Sole24ore, i giovani del sud che non emigrano vogliono “restare con i peggiori”

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Allora: i giovani meridionali che valgono qualcosa non restano al Sud, ma vanno a fare “fortuna altrove”; quelli che non se ne vanno sono scarto umano, perché “chi resta, in fondo preferisce restare e vivere nel mondo abitato dai peggiori”.

Lo ha scritto, sul Sole24ore, una giornalista russa, Anna Zafesova, che dal 1992 lavora per giornali italiani e da 11 anni vive in Italia; Paese che, a occhio, ha imparato a conoscere dalle figurine Panini; mentre del Sud deve aver appreso dal barista di Ponte di Legno e dalle analisi sociologiche di Salvini, però (mancandole tempo per approfondire, si è accontentata della sintesi scritta sulle felpe del pensatore di radio-Padania-terroni-di-merda).

E ha imparato l’essenziale per diventare indistinguibile dagli italiani “migliori”: i peggiori sono terroni. Ce ne sono una ventina di milioni. Non essendo razzista, non dice che tutti sono peggiori: qualcuno non lo è e raggiunge i “migliori” altrove. E ora indovinate dov’è “altrove”.

Quello che non sa la Zafesova (non saprei dire quanto valida ex-sovietologa, ma di sicuro sgangherata italianologa) è ad ampio raggio. E non lo sa con grande sicurezza.

Per esempio: ha votato no al referendum la quasi totalità dei giovani e dei meridionali e, quindi, in sintesi, i giovani meridionali. Beh, “hanno votato con i piedi”, secondo l’italianologa del  Caucaso. Non hanno capito (e qui bisogna darle ragione, essendo scarsi gli ex-sovietologi sotto la linea gotica) che con il “no”, non si “tornerà indietro nell’Italia della lira, della scala mobile, del sindacato”, eccetera e, ovviamente del “posto fisso” (pensavate se ne fosse dimenticata? Beh, sbagliavate, si sia o no lei documentata presso la Checco Zalone Research University).

E la prova che i retrogradi con il “no” volevano fermare il futuro, chiudendosi gli orizzonti nell’angusto confine del natio e retrogrado paesello terronico? Il voto degli italiani cosmopoliti, no?

Infatti, quelli all’estero hanno votato quasi in blocco “sì”. Più chiaro e “soverchiante” di così! Ok, di questo confronto, se volete, discutiamo poi; ora vi pregherei di considerare il valore della scoperta appena fatta: abbiamo nome e cognome di una persona che prende sul serio, e persino come rappresentativo, il voto degli italiani all’estero, molti dei quali non solo ignorano tutto dell’Italia, ma manco parlano l’italiano e c’è il sospetto che ce ne siano che nemmeno sappiano di aver votato… (ok, è una sovietologa riciclata italianologa, ma ci crede!)

E perché è così delusa la campionessa di giornalismo che siamo riusciti a strappare a tutte le Russie? Ma perché l’Italia ha buttato l’occasione di cambiare, di mettersi al passo con i primi della Terra e la globalizzazione. Infatti, “alla semplice domanda «Volete proseguire il cambiamento?» – perché la domanda era questa, e gli italiani l’hanno capita perfettamente, molto meglio degli arzigogoli della riforma costituzionale – tre quinti del Paese hanno risposto: «No». E a votare «No» sono stati in gran parte quelli che ripetono sempre che l’Italia è un Paese di merda”. Con ciò intendendo: chi ha detto “no” al cambiamento, vuole vivere in un “Paese di merda”. Gli piace!

Non per fare i sofisti, ma questa mistica del cambiamento che è buono perché è cambiamento non considera che il cambiamento non è buono perché tale, ma solo se è buono. Insomma, anche l’amputazione di una gamba è un cambiamento, ma ho idea che a votare sì, oltre a masochisti e autolesionisti, non sarebbero molti.

Una costante degli analisti sicuri di sé è che quando i fatti non coincidono con la bontà delle loro analisi, il responsabile della “deviazione” dei fatti non capisce niente, sbaglia, non si rende conto che noi lo si fa per il suo bene! Infatti, spiega la nostra inutilmente profonda pensatrice: “con il «Sì» e tutto quello che significava avremmo potuto aiutare quelli rimasti indietro a traghettarsi, a coinvolgerli”.

