#Napoli, una città prigioniera del #terrore

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Ormai, a Napoli, la tensione e la paura sembrano diventare permanenti.

Lo dimostra il grave ferimento dell’agente Nicola Barbato della Squadra mobile napoletana, che era appostato con un collega per acciuffare un estorsore. È solo l’ultimo di una catena di episodi violenti negli ultimi mesi. L’azione delle gang metropolitane di giovanissimi, senza regole e senza limiti, sembra un coltello affondato in una società impermeabile a tutte le offese e sopraffazioni.

Dal centro storico, ai Quartieri spagnoli, a Pianura fino a Fuorigrotta la città è in fiamme. E polizia e carabinieri sono dalla primavera scorsa sotto pressione, rischiando di perdere lucidità e necessario equilibrio.

Lo ha dimostrato l’iniziativa, subito bloccata, di alcuni agenti che, su Facebook, avevano pubblicato la foto del ricercato per il tentato omicidio del loro collega. Inutile negarlo: tra molti poliziotti serpeggia la sensazione di essere abbandonati a se stessi da una città che, spesso, li tollera senza solidarietà. Che chiede sicurezza, ma non collabora con chi rischia la vita. Sembra quasi una lotta esclusiva tra guardie e ladri, in un ok corral circondato dal deserto.

Eppure, negli ultimi giorni, in occasione del ricordo dell’omicidio di Giancarlo Siani, si è parlato a lungo di necessità della memoria, associazionismo e impegno corale. Ma la violenza per la violenza sembra più forte di ogni buon proposito. Quello che accade a Napoli ha da tempo superato per efferatezza i sanguinosi precedenti delle realtà siciliane.

Con l’aggravante che, come sostiene il questore, ci si trova di fronte a «quattro parassiti che scimmiottano i camorristi».

Giovani che maneggiano pc e smartphone, che praticano la violenza anche attraverso foto pubblicate in Rete, con frasi che costruiscono il loro personaggio in un’informazione fai da te in grado di alimentare soggezione criminale. Il reticolo di contatti e collegamenti online nutre se stesso e, in assenza di una carriera criminale reale, ne viene costruita una virtuale che fa già paura e conquista adepti. Per spostarsi poi nella realtà, con spedizioni armate a cavallo di motorini, con bande al massimo di una quarantina di giovani che hanno messo le mani sui guadagni dello spaccio.

Ogni quartiere di Napoli è una realtà diversa. Fuorigrotta, zona ibrida oppressa fino a un anno fa da un clan che ha riciclato centinaia di milioni di euro in tutt’Italia, gli Zazo, assiste sbalordita e terrorizzata a quello che è successo due giorni fa. Schegge impazzite, eredi di quel clan, figli di scenari criminali in cerca di nuovi guadagni hanno sparato ai poliziotti? Di certo, è una criminalità fluida contro cui non bastano certo i palliativi da rituale dei 50 uomini in più, annunciati dal ministro Alfano.

In una città in preda al terrore, dove le analisi criminali e sociologiche rischiano ogni ora di essere superate, non è più pensabile che non ci siano agenti della polizia municipale di sera, per mancanza dei soldi per gli straordinari, a presiedere il territorio. E non è neanche più pensabile che non si sia ancora attuato ovunque il famoso piano di videosorveglienza cittadina, da sempre prigioniero di mille pastoie burocratiche e giuridiche.

Le forze dell’ordine si sentono abbandonate, ma la pressione cui sono sottoposte è ormai a livelli di guardia. Il questore Guido Marino invece, nelle ultime settimane ha negato “che a Napoli ci sia una situazione di emergenza” e ha invocato una città «normale», dove chiunque si senta chiamato a rispettare le regole. E nel suo amaro auspicio c’è tutta la constatazione che, nella più grande metropoli del Mezzogiorno, sembrano saltati valori, freni, equilibri.

Domina la paura, la diffidenza. Basta mostrare i muscoli, per avere ragione della follia vestita da «parassiti» che sparano e ammazzano senza pensarci due volte? No, può essere solo l’inizio, poi bisognerebbe riannodare i fili di una società confusa, che ai poliziotti dà la sensazione di averli abbandonati.

