Come sconfiggere le mafie

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Il problema della lotta alle mafie italiane è principalmente un problema politico – oltre che giudiziario e di polizia – e per cominciare a risolverlo occorrerebbe prima di tutto cambiare la politica.

Come diceva spesso Paolo Borsellino, se lo Stato fa la guerra alla mafia, si vede. Se non si vede nulla, è solo perché questa guerra non c’è. La realtà, sotto gli occhi di tutti, è che oggi mafia e politica sono simbiotiche e la prima non potrebbe esistere senza la seconda, perché è una sorta di parassita, di Stato ombra che riscuote consensi e utili finanziari solo se c’è uno Stato da cui trarre benefici.

Per combattere questa realtà uno Stato democratico di matrice solidaristico sociale dovrebbe usare, come diceva Falcone, i migliori uomini disponibili sul campo e gli strumenti e le leggi più efficaci ed incisive. Non ci sono altri modi, non ci sono mezze misure e non ci possono essere, se magistrati e politici onesti rischiano di saltare in aria, se sanno che lo Stato quasi certamente non li proteggerà e se anche lo facesse ci sarà sempre qualche talpa che rivela informazioni utili ai mafiosi negli attentati e nei successivi depistaggi.

Un altro strumento efficacissimo per sconfiggere le mafie sarebbe l’educazione e il potenziamento del sistema giudiziario e delle forze di polizia. Ma anche in questo caso il problema sono i politici: per educare servono educatori ed esempi, e gli esempi che dà la politica italiana sono spesso di politici approfittatori e corrotti, mentre le scuole cadono a pezzi e la polizia non ha gli strumenti necessari. Per educare alla legalità serve innanzitutto uno Stato credibile.

Una delle condizioni per cominciare la lotta alle mafie, dunque, è la possibilità di rigenerare la classe politica immettendo in circolo persone nuove ed oneste, sperando che anche queste non si corrompano. Oggi in Italia anche i piccoli politici, i consiglieri regionali, provinciali e comunali, sono nel vortice della corruzione e della collusione.

Gli stessi Falcone e Borsellino sono stati uccisi soprattutto perché indagavano sugli appalti, sulle tangenti, e cercavano di seguire il flusso del denaro sospetto che andava in maniera consistente verso i partiti, i politici e gli imprenditori collusi con le mafie. Se ci fosse una politica che volesse perseguire il fine di sconfiggere le mafie si dovrebbero iniziare ad applicare senza tentennamenti le nuove tecnologie informatiche al sistema giustizia, in modo da velocizzare i tempi e rendere la magistratura più reattiva e flessibile, consentendole così di applicare con certezza le sanzioni, in modo che chi delinque non abbia la percezione della “convenienza”.

In uno Stato di diritto, chi delinque deve sapere che il guadagno che nasce dalle attività criminali è in ogni caso inferiore al prezzo da pagare alla giustizia. Oltre alla scuola, la lotta deve incentrarsi anche su delle vere riforme sociali, perché le mafie non sono un corpo estraneo alla società, ma ne fanno pienamente parte dato che riescono, sempre in danno dello Stato, a conquistarsi la riconoscenza dei cittadini più deboli dal punto di vista economico.

Come era solito dire Giovanni Falcone, il nostro Paese ha le leggi antimafia più evolute al mondo, il problema sta tutto nei meccanismi e negli strumenti di applicazione di queste leggi. Sono fermamente convinto che dalla morte di Falcone e Borsellino il problema della lotta alla criminalità organizzata non sia stato preso in seria considerazione.

C’è stato un periodo, due anni dopo questi attentati, tra il ’92 e il ’94, che andò sotto il nome di Primavera di Palermo, in cui la gente prese coscienza che questo fosse un problema nazionale che andasse combattuto efficacemente. Purtroppo quello spirito iniziale si è perso e la gente è tornata alla vita di tutti i giorni, a quella “normalità” condizionata dal potere illegale delle associazioni criminali. Credo che se si vogliano veramente vincere le mafie, polizia e magistratura, con il supporto dei cittadini, possano farlo: i mezzi ci sono.

Quello che manca sono la volontà e l’impegno politico: questo è il vero problema da risolvere. Sposo in toto la tesi di Giovanni Falcone: la mafia è un fenomeno umano, come tutti i fenomeni umani, ha un inizio e avrà una fine. Voglio convincermi che le circostanze cambieranno, anche se nel medio periodo non sono molto ottimista perché non vedo l’impegno dello Stato. Su un punto fermo però non transigo: sono per la tolleranza zero nei rapporti tra politici e mafiosi, senza se e senza ma.

Vincenzo Musacchio

Vincenzo MUSACCHIO (nato a Termoli 1968), giurista. Si è laureato in Giurisprudenza nel 1992 presso l'Università degli studi “G. D'Annunzio” di Teramo con il massimo dei voti e pubblicazione della tesi in diritto penale sulla Rivista Penale diretta da Gian Domenico Pisapia. Docente di diritto penale presso diverse Università italiane, da ultimo, presso l'Alta Scuola di Formazione della Presidenza del Consiglio in Roma. Attualmente ricopre il ruolo di Presidente della Commissione Regionale Anticorruzione del Molise. Ha lavorato con OLAF sui temi della corruzione e delle frodi in ambito europeo. È membro del comitato scientifico di numerose riviste di diritto penale nazionali ed internazionali. Ha partecipato alla Commissione per la riforma del codice penale (Commissione Vassalli). Ha svolto studi e ricerche per il Consiglio dell'Unione europea in materia di tratta di esseri umani. Ha collaborato con l'Istituto Brasiliano di Scienze Criminali in un progetto internazionale sul rapporto tra economia e criminalità organizzata nell'Unione europea (IBCCRIM). È iscritto all'albo speciale degli esperti di diritto penale del Consiglio d'Europa.

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