Il Sud che non ci piace esportato negli Usa

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Una delle pagine più tristi del Meridione, riguarda l’esportazione, non gradita, della mafia negli Stati Uniti.

Quando il fenomeno migratorio ebbe inizio, tra la brava e disperata gente, assiepata sui piroscafi, con brandelli delle loro vite nelle stive, torme di canaglie si aggregavano silenti.

Erano pronte a portare la loro mafiosità in una terra, formidabilmente diversa, quanto indifesa.

Già nella seconda metà dell’800, siciliani, calabresi, campani e pugliesi, affiliati Cosa Nostra,  N’drangheta e camorra, s’insediavano nelle più importanti città degli States.

I primi zelanti uomini dediti al crimine, furono dei siciliani, che s’insediarono a New Orleans e New York, occupandosi di rapine ed estorsioni.

Non era mafia vera e propria, ma era un’organizzazione passata alla storia con un nome da fumetto: la mano nera.

Il primo mafioso riconosciuto come tale, ad aver varcato il territorio americano, fu Giuseppe Esposito, che dopo aver compiuto una strage nella terra di Sicilia, uccidendo undici proprietari terrieri, fuggì in territorio Usa. Ma venne arrestato ed estradato. Era il 1881.

Il fenomeno mafioso prendeva piede. E venne ucciso un membro della polizia di New Orleans, da presunti italiani. La reazione fu vemente. Vennero incarcerati un centinaio di connazionali, processati, assolti e poi linciati dalla folla. Una strage e una brutta macchia per gli Stati Uniti, perché si colpí nel mucchio e con metodi brutali.

Ma uno dei motivi del proliferare di Cosa Nostra in terra di America, fu sicuramente dovuto alle condizioni terribili cui vivevano gli italiani. Ghettizzati, privi di diritti, vittime di razzismo. In tale bacino vilipeso, l’organizzazione prosperava e trovava proseliti.

Ma la spinta di vera implementazione del fenomeno, avvenne negli anni ’20, con la legge del proibizionismo, che vietava la produzione e la distribuzione degli alcolici. Cosa Nostra divenne il mezzo per gli americani per approvvigionarsi di liquore, che veniva sostanzialmente da Cuba.

Poi il fascismo, con la dura repressione della mafia, dovuta al “prefetto di ferro” Mori, determinò una nuova ondata di arrivi sgraditi.

I mafiosi italiani, dovettero regolare i conti con gli Irlandesi e bande di ebrei. E dopo una sanguinosa guerra, presero il controllo assoluto.

Erano presenti in 26 città americane.

Quando nel 1928 il proibizionismo ebbe termine, la mafia dirottò le sue attenzioni sui settori produttivi portuali e dell’ edilizia, infiltrandosi nei sindacati, per condizionare l’utilizzo della manovalanza.

Nacque una commissione, che fece seguire i rigidi rituali e regole, della mafia siciliana. Ciò per evitare guerre che portavano a decremento degli utili. Fu in questo periodo che fece comparsa la figura di Lucky Luciano.

Alla metà degli anni ’30, l’organizzazione operava nel racket delle estorsioni, usura, prostituzione, gioco d’azzardo, ricettazione e protezione nel mondo del lavoro.

Non mancava davvero nulla.

New York venne divisa in cinque famiglie, che sono sopravvissute per piú di un secolo.

La cosa stucchevole, fu l’incapacità delle forze di polizia di esperire una politica di contrasto. Si arrivò da parte di queste, ad asserire che la mafia non esisteva.

Si dovette attendere il 1957 per il riconoscimento formale dell’organizzazione nel libro delle attività criminali, ed il pentimento di Joe Valachi, nel 1963, per avere conoscenze dirette delle dinamiche del fenomeno.

Venne messa in campo la legge Rico, che prevedeva 20 anni di carcere per mafiosità ed estendeva la punibilità a macchia d’olio, quasi indiscriminatamente.

Fu un duro colpo.