Gigi Di Fiore

Gigi Di Fiore (Napoli, 2 gennaio 1960) è un giornalista e saggista italiano. La sua attività di scrittore è in prevalenza focalizzata sulla camorra, sulla storia del Mezzogiorno e sul revisionismo del Risorgimento. Si laurea nel 1983 in giurisprudenza e diviene giornalista professionista nel 1985. Per tredici anni lavora come cronista di cronaca giudiziaria a Napoli per Il Mattino, per lo stesso giornale è inviato speciale dal 1994. Ha lavorato a Napolioggi, Napolinotte, il Giornale di Napoli e il Giornale, sotto la direzione di Indro Montanelli, come redattore. Collabora con il settimanale Oggi e con il mensile Focus storia. È uno dei blogger del giornale online de Il Mattino, dove cura la rubrica Controstorie. Nel 1995, per la pubblicazione di verbali di indagini in alcuni suoi articoli, è pedinato e controllato per un mese dai carabinieri su richiesta della procura della Repubblica di Napoli.[1]. Oltre all'attività giornalistica, si dedica alla ricerca storica, soprattutto su due argomenti: la criminalità organizzata e la storia del Risorgimento italiano e del Mezzogiorno in generale, con attenzione alla fine del regno delle Due Sicilie e al brigantaggio post-unitario. Su questi temi ha pubblicato, tra gli altri: "Potere camorrista" (Age, Napoli); "Io Pasquale Galasso" (Tullio Pironti, Napoli); "1861-Pontelandolfo e Casalduni un massacro dimenticato" (Grimaldi & C., Napoli). Poi, con la Utet: "I vinti del Risorgimento" (Torino, 2004) e "La camorra e le sue storie" (Torino, 2005). Nel 2007, per Rizzoli, "Controstoria dell'unità d'Italia"[2], "L'impero"[3] nel 2008, "Gli ultimi giorni di Gaeta" nel 2010 e Controstoria della Liberazione nel 2012. Con una diversa copertina, il libro "Controstoria dell'unità d'Italia" è stato allegato al mensile "Focus storia" in edicola nel gennaio del 2013.[4]. Per queste attività ha ricevuto riconoscimenti e partecipato a seminari, conferenze, convegni e inchieste sulla criminalità organizzata e il Mezzogiorno, il Risorgimento e il brigantaggio. Ha partecipato a trasmissioni televisive come ospite o intervistato: Samarcanda, Maurizio Costanzo show, il Processo del Lunedì, l'appello del martedì, Chi l'ha visto, Italia che vai, Uno mattina, Sabato e domenica, Blu notte, History channel, La storia siamo noi e altri. Compare da intervistato nel Dvd-libro 'O sistema.

Comments (2)

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    mariofiesta

    29 Settembre 2015 - 15:19

    e’ facilissimo girarsi dall’altra parte con queste regole di m…. Non c’e’ certezza della pena, (lo dimostra il fatto cheil crimanale che ha sparato sarebbe dovuto rimanere in carere e non libero di girovagare), i giudici solo gli unici resposnabili di questo casino per il solo fatto che non tengono in galera chi recidivo continua a commettere reati su reati. Insomma se la legge e’ bagliata nula si fa per cambiarla. Non ci sono posti in galera?? Se ne costruiscano di nuove, si rispediscano a casa i clandestini e stranieri che sono in galera con l’pavviso che se ripescatti in italia sconetrebebro l’ergastolo anche per un semplice furto, insommma politi e cgiudici che guadagnano soldi a palate e che comunque sono coloro che hanno un doverfe ben preciso , qualelo cioe’ di far rispettare le rgole, facciano qualcosa per l agente onesta che forse e’ ancora la maggiornaza ma che diventera’ sempore meno se lo cose non cmabieranno. Per certi crimini forse bisognerebbe metter ein funzione la ghigliottina o la camera a gas. Eliminando qualche criminale assassino, il problema che questo possa nuocere nuovamente alla collettivita’ si rendera’ veramente difficile. ma siamo in italia e quindi non cambiera’ un cactus. vederete!

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    rayan

    29 Settembre 2015 - 15:31

    Lo sparatore se la potrebbe cavare con 2 mesi di arresti domiciliari. Trovando un buon giudice e dicendo che lui era entrato nella macchina per sbaglio. e che la pistola si trovava sopra il sedile posteriore…Ma ha sparato dopo che ha visto i due ,scambiati per camorristi ,estrarre le pistole…Il gioco e’ fatto.Basta trovare un giudice bravo….,

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