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Blue Economy in Sicilia: la sfida è generare valore, non solo pescato
15 Set 2026 09:48

Per anni il dibattito sulla pesca siciliana si è misurato quasi esclusivamente in tonnellate: quanto pescato viene sbarcato, quante imbarcazioni sono attive, quanti chilometri di costa vengono presidiati. È un modo di guardare al mare che oggi mostra tutti i suoi limiti, perché la vera domanda che la Sicilia deve porsi non è come pescare di più, ma come trasformare la risorsa mare in un valore economico più ampio, distribuito lungo tutta la filiera e non concentrato nel solo momento della cattura. È questa la prospettiva che emerge dalle parole di Giovanni Cucchiara, Dirigente Generale del Dipartimento della Pesca Mediterranea della Regione Siciliana, chiamato a raccontare la strategia regionale per i prossimi anni.

Da settore a sistema: il cambio di paradigma

Il punto di partenza, per Cucchiara, è smettere di trattare la pesca come un comparto isolato. Sostenibilità ambientale, sviluppo economico, ricerca scientifica e presidio istituzionale devono muoversi nella stessa direzione, altrimenti si resta fermi a interventi frammentati che non incidono sul sistema nel suo complesso. Imprese, amministrazioni locali, Capitanerie di porto e mondo accademico sono chiamati a un dialogo continuo, capace di tenere insieme le esigenze economiche degli operatori e la tutela di un patrimonio marittimo che resta, prima di tutto, un bene comune. Solo un approccio di sistema, spiega Cucchiara, permette di “equilibrare e livellare” interessi che altrimenti rischiano di entrare in conflitto tra loro.

Filiera corta e tracciabilità: il pescato che racconta la sua storia

Uno dei nodi centrali della strategia riguarda ciò che accade al pescato dopo lo sbarco. Conservazione, trasformazione e logistica di filiera corta sono le leve individuate per trattenere sul territorio il valore aggiunto che oggi spesso si disperde altrove. In questo scenario la tracciabilità digitale non è un accessorio tecnologico, ma lo strumento che rende credibile e riconoscibile il prodotto ittico siciliano, sia sul mercato interno sia su quelli internazionali. Un pesce che porta con sé l’informazione su dove, come e da chi è stato pescato vale, sul mercato, più di un pesce anonimo: è la differenza tra vendere una materia prima e vendere una storia verificabile.

Competenze: l’anello che spesso manca

Le risorse economiche, avverte Cucchiara, non bastano da sole. Servono progetti di qualità, capaci di inserirsi in una logica d’insieme coerente, e questo richiede competenze che oggi non sempre sono disponibili, soprattutto tra i piccoli operatori. Per questo il Dipartimento ha attivato un presidio diretto sul territorio, attraverso le Unità Operative Territoriali che accompagnano le imprese nella fase di progettazione e partecipazione ai bandi, insieme a percorsi di formazione dedicati alla progettazione europea. L’obiettivo è evitare che l’innovazione tecnologica e i fondi comunitari restino un privilegio riservato ai grandi operatori industriali, lasciando indietro la piccola pesca artigianale che continua a rappresentare l’identità delle comunità costiere siciliane.

La sostenibilità come acceleratore, non come vincolo

Il cambiamento climatico e la pressione sulle risorse marine impongono scelte che non possono più essere rimandate. Ma per Cucchiara la sostenibilità smette di essere un freno normativo nel momento in cui viene letta come opportunità di crescita: un’imbarcazione più efficiente, un impianto di acquacoltura ben progettato, un sistema di tracciabilità solido non sono adempimenti, sono investimenti che aumentano la competitività di chi lavora sul mare. È un cambio di prospettiva che la strategia regionale prova a tradurre in pratica, mettendo l’acquacoltura tra le priorità pur trattandosi di un settore che in Sicilia ha faticato finora a decollare.

FEAMPA, lo strumento finanziario di un cambio di paradigma

A sostenere questa transizione interviene il piano nazionale FEAMPA, il Fondo Europeo per gli Affari Marittimi, la Pesca e l’Acquacoltura per la programmazione 2021-2027, cofinanziato per il 50% da risorse europee, per il 35% da risorse nazionali e per il restante 15% dal bilancio della Regione Siciliana. Grazie al maggior numero di marinerie e all’estensione delle proprie coste, la Sicilia si è aggiudicata circa il 20% dell’intera dotazione nazionale, per un totale di 116 milioni di euro. Cifre importanti, ma che nella lettura di Cucchiara restano uno strumento e non un fine: il denaro conta nella misura in cui viene tradotto in progetti capaci di rafforzare filiera, competenze, sostenibilità e tracciabilità come parti di un unico disegno.

Verso una Blue Economy integrata

Il traguardo indicato dal Dipartimento è un’economia del mare che superi definitivamente la logica dei compartimenti stagni: pesca tradizionale, tutela della biodiversità, sviluppo locale, innovazione digitale e diversificazione delle attività, dall’ittiturismo al pescaturismo, come componenti di uno stesso sistema. La Sicilia ha i numeri e le condizioni geografiche per candidarsi a un ruolo guida nel Mediterraneo su questo fronte. Ma la strada indicata da Cucchiara è chiara: il mare siciliano non ha bisogno solo di essere sfruttato meglio, ha bisogno di essere valorizzato in ogni fase della sua filiera.


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