40 anni, sono passati ben 40 anni dalla morte di Giuseppe Impastato, meglio conosciuto come Peppino, il giornalista che impiegò tutte le sue energie per dire No alla mafia, motivo per il quale fu ucciso senza pietà. Aveva solamente 30 anni quando perse la vita nella notte tra l’8 e il 9 maggio in un piccolo paesino della Sicilia affacciato sul mare, il cui nome è Cinisi, a 30 km da Palermo e da allora, Grazie alla sensibilità e alla tenacia della sua famiglia, del fratello Giovanni e della mamma Felicia, il suo ricordo continua ad essere vivo, con conferenze, eventi, fiaccolate e con il grido costante di quei giovani e non solo che continuano a dare voce alle sue parole.

Quella di Peppino è una “piccola storia” rispetto alla grande attenzione mediatica riversata sulla capitale perché il lunedì dello stesso anno viene ritrovato il corpo del presidente della Dc Aldo Moro in una Renault 4 rossa in via Caetani. Era un destino segnato quello di Peppino Impastato.

Era nato a Cinisi in una famiglia mafiosa. Era un militante della sinistra extraparlamentare che sin da giovanissimo, si era battuto contro la mafia, denunciandone i traffici illeciti e le collusioni con la politica. Per far questo aveva dovuto operare una rottura sia all’interno della società sia all’interno della sua stessa famiglia, una famiglia di origine mafiosa tanto che il padre aveva finito con il cacciarlo di casa. Inizia la sua lotta al crimine organizzato a partire agli anni sessanta fondando il giornale “Idea Socialista” che, a causa di articoli come “La mafia è una montagna di merda”, viene censurato; fonda poi il circolo “Musica e cultura” da cui partono le denunce dell’operato mafioso e Radio Aut, una emittente autofinanziata che manda in onda notiziari di pesante satira nei confronti dei boss locali e, in particolare, verso Gaetano Badalamenti, capo indiscusso di Cosa Nostra negli anni settanta, con l’arma più dissacrante esistente, quale la satira e l’ironia.

Peppino aveva la grande capacità di riuscire a leggere aspetti non evidenti della realtà. Forse aveva proprio ragione quando affermava che gli uomini di domani dovrebbero essere educati alla bellezza, sempre. “Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. Bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vive la curiosità e lo stupore”, così affermava Peppino.  E’ davvero così. Ognuno di noi dovrebbe vivere con entusiasmo, continuare a emozionarsi, a sognare, senza mai arrendersi, perché se non riusciamo a emozionarci, finiamo per essere degli indifferenti facendo finta che tutto vada bene, come cantava Ombretta Colli nella celebre canzone “Facciamo finta che tutto va ben”, diventata poi sigla di apertura e di chiusura di “Onda Pazza”, trasmissione di Radio Aut.