. La amara impressione è che l’attenzione in particolare del Partito democratico sui fondamentali temi delle politiche di coesione territoriale sia ormai pressoché nulla38. Le vicende di quel partito sono assai deludenti: già da fine anni novanta assai distratto, disinteressato, sull’ipotesi Ciampi-Barca della «Nuova Programmazione», poi sempre più incerto nei suoi disegni.

Oggi sembra organizzato nel Mezzogiorno, al di là di qualche realtà aggregativa interessante, come una federazione di singoli uomini politici legittimati nel partito dal loro ruolo di portatori di voti. In generale, il voto del Sud viene richiesto in cambio del soddisfacimento di domande specifiche, ovvero attraverso la proposizione di grandi scenari di sviluppo – che vivono per il breve periodo elettorale e tornano subito nel dimenticatoio – basati su un intenso uso del politicamente corretto e della retorica dell’importanza del Mezzogiorno, per quanto sempre meno credibili. Eppure, lo strumento del voto resta fra i principali di cui il Sud dispone; la delega in bianco sperimentata negli scorsi anni in favore del centro-destra e del centro-sinistra, così come l’inseguimento delle sirene dell’antipolitica o il rifiuto astensionista, appaiono tutte sterili. Tuttavia, rappresentanze politiche spiccatamente territoriali, sempre più diffuse in Europa, appaiono svolgere un esclusivo ruolo di promozione dei propri specifici interessi: si pensi all’efficacissima interdizione che da sempre la Sudtiroler Volkspartei svolge contro ogni ipotesi di riduzione anche minima degli ingiustificati privilegi di cui godono in generale regioni e province a statuto speciale e in particolare l’AltoAdige-Sudtirol. Protagoniste di un gioco che per definizione viene vissuto come a somma nulla; attente a ritagliare per sé una fetta più ampia della torta. Ciò serve poco al Mezzogiorno, il cui benessere può aumentare solo attraverso un circolo virtuoso fra il proprio sviluppo e quello dell’intero Paese: la fetta del Mezzogiorno può crescere solo perché cresce l’intera torta.

La principale spiegazione della totale scomparsa dell’interesse politico, a destra come a sinistra, per lo sviluppo del Mezzogiorno come motore e componente essenziale del complessivo rilancio dell’economia italiana, sta nella grande affermazione culturale del «teorema meridionale». Secondo questa interpretazione, senza il Sud l’Italia sarebbe più ricca e crescerebbe di più; il Sud cresce infatti meno nonostante assorba un enorme flusso di risorse pubbliche; ciò accade perché queste risorse (sottratte all’Italia che produce) vengono sprecate, finiscono nelle mani di politici corrotti e organizzazioni criminali, senza alcun risultato; perché le fallimentari classi dirigenti del Mezzogiorno sono espressione diretta della mancanza di cultura e di capitale sociale dei meridionali. Importante corollario del teorema meridionale è che le politiche pubbliche sono il problema e non la soluzione. Meno se ne fanno meglio è; si ottengono più risultati positivi: si sottraggono meno risorse alla parte «seria» del Paese, si riduce la spesa pubblica complessiva in Italia, si impedisce alle classi dirigenti locali di intermediarle senza frutto, si incentivano finalmente i meridionali a «darsi da fare», senza vivere sulle spalle del resto del Paese. Per quanto straordinariamente rozza ed estrema, questa interpretazione della realtà del Sud ha acquistato negli ultimi quindici anni un forte consenso; probabilmente cresciuto nel periodo più recente, con gli assai più stringenti vincoli di finanza pubblica. Consenso diffuso fra molti italiani del Centronord, come pure fra molti italiani del Sud, convinti che i ritardi e i problemi del Mezzogiorno siano fondamentalmente «colpa dei meridionali», e che quindi sia opportuno finirla con l’«assistenzialismo» e darsi finalmente da fare (oppure emigrare perché non c’è niente da fare). Lo dimostra anche, da ultimo, il successo mediatico di un recente volume che si fa sostenitore di una tesi estrema, per cui nell’arco degli ultimi centocinquant’anni i ritardi e le difficoltà del Mezzogiorno sono esclusivamente attribuibili al ruolo negativo delle sue classi dirigenti, senza che abbiano giocato un ruolo significativo gli sviluppi dell’economia e della politica economica.

