Nutrirsi dell’odore dei banchi di scuola

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L’assioma si manifesta in tutta la sua purezza e nessuno può dubitare del comportamento genuino, semplice e onesto dei “nostri” ragazzi.

Sovente i media, attraverso la nuda cronaca, ci rappresentano sino all’accesso i “nostri” ragazzi come se fossero inclini al disprezzo delle regole.

Non è affatto così! Da quasi un decennio mi nutro dell’odore dei banchi di scuola; mi cibo della loro spontaneità, della loro sete di sapere e di conoscere.

E lo fanno senza pregiudizio alcuno, col candore della loro età, ma con la criticità del senza se e senza ma.

Sono veri! Quando racconto di mafia, dai loro occhi fissi e sgranati e dai loro silenzi, noto lo splendore della migliore gioventù. Altro che bulli.

Colgo, attraverso i loro ragionamenti il paradigma di una società coesa che ha bisogno di vivere in legalità.

Sarò un romantico sognatore, ma conto molto su loro e sempre dico che non sono il futuro, ma il presente e che possono e devono colmare il deficit lasciatoci in eredità dai nostri padri.

Spiego loro che l’architrave su cui si fonda una società giusta sono in primis diritti e dovere, conditi dal rispetto verso chi dissente da opinioni diversi, e di non farsi condizionare da pregiudizi per il colore della pelle o professa una religione diversa.

Opinare sì ma mai avere la presunzione di essere migliore di altri o di essere il centro del mondo.

Un altro aspetto a cui spesso faccio ferimento è l’onestà: parola tanto dimenticata il cui significato sembra essersi perso nella notte dei tempi.

E cito una metafora: “Le scorciatoie portano ai dirupi, mentre le strade tortuose portano sempre a mete meravigliose”.

Vi posso garantire che i ragazzi apprezzano il distinguo e nell’occorso non mi sottraggo di raccontare dei “traditori” ovvero coloro – miei colleghi – che per denaro o favori si sono venduti alla mafia.

Quando si parla ai ragazzi, occorre dire tutta la verità, anche se talvolta amara.

Pippo Giordano

Palermitano, ispettore della Dia in pensione. Ha collaborato con il giudice Paolo Borsellino fino al 17 luglio 1992, due giorni prima della Strage di via D'Amelio.

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