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La malattia dell’Italia si chiama commiserazione

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L’orrendo, il disonesto, le furbate, gli imbrogli e spazzature sociali ci sono dovunque nel mondo ed è sacrosanto raccontarlo sempre sui media vecchi e nuovi, ma la stampa italiana deve aver avuto un ruolo in questa commiserazione collettiva chiamata Italia.

Una commiserazione ingiusta, se mettiamo sulla bilancia tutte le cose belle che noi abbiamo e all’estero no.

Io ci penso sempre più spesso da quando abito fuori.

E mi chiedo sempre più spesso quale sia la chiave per uscire da questa anti-promozione, da questo marketing al contrario. Sembra che ci proviamo gusto, a piangerci addosso.

Ho questa orticaria ogni volta che leggo articoli catastrofici che raccontano di quanto sia bello l’estero. Ovvio che tutti i ragazzini vogliano andare a Londra e tutte le mamme sognino per i propri figli un futuro londinese: chi racconta loro tutte le schifezze di Londra? Tutti i pericoli, le disillusioni, i tranelli sotto il BigBen? Perchè si racconta il bello dell’estero e il brutto dell’Italia, e mai il contrario?

In questi giorni di Natale a Catania ho visto un sacco di TV spazzatura – è ancora la maggioranza, nonostante quella sana e interessante – e penso che la prima rivoluzione salvifica del Paese debba per forza partire dai media, da una comunicazione che non sia propaganda pro-Italia ma informazione sana sincera e positiva.

Non è vero che fa notizia solo l’orrendo, e ne ho le prove. Anzi, l’orrendo produce altra spazzatura e ci induce a pensare in negativo. Ogni bomba ha i propri sopravvissuti, e noi dovremmo concentrarci sulle notizie positive, senza nascondere quelle negative ma lasciandole sullo sfondo per valorizzare la speranza, la vita, la luce.

Non so cosa ne pensino i colleghi che ogni giorno scrivono di scandali, sangue, sacrifici e delusioni: non si sentono un po’ parte di questo decadimento a catena? io ho fatto nera per pochissimo e mi è venuto di soffocare, un’angoscia incredibile.

E’ come se i medici volessero fare le operazioni per il gusto del sangue, non per guarire i pazienti e fare qualcosa di concreto per aiutarli.

Lo so che la stampa non può avere uno scopo didattico, però nemmeno può remare contro in questo modo.

Non sarebbe utile riflettere su queste cose? Sono io la sola a pensarla così?

Francesca Marchese

E' una giornalista professionista freelance. Vive e lavora a Londra, dove si occupa di progetti di comunicazione per aziende ed enti culturali. A Catania ha scritto di cronaca per l'agenzie di stampa Italpress, ed ha collaborato con quotidiani cartacei ed online. Ha curato per "RadioCatania" il programma "Catania Report Economia" e per quattro anni è stata un volto del telegionale "PrimaLineaTg" di Telecolor. Il suo Speciale "Emanuele: la sua Facoltà" è stato finalista nel 2009 del Premio Ilaria Alpi nella sezione Giovani. Ha ricoperto il ruolo di ufficio stampa per enti regionali e nazionali. E' un'appassionata di tecnologia, startup, media digitali e food. Le sue passioni sono il cinema ed viaggi, porta sempre con sé l'identità della Sicilia. Vorrebbe scrivere ogni giorno una buona notizia sui beni culturali dell'Isola.

One comment

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    antonio romano

    28 Dicembre 2014 - 18:20

    brava francesca! quello da Lei prospettato è un ottimo punto di partenza!!!

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