Queste tesi trovano consenso in una fetta molto ampia delle classi dirigenti italiane, assolutamente al di là del perimetro di stretto riferimento della Lega Nord. Classi dirigenti sia economiche, sia culturali, sia politiche, di destra, di centro e di sinistra: per convinzione, per utilità. Perché così risorse disponibili possono essere impegnate più profittevolmente verso i propri interessi particolari, i propri territori di appartenenza. Essenziale è il ruolo dei grandi mezzi di comunicazione. Da tempo, sia sulla grande stampa nazionale sia nei mezzi televisivi, sia, ancora, in alcuni recenti volumi si sono diffuse le stesse stereotipate rappresentazioni e analisi del Mezzogiorno: la terra dello spreco, il peggio del Paese (sempre e comunque, a «prescindere»). Non che la denuncia delle evidenti patologie vada oscurata o censurata: tutt’altro. Ma essa assume sempre carattere totalizzante: il Mezzogiorno è solo spreco e inefficienza; sempre e solo, e quindi senza speranza di un possibile cambiamento. Se ci sono esempi positivi, non sono mai indicazione di presenti e futuri possibili, ma solo eccezioni, transitorie, alla regola. L’unico comportamento ragionevole è l’«uscita», l’abbandono, l’emigrazione. E pertanto, come corollario del teorema, non vi è molto che si può o si deve fare: l’unica ragionevole strada è quella di abbandonare il Mezzogiorno a sé stesso, costringere i meridionali a far da soli smettendo di vivere sulle spalle dell’Italia che produce, affinché attraverso un bagno salvifico di minor benessere materiale la società meridionale finalmente si mondi dalle proprie colpe. È insita in queste tesi una profonda condanna morale: che ricorda molto l’atteggiamento di molti tedeschi nei confronti della situazione della Grecia. Gli esempi che si possono fare a riguardo sono innumerevoli, ma basta scorrere le annate dei grandi quotidiani nazionali per raccogliere una ampia evidenza a riguardo. Giusto per restare all’esempio specifico del decreto ministeriale sull’assegnazione dei punti organico alle università, non si può non ricordare come il «Corriere della Sera» sia pesantemente sceso in campo a difesa di quel provvedimento. Poco importa che i criteri utilizzati attenessero solo alle variabili finanziarie degli atenei e in particolare al gettito delle tasse universitarie: per quel giornale il provvedimento premiava il «merito».

E’, ancora, interessante il ruolo svolto dal supplemento locale per Campania e Puglia del «Corriere della Sera» (specie nei tempi più recenti dopo il cambio di direzione e il riassetto della proprietà), che sembra svolgere una vera e propria campagna culturale per convincere i suoi lettori delle proprie responsabilità, invitandoli a non esigere diritti o politiche ma a pentirsi delle proprie colpe. In altra sede si è più compiutamente argomentato intorno a queste convinzioni, alla loro fallacia, alla mancanza di analisi scientificamente valide che ne siano alla base. Qui vale sottolineare un aspetto importante: il «teorema meridionale» rappresenta una visione semplificata ed estrema della realtà. A essa tuttavia, non può e non deve essere contrapposta una visione altrettanto semplificata ed estrema, di difesa «a prescindere» del Mezzogiorno in una discussione che diviene una contrapposizione territoriale a somma nulla: più a te, meno a me. Il compito delle sempre più sparute e indebolite classi dirigenti che provano ad affrontare il tema dello sviluppo del Mezzogiorno nell’ambito dei complessivi processi di sviluppo e trasformazione dell’Italia e dell’Europa diviene così particolarmente arduo. Da un lato, non può essere mai dimenticato come le difficoltà del Mezzogiorno dipendano a volte in misura cospicua da responsabilità dirette delle classi dirigenti del Sud e, in senso più lato, dell’intera società meridionale: il cattivo utilizzo di parte delle risorse disponibili, l’utilizzo clientelare del potere politico a fini di consenso, le commistioni fra politica, amministrazione ed economia, l’esistenza di aree di rendita e illegalità, l’eccesso di autogiustificazione e di tolleranza per i propri comportamenti, fino alle patologie più gravi, connesse all’esistenza di vaste aree di illegalità e di ancor più vaste «zone grigie» di relazioni fra mondo legale e mondo illegale. Nel dibattito politicoculturale una difesa d’ufficio del Mezzogiorno, a giustificazione sempre e comunque dei suoi comportamenti, non può essere accettata. Parte delle possibilità di sviluppo dell’area non può che scaturire da un’azione nei luoghi, interna alla società e all’economia meridionale, alle università e alle pubbliche amministrazioni, alle imprese e alle organizzazioni di rappresentanza, volta a contrastare i diffusi fenomeni di sottoutilizzo delle risorse, di tolleranza di posizioni di rendita, di accettazione delle irregolarità, di rifiuto della trasparenza e di criteri di valutazione dell’efficienza e del merito. Un’azione «meridionalista» non può che partire da un contrasto al cattivo Mezzogiorno. Un’azione indispensabile, per quanto difficile, anche alla luce del fatto che nel nuovo secolo le forze riformatrici e innovatrici al Sud paiono indebolite, paiono aver perso lo slancio, assai interessante, che avevano acquisito nei primi anni della cosiddetta «Seconda Repubblica». Molto deboli appaiono in particolare le organizzazioni civiche nelle grandi città.