È questo il guaio: chi sta indietro (e a Sud?) vuole restarci e, frustrando gli sforzi di chi cerca di miglioralo, “preferisce restare e vivere nel mondo abitato dai peggiori”. E può darsi che sia proprio così. La faccenda, però, è un po’ più complicata di come l’ha capita l’esperta in para-italianogia applicata. L’attuale Costituzione salvata da quei brutti “no” sancisce (almeno sulla carta, di fatto no) l’uguaglianza di diritti dei cittadini e di poteri delle Regioni.

La “riforma” proposta dai riscrittori della legge fondamentale (fra cui un noto costituzionalista di professione macellaio) prevedeva l’introduzione del “Federalismo differenziato”, in base al quale, chi ha più soldi ha più diritti e le Regioni più ricche più poteri sul proprio territorio. Naturalmente, te la mettevano bene: chi riesce a far quadrare i conti…; cosa che di norma, riesce meglio a chi ha più soldi (al Sud, il reddito pro-capite è poco più della metà di qello del Nord, anche grazie a decenni di furti di risorse e investimenti pubblici sottratti ai meridionali e concentrati altrove). 9 il concetto di differenza, vuol dire che a qualcuno più, ad altri meno. Insomma, quelli “rimasti indietro” (e quel “rimasti” dice di chi è la colpa, neh!) di essere “trqghettati”, “coinvolti” nell’ennesima fregatura, non ne hanno voluto sapere.

Se, invece di giudicare il voto, condannandolo se non le piace, la specialista cercasse di capirlo, forse avrebbe qualche personale delusione in più e farebbe qualche figuraccia in meno.

Pino Aprile

È stato vicedirettore di Oggi e direttore di Gente, ha lavorato in televisione con Sergio Zavoli nell'inchiesta a puntate Viaggio nel sud e a Tv7, settimanale di approfondimento del TG1. È autore di libri tradotti in più lingue come Elogio dell'errore, Elogio dell'imbecille e Terroni. Conclusa l'esperienza di direttore di Gente si è occupato principalmente di vela e altri sport nautici, dirigendo il mensile Fare vela e scrivendo alcuni libri sul tema, come Il mare minore, A mari estremi e Mare, uomini, passioni. Nel marzo 2010 ha pubblicato il libro Terroni, un saggio giornalistico che descrive gli eventi che hanno penalizzato economicamente il meridione, dal Risorgimento ai giorni nostri. L'opera è divenuta un bestseller, con 250.000 copie vendute[1]. Per questo libro, il 29 maggio 2010, gli sono stati conferiti, fra gli altri, a Palermo il Premio Augustale, a Reggio Calabria il Rhegium Julii, ad Aliano il Premio Carlo Levi, ad Avezzano il Premio Marsica. Dal libro nasce lo spettacolo teatrale omonimo con l'attore Roberto D'Alessandro e musiche di Mimmo Cavallo. Per iniziativa di Marcello Corvino, della Promomusic, dagli ultimi tre libri di Aprile e dalle canzoni brigantesche e meridionaliste di Eugenio Bennato, è tratto il lavoro teatrale Profondo Sud, con cui i due autori hanno esordito l'estate del 2012. Nell'agosto 2011 gli è stata conferita la cittadinanza onoraria di San Bartolomeo in Galdo; il 19 gennaio 2012, quella di Ponte, in provincia di Benevento, e il 1º febbraio 2012 quella di Laterza, in Provincia di Taranto e il 27 dicembre 2012 quella di Caccuri in provincia di Crotone. L'11 novembre 2011, a New York (Manhattan), in coincidenza con la presentazione dell'edizione americana di Terroni, ha ricevuto il premio "Uomo ILICA 2011" (Italian Language Inter-Cultural Alliance) e il 10 agosto 2012 si è aggiudicato il primo premio della prima edizione del Premio Letterario Caccuri dedicato alla saggistica.

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