Lo strano caso della lince dell’Appennino

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Rispondo a chi mi pone questa domanda: sinceramente… credi esista allora la lince in Appennino?

E se si è popolazione residuale o frutto come nei Pirenei di reintroduzione clandestina?

Risposta: Sinceramente, non vedo perché animali elusivi come la lince non possano sopravvivere a lungo in ambienti remoti, densi di foreste e poco frequentati , senza farsi notare…

Talvolta si può dimostrare che una specie è presente, assai più problematico è provare con certezza che sia completamente scomparsa: “Absence of evidence is not evidence of absence”.

I casi di felini che pochi credevano sopravvissuti, poi “ricomparsi” nella sorpresa generale, sono numerosissimi, dal puma del Sud-Est degli USA (Florida Panther) al Ghepardo del Sahara (Acinonyx jubatus hecki), vedi immagine, e moltissimi altri…

Personalmente ho seguito da anni la vicenda della Lince nei Pirenei, in collaborazione con Luc Chazel e Muriel Da Ros che ne sono i francesi ricercatori e testimoni , e non credo affatto che non potesse ancora esistere in quelle vaste catene montuose, dove resti sub fossili erano già stati rinvenuti.

La situazione non è troppo diversa, in fondo, da quella dell’Appennino centromeridionale. E uguale è anche la reazione del mondo accademico, che di fronte alla scoperta sensazionale di una verità che rifiutava, e che non vuole comunque accettare, anziché ammettere propri errori o lacune, grida alla “sconsiderata” e “recente” “reintroduzione clandestina”, senza esibirne, o averne, prove o indizi di sorta. Esattamente come al Parco Nazionale d’Abruzzo. La storiella viene ripetuta molte volte, è accettata da tutti, e diventa così incontestabile “verità scientifica”.

Questo non esclude, naturalmente, che qualcuno nei Pirenei, nell’Appennino o altrove possa aver liberato linci, o altri felini. Ma qualcuno ha mai indagato più a fondo? Perché nessuno dice, ad esempio, che al Parco e alla Maiella, come del resto al Pollino e Orsomarso, la lince ricompare con discrezione non accanto ai centri abitati alla ricerca di cibo (tipico degli animali detenuti a lungo in cattività e poi rilasciati), ma nel profondo dei valloni e delle forre, proprio dove si registravano nel secolo scorso gli ultimi avvistamenti?

Ho scritto molto su questa vicenda, e presto il gruppo Lince tornerà ancora sull’argomento.

Franco Tassi

Franco Tassi nasce a Roma il 7 Marzo 1949. Sin dai primi anni di vita dimostra un'innata capacità rappresentativa e passione per il disegno. Un'infanzia passata a disegnare, inventare e generare con la fantasia, stimolato da sua madre, che perderà molto presto, che ne aveva sempre assecondano le doti artistiche. Pur frequentando l’Istituto Tecnico Industriale “A. Volta” di Tivoli, continua a studiare autonomamente e con passione la storia dell’arte. In questi anni “conosce” i più importanti punti di riferimento del suo stile: Giacometti, Modigliani, Michelangelo, Van Gogh, Caravaggio. Da artista autodidatta, Franco sperimenta, in costante evoluzione, differenti tecniche pittoriche, fotografiche e scultoree, in ogni forma e con l'utilizzo di ogni tipo di materiale, dall'olio all’acrilico, dallo smalto all'inchiostro e perfino al sangue. Talvolta la stessa esiguità dei mezzi materiali a disposizione ne accentua l’impeto creativo arrivando a dipingere su vecchie lenzuola con dentifricio e vernice per scarpe. Nel suo percorso formativo la passione per la musica ha un ruolo fondamentale, un elemento che lo accompagnerà per tutta la vita: “Mentre dipingo ascolto sempre brani musicali che divengono le colonne sonore dei miei quadri, dei sottofondi per la mia attenzione tutta protesa verso la pittura”. Jazz, Blues, Rock, Classica, Beethoven, Rolling Stones, Charlie Parker, Amy Winehouse, De Andrè, Guccini, Tenco, Jimi Hendrix. Negli anni Settanta si affaccia al mondo ufficiale dell’arte partecipando, con discreto successo, a mostre personali e collettive nelle quali viene più volte premiato. Presto preferisce liberarsi dagli obblighi di un ambiente artistico convenzionale assecondando la sua natura schiva e riflessiva che lo porterà a livelli artistici interessanti. Nel 1974 sposa Franca, che per lui rappresenta non solo una compagna, una moglie e la madre dei suoi figli, ma anche la sua musa. Scava e studia nel profondo i segreti dell’animo, li filtra con tutta la sua sensibilità per esternarli sulla tela con colori contrastanti, vivi e graffianti attraverso l’uso della spatola. Questo sarà uno dei temi ricorrenti e fondamentali della sua futura produzione artistica: “Nel suo mondo pittorico egli mostra sofferenza e gioia dell'essere umano, aspetti tragici e mistici della vita attraverso colori forti e violenti, forme in tensione che si fanno portavoce di un'introspezione continua degli stati d'animo che sconvolgono i normali canoni di interpretazione del visibile per trascendere ogni forma scontata e banale fino a tradursi in un contenuto dotato di una esuberante forza psichica e fisiologica in cui i profondi cenni alla realtà emergono senza mediazione e privi di censure” (Alessia Latini). “Andare oltre l'arte”: questa sembra essere una delle linee portanti del suo pensiero artistico. Le sue parole ci rivelano la figura di un esteta immerso nella sua arte in continua ricerca, in un mondo ancora tutto da scoprire. Franco è un pittore instancabile, un uomo dalla sensibilità straordinariamente fragile per il quale la pittura, a suo dire, è come il respiro. La similitudine ne testimonia l’urgenza e la necessità dell’atto: obbligatorio e costante allo stesso tempo. La sua carriera si interrompe nel giugno 2010 quando la malattia gli impedisce di reggere i ritmi che gli impone l'attività pittorica. Il suo dolore di non poter più dipingere è immenso. Franco muore a Palombara Sabina, all’età di 61 anni il 4 Ottobre del 2010 circondato dall’amore dei suoi familiari lasciando numerose opere, circa cinquecento, alla collezione privata Tassi e a molte altre collezioni private, oltre che in Italia, in Olanda, Norvegia, Stati Uniti, Germania ed Etiopia. "Per sfuggire al mondo non c'è niente di più sicuro dell'arte e niente è meglio dell'arte per tenersi in contatto con il mondo" (Goethe).

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