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“Io, Domenico Notarangelo, mi sento figlio di Pier Paolo Pasolini”

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“Pasolini è entrato nella mia vita quando avevo 34 anni ed ero alle prime armi del giornalismo per cui era già entrato nei miei interessi culturali, nelle mie letture. Da allora in poi la sua presenza nella mia formazione divenne sempre più solida e costante e credo di non aver fatto ancora abbastanza per assimilare la sua morale e il suo insegnamento.

Poi c’è la componente emozione che mi prende nel parlare e ricordare Pasolini perché ho sempre avuto l’impressione di aver vissuto un momento magico della mia esistenza a contatto con un uomo straordinario che impersona la cultura mondiale di tutti i tempi e di tutte le latitudini, e non è poco.

Mi sento un privilegiato, un unto dal Signore.

Pasolini mi ha insegnato la coerenza e la chiarezza delle idee. Mi ha insegnato ad avere delle idee e sostenerle e amarle ad ogni costo.

Pasolini, poi, ci ha insegnato la strada giusta per stare nel mondo che è la politica del progresso e della civiltà”.

Con queste parole si è concluso il suo flash back.

In quel momento i suoi occhi brillavano più di quanto non avessero luccicato fino ad allora. Essi ridevano accompagnati dall’intero volto.

Mentre pronuncia quelle parole protende la schiena verso di me, quasi a volersi avvicinare per farmi toccare dalla sua emozione.

Il suo sguardo cade alle mie spalle dove c’è una finestra.

Guarda verso l’infinito ed io percepisco che è tornato sul set fotografico del film Il Vangelo secondo Matteo.

Era il 1964 quando Domenico Notarangelo, corrispondente dell’Unità, direttore del mensile La nuova Basilicata e membro del Partito Comunista, si ritrovò al fianco di colui che fino ad allora aveva conosciuto solo attraverso le letture: Pier Paolo Pasolini.

Questi decise di girare un film sacro, Il Vangelo secondo Matteo, perché desideroso di recuperare il mito e la concezione pura dell’umanità.

Si recò personalmente in Palestina per individuare i volti e i luoghi che incontrarono Cristo. Tuttavia rimase deluso: “Credevo di trovare paesaggi monumentali e invece trovo una collina brulla e spelacchiata –disse- qui è tutto moderno, maledettamente industrializzato. Anche le facce degli arabi sono diventate lisce e ben pasciute”.

Da qui la scelta di guardare al sud Italia: Taranto, Bari Vecchia, Massafra. Matera non c’era ancora ma, nella ricerca del posto giusto per girare la Terra Santa, sarà identificata come il luogo più adatto.

I Sassi erano come Gerusalemme.

L’aiuto regista Maurizio Lucidi e l’organizzatore del film Manolo Bolognini provvidero immediatamente a cercare delle persone che volessero proteggere Pier Paolo Pasolini. Erano preoccupati che anche a Matera ci fossero dei gruppi neofascisti che lo aggredissero, come era già successo altrove.

Non potevano che rivolgersi al Partito Comunista. Domenico Notarangelo, in quanto segretario della Federazione Giovanile Comunista e in quanto il più giovane, ricevette l’incarico di cercare un gruppo di possenti adatto a questo compito.

Poco dopo fu ricontattato: “Ho bisogno del suo aiuto nella scelta delle comparse che impersoneranno i farisei e i sacerdoti. Devono essere delle facce stronze, fasciste”, disse il regista.

Ogni due o tre giorni in quello che un tempo, a Matera, era il cinema Quinto era possibile visionare degli spezzoni del film e fu lì che Domenico Notarangelo si accorse di aver scelto bene quelle facce, individuate nella sezione del suo stesso partito.

Un giorno mentre lavorava fu richiamato di corsa, Pasolini aveva bisogno ancora del suo aiuto: una comparsa speciale, il centurione. Questa volta però Pier Paolo volle che fosse proprio Domenico Notarangelo a rappresentarlo.