Ma questa è solo una parte dell’agenda. L’altra parte, parallela e altrettanto indispensabile, è collegata a una difesa attenta ma incisiva degli interessi dei cittadini e delle imprese del Mezzogiorno nell’ambito della politica e della politica economica nazionale. Con buona pace delle mode recenti, il benessere dei Paesi e dei territori non è univocamente determinato dalle proprie dotazioni di capitale sociale o dall’azione «estrattiva» delle proprie istituzioni, ma dipende moltissimo dalle dinamiche dell’economia e dalle scelte politiche e di politica economica. Il benessere, presente e futuro del Mezzogiorno dipende anche moltissimo dalle grandi scelte che l’Italia farà. Ancora una volta, e a scanso di fraintendimenti: ciò non significa sostenere che l’azione locale, nel Mezzogiorno contro il cattivo Mezzogiorno, non sia indispensabile. Significa sostenere che se senza quella non si va lontano, altrettanto non si va lontano senza un chiaro orientamento delle grandi politiche nazionali.

Senza la capacità di tornare a eleggere bravi sindaci, il Mezzogiorno non va lontano; ma se a questi bravi sindaci non vengono forniti strumenti, finanziari e regolamentari, per migliorare servizi e qualità della vita nei propri territori, la loro azione non può che rivelarsi sterile. In particolare il futuro del Mezzogiorno dipende dall’esistenza o meno di una forte politica nazionale di sviluppo e coesione. Con questo termine si fa riferimento a una pluralità di questioni, fra loro profondamente interconnesse: lo sforzo nazionale per promuovere più intensamente la dotazione, nelle aree che ne sono sprovviste, di fondamentali opere di infrastrutturazione sociale ed economica, soprattutto attraverso una spesa in conto capitale di qualità e quantità adeguata; l’obiettivo nazionale di accompagnare la trasformazione strutturale dell’economia, il rafforzamento del sistema produttivo, la nascita e lo sviluppo di nuove imprese, attraverso una «politica industriale», che stimoli la crescita di lungo periodo di attività di mercato aperte alla concorrenza internazionale; la reingegnerizzazione della presenza e dall’azione pubblica, volta non a ritagliare risparmi, agendo a caso dove è più semplice, ovvero a ridurre per convinzione ideologica il ruolo dello stato, ma provando a migliorare la qualità dei servizi pubblici disponibili per i cittadini e le imprese (dall’istruzione alla sanità ai trasporti), anche attraverso una diversa distribuzione delle risorse finanziarie correnti, che premino l’efficienza (consentendo risparmi) ma tutelino fortemente l’equità, fra cittadini e territori. E la questione più importante: vigorose azioni politiche di contrasto all’aumento delle disuguaglianze e delle sacche di povertà e alla diminuzione delle opportunità di ascesa e di affermazione sociale. Azioni che possono declinarsi sia a livello di individui, di famiglie (per difendere i cittadini dai pericoli di esclusione sociale e per dare loro maggiori opportunità), sia a livello di luoghi, di regioni (per creare contesti dove l’esclusione venga contrastata e si aprano nuove possibilità di lavoro e di mobilità sociale). Azioni che contemporaneamente difendano e promuovano.

E’ evidente che non si tratta di una politica minore, settoriale, straordinaria, ma della corretta declinazione territoriale delle principali politiche pubbliche che servono all’Italia nei prossimi anni, forse decenni: il potenziamento, quantitativo e qualitativo, della sua infrastrutturazione sociale ed economica; una forte politica industriale; un percorso di revisione e miglioramento della spesa pubblica. Come sempre, al Mezzogiorno serve quel che serve all’intero Paese. Una trasformazione strutturale di tale ampiezza e profondità, per quanto progressiva, richiede sia visione politica che capacità tecnica. In Italia sembrano latitare entrambe, ma soprattutto la prima. Nell’attuale quadro non vi è alcuna forza politica non solo che abbia una tale complessiva visione del futuro del Paese, ma soprattutto che ne prefiguri una corretta declinazione territoriale. E questo è un ulteriore, rilevante, elemento di preoccupazione.


Dalla stessa categoria

Lascia un commento