Lo scandalo dei 700 milioni di euro di titoli derivati del Comune di Napoli. Che prima o poi bisognerà pagare

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Comune di Napoli

Il caso è finito sulla prima pagina del Financial Times qualche giorno fa e monti hanno temuto che potesse dare il via a un nuovo tsunami finanziario sull’Italia. Per fortuna gli argini costruiti dal ministero dell’Economia hanno retto. Ma la mina dei derivati, comunque la si voglia considerare, resta lì in tutta la sua rischiosità. E, soprattutto, rischia di travolgere i bilanci futuri di molti enti locali, a cominciare da quello del Comune di Napoli, uno dei più esposti.

Ma, prima di scoprire le cifre, cerchiamo di capire che cosa sono i derivati e, soprattutto, perché sono così pericolosi. Se volessimo semplificare al massimo, potremmo dire che questi strumenti finanziari dai nomi complicati e tutti rigorosamente inglesi, funzionano un po’ come delle scommesse. Si può “giocare” sull’andamento di un titolo così come sul tasso di interesse di un Bond. Ma si possono usare anche meccanismi più complessi. I famosi Credit Default Swap, i Cds, che hanno tremare il mondo quando la Grecia era al default, sono scommesse sulla possibilità che un paese (o una società) faccia fallimento.

I futures, che molti ricorderanno perché sono i protagonisti del gran finale del famoso film “Una poltrona per due”, sono scommesse sull’andamento della materia prima: ti vendo fra un anno un chilo di patate a 1 euro anche se oggi ne costano due. Scommettendo che alla fine il costo sia molto inferiore. Insomma, uno scambio di “carta” contro “carta”. Dietro i derivati non c’è l’economia reale ma solo quella finanziaria.

Le cose sono andate bene fino al 2008 quando, ad un certo punto, è scoppiata la bolla dei mutui sub-prime. Si è scoperto, cioè, che le banche avevano erogato mutui superiori al valore della casa. Ma, non contente, avevano emesso anche derivati sulla possibilità che quei mutui venissero regolarmente pagati. Quando il mercato immobiliare è calato, gli americani non sono riusciti a versare le rate e tutto il castello di carta è crollato.

Ma, nel frattempo, nella pancia degli istituti di credito ma anche degli Stati è rimasto una montagna di “derivati”. Anche l’Italia ha partecipato al “banchetto” e, al 6 aprile 2012, si legge nella relazione della Corte dei Conti, “il numero complessivo di strumenti derivati a copertura di debito emessi dalla Repubblica italiana ammonta a circa 160 miliardi di euro, a fronte di titoli in circolazione, al 31 gennaio 2012, per 1.624 miliardi di euro. Nessuno sa prevedere quanto peseranno in termini di perdite. Solo per fare un esempio, nel corso del 2012 l’Italia ha chiuso un debito derivato contratto con la Morgan Stanley (contratto stipulato nel 1994) con una perdita di 2, 6 miliardi di euro.

La finanza creativa è stata di casa anche a Palazzo San Giacomo, dove a partire dal 2004 si sono lanciati in una serie di emissioni di titoli per ripianare i debiti e finanziare in maniera alternativa rispetto alla Cassa Depositi e Prestiti i progetti di investimento. Sulla carta le condizioni erano vantaggiose, soprattutto per i primi anni, quando questi derivati garantivano un tasso fisso inferiore a quello della Cassa. Poi, però, negli anni successivi il sistema cambiava, il tasso diventava variabile ed era agganciato all’Euribor. Conclusione: i risparmi iniziali si trasformavano in perdite tutte scaricate sui bilanci futuri dell’ente. Ed è questo l’aspetto forse più pesante della mina dei derivati anche per le casse del Comune. A Napoli, infatti, ci sono ancora 700 milioni di titoli derivati che Palazzo San Giacomo prima o poi dovrà pagare.

In alcuni caso le scadenze arrivano fino al 2035. E, come sottolinea la Corte dei Conti, gli accordi sono vantaggiosi per chi presta (gli istituti di credito) e poco vantaggiosi, nel medio e lungo termine, per il Comune. Uno squilibrio che già oggi avrebbe comportato una perdita consistente. Solo per i contratti stipulati nel 2005, ad esempio, la perdita sarebbe di una 60 di milioni. Ai quali occorre aggiungere i 23 per quelli dell’anno precedente. Ma si tratta di numeri puramente “virtuali” dal momento che il calcolo definitivo potrà essere fatto solo a consuntivo, una volta onorato il debito. Senza dimenticare, poi, la vicenda dei Boc, i buoni comunali del Comune, altro esempio di finanza creativa finito male.

Insomma, nonostante le rassicurazioni, la mina dei derivati è sempre lì, pronta a scoppiare anche se i suoi effetti saranno avvertiti solo dalle future generazioni. Beffate due volte: pagheranno i debiti contratti dai genitori e stanno già pagando il prezzo più alto della crisi.

Antonio Troise

Antonio Troise. Napoletano doc, dopo 27 anni di carta stampata, quasi tutti al Mattino ma con qualche incursione nei settimanali (Panorama, Mondo...) e sporadiche collaborazioni sul piccolo schermo (Rai e Tv locali) ha deciso di voltare pagina, fulminato dalla rivoluzione digitale. Web, blog, social network sono gli strumenti che offrono ai giornalisti la possibilità di riconquistare autonomia e creatività. E dare voce anche al Sud, avvolto da una cappa di assordante silenzio. E, invece, proprio la Rete offre un’occasione in più per narrare e per restare al Sud.

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