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#LucaRibuoli, Dal #Sud al #GrandHotel

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Questa sera andrà in onda la terza puntata di “Grand Hotel”, la fiction televisiva targata Rai1, firmata da Luca Ribuoli. Classe 1969, è stato regista di numerosi lavori per il piccolo schermo, da ‘La Squadra” a “Il Commissario Manara”, passando per “Don Matteo” fino ad arrivare a “Questo nostro amore 70”, in cui ha avuto la straordinaria e  rara capacità di narrare i sentimenti che attraversano la vita.

“Grand Hotel”  unisce il melò al giallo, sullo sfondo di  intrighi, passioni e colpi di scena. E’ il più lussuoso degli alberghi dell’Impero austro-ungarico e proprio qui è ambientata una grande ma tormentata storia d’amore, quella tra Pietro e Adele. Oltre che parlare di questa entusiasmante fiction, ho approfittato per parlare anche del Sud, del suo rapporto con queste terre e di come i valori del Sud siano sempre di più insiti in noi e nelle nostre vite, oltre che nel cinema e nelle fiction italiane

Questa sera  vedremo su Rai1 la terza puntata di “Grand Hotel”; com’è nata l’idea di fare questa fiction?

Il soggetto è un adattamento di una serie spagnola. La Rai e gli autori hanno deciso di adattare la storia tra le montagne dell’Alto Adige, ambientazione cara anche ai co-produttori tedeschi. La serie originale aveva una resa più soap; in questa italiana il mio compito era quello di modernizzare il racconto. Va detto che è un prodotto a basso budget, ma il risultato è un piccolo miracolo.

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La storia che ci racconti si svolge nel Sud Tirolo. Ha qualcosa in più rispetto ad altri territori?

Il tirolo è un ambiente fantastico e poco contaminato, molto adatto ad un film in costume. Il fatto che nel 1905 fosse territorio asburgico mi ha permesso di celebrare la sua raffinatezza e la sua grandezza. Il Grand Hotel diventa teatro di incontro delle aristocrazie europee. Poco importa che fosse un mondo in disfacimento – mancano nove  anni all’inizio del primo conflitto mondiale – perché nessuno dei villeggianti era in grado di comprenderlo.

Cosa vorresti uscisse dai tuoi personaggi?

Tutti lottano per qualcosa di importante. Ho cercato di immergerli in una verità, che è anche sociale e storica. I personaggi lottano appassionatamente per quello che vogliono; scelgono e prendono decisioni.

Sei sempre stato molto attento nella scelta del cast in tutti i tuoi film. Hai sempre privilegiato in particolare i giovani, da Nord a Sud; ritieni che ci sia ancora futuro per il cinema italiano?

I giovani di oggi sono molto più determinati di quelli della mia generazione, senza differenza di provenienza. Il futuro del cinema e del racconto  dipenderà molto dalle nuove generazioni di autori e produttori. Quello che, secondo me, manca è il coraggio! Dovrebbero esplorare nuove vie di racconto per emozionare lo spettatore. Tento costantemente di lavorare dentro a un’evoluzione, ancora troppo lenta c rispetto a quella dei paesi anglosassoni e della Francia.

Ancora una volta, c’è la collaborazione con un giovane ma bravissimo attore siciliano, Dario Aita, perchè  proprio lui nel ruolo di Jacopo? Avevi già diretto Dario nella prima e nella seconda stagione di “Questo nostro amore”, con Neri Marcorè e Anna Valle. Quali sono le le qualità di questo giovane interprete?

Stimo molto Dario. Jacopo Alibrandi era una sfida molto più difficile rispetto a quella di Bernardo nella prima e seconda stagione di “Questo nostro amore”. Di Dario conoscevo la profondità.  Sono molto contento del risultato. E’ un attore giovane ma duttile e maturo. Avrà ancora molto da rivelarci.

In “Grand Hotel”, ritroviamo, secondo te, quelli che sono i punti di forza del nostro Sud?

Quella che raccontiamo è una storia di passioni che non conoscono confini. Penso che  il decadimento asburgico sia  molto simile a quello dei baroni “gattopardiani” del sud Italia. C’è la stessa incapacità di prevedere, o di saper leggere, i cambiamenti in atto in Europa. Certo gli Alibrandi, gli albergatori di origini italiane proprietari del Grand Hotel, sono aperti alle nuove regole che l’imprenditoria moderna richiede. Ma allo stesso tempo cercano ancora di compiacere l’aristocrazia, di cui vogliono far parte.

In “Questo nostro amore”, emergeva la dicotomia tra il Sud e il Nord del nostro Paese nel passato. Cosa differenziava allora queste due parti dell’Italia? Cosa le univa? Nel 2015, cos’è cambiato?

E’ una domanda a cui bisognerebbe rispondere spesso, secondo me. L’Italia del sud è molto simile a quella del Nord, molto più di quanto possiamo immaginare. Oggi c’è un’integrazione praticamente totale. Rimane da dire che risolti i problemi in città come Napoli, Palermo e Roma, sarebbe molto più facile risolverli altrove.

Qual è il tuo rapporto con il Sud? Con questa parola, non soltanto intendo, il Sud dell’Italia, ma anche il Sud del mondo, di una regione, un quartiere.

Il Sud per me è calore, in ogni sua forma. E’ un luogo di sogni e di sentimenti che cercano di continuo un approdo. Parlo, quindi, di un luogo molto vitale.

Cosa ti piacerebbe rimanesse al pubblico che seguirà “Grand Hotel”?

Ho raccontato una storia di genere melò-mistery. Vorrei che la gente si divertisse e si appassionasse agli intrighi e al giallo.

A cosa si deve, secondo lei il successo di questa fiction?

Siamo rimasti sorpresi dall’accoglienza del pubblico! I milioni di telespettatori e lo share non sono quelli dei periodi di maggiore presenza davanti alla tv. Ma eravamo consapevoli che una serie televisiva con attori sconosciuti non avrebbe avuto vita facile, soprattutto rispetto alla concorrenza stra-collaudata e piena di star televisive. Noi di “Grand Hotel”, giovani, sconosciuti e appassionati,  abbiamo sfidato Garko e “Il segreto”, esattamente come  sfideremo la nuova serie di” Squadrantimafia”. Siamo in crescita, e con un pubblico sempre più curioso. Non ci è dato di sapere chi sfideremo ancora, ma abbiamo coraggio e siamo pronti ad ogni sfida!

Nuovi progetti?

Sto lavorando a “L’allieva”, una serie tratta da un paio di fortunatissimi libri di Alessia Gazzola. E’ un comedy-giallo molto divertente. La protagonista è Alessandra Mastronardi, che è un medico legale che indaga. I protagonisti maschili sono Lino Guanciale e nuovamente Dario Aita.

Giulia Farneti

Giulia Farneti nasce a Cesena il 16 gennaio del 1989. Ha collaborato per due anni con il quotidiano Infooggi occupandosi di attualità e di criminalità organizzata, aprendo anche la rubrica settimanale “Così è (se gli pare)” di cui era anche responsabile con Alessandro Bertolucci. Per quasi altri due anni, ha scritto per il quotidiano La Nostra Voce occupandosi di cinema, teatro e televisione, le sue grandi passioni. Ha sviluppato una vera e propria coscienza antimafia, riuscendo a far approvare nella sua provincia quattro conferenze per sensibilizzare la cittadinanza alla cultura della legalità. mail: [email protected]

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