La mafia siciliana affinò i suoi metodi, affidando la manovalanza a bande organizzate del luogo, per scampare alla punibilità.

Le famiglie di New York, ovvero i Gambino, i Genovese, i Lucchese, i Bonanno ed i Colombo, si strutturano ricalcando la mafia siciliana. A partire dai mandamenti, alle decine, alle affiliazioni.

E’ inutile menzionare la parte resa  leggendaria dalla filmografia, con  gli Al Capone, Luky Luciano, Frank Costello, Joe Bonanno.

Diciamo che la mafia siciliana d’America, nei nostri giorni, ha subito un declino.  Dovuto all’azione delle forze dell’ordine, americane e soprattutto italiane, ma anche per l’aggressività delle triadi cinesi, dei giapponesi e dei Russi. Ma rimane la più potente organizzazione criminale operante sul suolo americano.

Si è voluto descrivere, in mezzo ad un Sud che piace, un Sud che non ci piace.

Accanirsi con le accuse e con giudizi privi di rigore scientifico, è esercizio superficiale.

Questo triste fenomeno, ha natura storica e nasce dalla povertà e dalle condizioni di miseria, in cui certo Sud si è ritrovato suo malgrado.

Senza giustificare nessuno, va detto che Cosa Nostra d’America va consegnata alla sociologia e alla storia.

Ma noi italiani, prima di guardare con diffidenza quei barconi provenienti dall’Africa, preoccupandoci del carico di eventuale delinquenza che portano sul nostro territorio, ricordiamoci di parte della nostra storia che non piace e purtroppo vive ancora nel presente.

Gianvito Pizzi

Gianvito Pizzi, filosofo, scrittore, storico, studioso di psicanalisi, ha dedicato l’intera vita agli studi. Collaboratore per decenni di riviste specializzate, si è occupato in particolare dei rapporti tra psicanalisi e filosofia, Medievalismo e Questione Meridionale. Nato a Napoli, ha vissuto sino a vent’anni in un paese dell’appennino sub-dauno: S. Bartolomeo in Galdo (Bn). Twitter: https://twitter.com/gianvito_pizzi

Comments (3)

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    Paolo Toigo

    27 Giugno 2014 - 12:16

    Centinaia di migliaia di italiani arrivarono ad Ellis Island in cerca di fortuna, ma non vi fù mai un settentrionale mafioso.
    Il disprezzo di cui godiamo negli USA per la “mafiosità” è dovuto interamente alla parte meridionale della nostra immigrazione , come d’altronde fu riconosciuto dagli stessi ispettori di Ellis Island….

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      sierragulf

      27 Giugno 2014 - 13:53

      …..senza per questo dimenticare anche l’italianità migliore rappresentata da persone come Joe Petrosino poi ucciso dalla ” mano nera” a Palermo o dal più famoso Fiorello La Guardia.

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    Paolo Toigo

    27 Giugno 2014 - 16:30

    E’ vero , Joe Petrosino e Fiorello La Guardia , rappresentarono degli esempi di integrazione positiva di italiani negli USA ; il povero Petrosino , purtroppo , pagò caro il suo valore di incredibile poliziotto , prototipo ed ispiratore di molti eroi letterari e dei fumetti ( John Savarese , il gruppo degli “intoccabili” ).

    Di Petrosino ( che in qualche lingua del Sud significa “prezzemolo” ) , ricordo un aneddoto : quando il grande poliziotto si aggirava per i quartieri degli immigrati italiani , quegli stronzi dei suoi corregionali facevano un po’ come i pali e le vedette a Scampia , e gli ortolani al mercato cominciavano a gridare in modo anomalo e sguaiato : “U’ petrosino bbono !!” in modo che ogni stronzo di mafioso stesse in campana , sapendo che il segugio era nei pressi.

    Il mio sarà un parere viziato dal pregiudizio , ma io non credo che le mafie del Sud avrebbero fatto tanta strada senza l’appoggio attivo ( supporto ) e passivo ( omertà ) , fornito dai meridionali , anche da quelli non mafiosi !

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