Anche Martelli non si accorse di camminare sul confine della Storia

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Quando si cammina sulle soglie di frattura della Storia non è semplice rendersi conto che si è protagonisti di un cambio di paradigma. Non lo intuì quella classe dirigente e politica che dopo quarant’anni di dominio sule istituzioni della Repubblica italiana si trovò ad affrontare la caduta del Muro di Berlino, pervasa da una indifferente pigrizia verso il cambiamento, pur anche gattopardesco, necessario per auto-conservarsi. Era posseduta da un senso di onnipotenza. Il potere esercitato e goduto, a volte con egemone arroganza, non era in discussione. Le forme della partecipazione e della costruzione del consenso e della selezione dei rappresentanti non erano una priorità. La chiave di volta per ammodernare la politica, i partiti e dunque le istituzioni, che pure i padri costituenti avevano inserito nella Carta, non venne presa in considerazione e utilizzata per dare nuova linfa al sistema. L’art. 49 della Costituzione, la democrazia interna ai partiti, non venne utilizzata da quella classe dirigente per aprirsi le porte del futuro. E quell’inerzia consentì la nascita dei partiti padronali degli anni successivi, privi di selezione del merito, consegnandoci una classe dirigente fatta per lo più da politici incompetenti e servili.

Dentro quel vortice di interessi geopolitici globali che la caduta di quei mattoni e pezzi di cemento fra le due Berlino aveva innescato, ci finì l’Italia e i suoi statisti o presunti tali. Il ruolo nel mondo del Bel Paese, cerniera nel mediterraneo fra Europa, Africa e Medio-Oriente e della sua classe politica, doveva essere utilizzato per altri scopi, con altri protagonisti, meno autonomi, meno inclini all’affermazione di un ruolo internazionale dell’Italia.

Dialogando con Claudio Martelli, testimone e attore di quella vicenda, assorbo il suo evidente sdegno per lo stato delle cose della politica italiana odierna e il suo celato rammarico per non aver saputo cogliere l’istante in cui la cronaca politica si fa evento che modifica lo status quo. Se da un lato Martelli considera gli attuali protagonisti della vita politica “degli spetti che si aggirano ancora fra le macerie della prima Repubblica”, mostrando tutto il suo disprezzo per una classe dirigente incapace di esprimere competenza e priva di un minimo di dignità politica, perché “trincerarsi dietro il concetto di onestà senza professionalità è il massimo della disonestà politica possibile”, dall’altro ammette che la classe politica spazzata via da Tangentopoli aveva elevato la corruzione a sistema di potere e che non ebbe l’intuizione della necessità di attuare una reale autoriforma per proteggere il sistema. Un’ammissione di colpa? Non del tutto piena, forse più che proferita, presente nella coscienza politica di un uomo che da giovane ha avuto a che fare con la filosofia. Una considerazione che si alimenta più dello scontento e del disgusto che si prova a vedere persone talmente meno capaci di quei politici di allora, rivestire i ruoli che si ebbe l’onore di ricoprire un tempo.

Lo scarto è evidente, certo. Chi ,pur allora solo adolescente, ha avuto la possibilità di vedere all’opera le due differenti classi politiche ne è pienamente consapevole. Ma questo non fa premio nell’assolvere i politici di quella stagione che non s’accorsero di camminare sul confine fra due faglie della Storia. Ci caddero in mezzo e per sopravvivere si sono aggrappate all’una e all’altra sponda tentando di impedirne la divaricazione, che però è già avvenuta ed era impossibile fermare. Anzi, già a pochi decenni da quell’istante di terremoto geopolitico e istituzionale è pronta una nuova frattura. La porta questa pandemia che affrontiamo con una classe politica rarefatta di ideologie e competenze. Dove lo stato d’eccezione stressa la tenuta di un sistema democratico ed economico ancor più fragile, perché da troppo tempo lasciato senza le necessarie revisioni per affrontare con forza la complessità del presente.

Sono passati appena 30 anni e pochi mesi dalla caduta del Muro di Berlino. La Germania seppe dopo le macerie del ’45 raccogliere e farsi carico anche delle macerie dell’89, il cui peso era molto più pesante ad Est. L’Italia invece, come dice Martelli, si aggira ancora dentro quelle macerie, il cui peso maggiore inevitabilmente è stato accollato al pezzo più povero e arretrato del Paese: il Sud. Avremo la forza di togliere insieme quelle macerie e le nuove che arriveranno dalla crisi prodotta dalla pandemia? Gli uomini chiamati alla sfida e le armi democratiche e economiche non sembrano adatte alla sfida. Ma almeno adesso abbiamo la consapevolezza di vivere un tornante della Storia. Conservare la democrazia e le sue libertà sarà compito di ciascuno, nell’unico momento in cui davvero “uno vale uno”: al momento del voto, sperando che avremo l’accortezza che saper scegliere qualcuno migliore di noi a rappresentarci è l’unico metodo efficace per sfidare ad armi pari la Storia.

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