Questa scelta gli consentì di stare sul set, un privilegio da lui stesso definito “provvidenziale”. Portò con sé due macchine fotografiche, una semplice da usare ed una più impegnativa. Bisognava solo trovare il modo

giusto per non farle vedere. Allora pensò di allungare i cinturini e così le appese al collo passandole da sotto la divisa e nascondendole sotto il gonnellino.

Fotografò Pasolini facendo fare ad alcuni suoi scatti il giro del mondo: Pasolini e Cristo; Pasolini mentre aggiusta il velo nero della cara madre scelta per interpretare la Madonna.

Mentre Notarangelo narra la sua esperienza mi invita ad alzare lo sguardo: “Guarda quella fotografia: lui con l’occhio vicino alla macchina da presa. Quando l’ho scattata fui fortunato perché una delle due macchine fotografiche che avevo, la Voigtlander, era un po’ complicata e non la conoscevo molto avendola acquistata da poco. Trovavo la difficoltà di essere veloce a scapito anche della qualità della foto stessa.

In quel momento, mentre lui era vicino la macchina da presa si accorse che stavo per fotografarlo, ma anche che fossi in difficoltà. Pasolini si fermò quasi per darmi il tempo di mettere apposto tutto e scattare la foto. E’ una fotografia, quindi, perfetta.”

Pier Paolo Pasolini sul set si muoveva tra le comparse, ma soprattutto a stretto contatto con la macchina da presa. La scelta delle focali non era mai casuale così come volutamente volle che le inquadrature fossero tutte dall’alto. Non ci dovevano essere elementi di disturbo. Bisognava rompere l’orizzonte. Bisognava rompere le convenzioni.

Nella scelta degli attori non c’era distinzione alcuna: Alfonso Gatto, il nipote e il fratello di Elsa Morante, Enrique Irazoqui, ma anche gente che non conosceva affatto la lingua italiana. Per lui erano tutti uguali.

In molte scene prevale il silenzio, un silenzio paradossalmente parlante perché i volti sono come paesaggi.

Si tratta di quelli che lo stesso regista ha definito gli “im-segni”.

Pasolini ha rivelato Matera a tutto il mondo, ha compreso il valore dei Sassi ben 50 anni fa quando erano stati definiti, invece, “vergogna nazionale” per il loro degrado. Pasolini è stato un uomo fuori dal tempo.

Per ricordarlo degnamente a Matera è prevista nel 2014 una convention nazionale per convogliare tutti i suoi amici: “Più che fare una discussione faremo una grande festa. I pasoliniani che ritrovano e abbracciano Pasolini in un luogo magico come Matera dove egli è venuto a vivere, respirare e lavorare per un mese”. Queste le parole del grande Domenico Notarangelo, il “figlio” di Pier Paolo Pasolini.

Ilaria Fiore

Ho 23 anni, vivo a Matera e sono iscritta alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Bari, curriculum: editoria e giornalismo. A scuola ho sempre avuto due passioni: la matematica e l’italiano. Conseguito il diploma mi sono ritrovata a scegliere cosa fare delle mia vita: ho guardato dentro di me e tra i miei due “amori” ho scelto quello che più mi emozionasse. La scrittura mi permette di esprimermi nel modo in cui la sola voce non mi consentirebbe di fare; di fermare il volo dei miei pensieri; di viaggiare in altri luoghi e in altri tempi. La scrittura è comunicazione e la comunicazione siamo noi. Sto studiando per diventare giornalista e lavorare nella mia terra per raccontare tutte le sue verità. Adoro immortalare i momenti con uno scatto fotografico. Guardare uno fotografia significa trovare una nuova fonte d’ispirazione per scrivere il proprio mondo interiore. Come diceva il grande Walter Benjamin: “Si capisce come la natura che parla alla cinepresa sia diversa da quella che parla all’occhio. Diversa specialmente per il fatto che al posto di uno spazio elaborato dalla coscienza dell’uomo interviene uno spazio elaborato inconsciamente”.

One comment

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    BENITO

    27 Dicembre 2013 - 01:31

    _________________ BRAVA, LA FOTOGRAFIA CONSERVA DEI BEI RICORDI, .BELLO ANCHE FARE IL GIORNALISTA..
    BRAVA

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