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Il mio viaggio ad Auschwitz nell’inferno delle coscienze
30 Gen 2014 07:32

Oświęcim. E’ questo il nome, in polacco, non molto conosciuto, della località che ha ospitato, suo malgrado, il più grande genocidio umano: Auschwitz.

La pre-potenza tedesca impose che ogni dettaglio umano, in terra polacca, avesse una propria dicitura e fierezza teutonica. Il disconoscimento e il rifiuto assoluto dell’altro. La scelta premeditata di annichilire l’identità di un popolo. Di bruciarne i corpi per incenerirne la dignità.

Lo ricordo bene, come fosse ieri, quel 13 luglio 1999. Ricordo bene l’espressione insicura di quel ragazzino di 15 anni e mezzo che, giungendo da Bari per uno scambio culturale, attraversò quel cancello lasciandosi alle spalle l’impostura “Arbeit macht frei”.

Era una giornata fredda, nuvolosa. Pensavo che lì, ad Oświęcim, il sole non si alzasse mai dalle tenebre. Pensavo che lì, ad Oświęcim, il tempo si fosse fermato. Per questo, forse, mi sentivo, nel mio piccolo, come Dante: anche io avrei attraversato l’Inferno.

Un “inferno delle coscienze” scandito dagli strepiti dei nostri silenzi, dei nostri stupori, delle nostre paure, mentre gli occhi venivano rapiti da panorami che si conficcavano nella nostra carne come pugnali. Il “muro nero” reso tale dalla polvere da sparo liberata dai fucili nazisti che hanno annientato migliaia di persone; il capannone del forno crematorio che non ha risparmiato giovani donne e bambini; gli “stanzoni” dove sono stati accatastati gli oggetti personali e gli indumenti dei deportati; le camerate dove riposavano.

“Non è un museo – ripeteva spesso il nostro accompagnatore polacco – ma lo specchio della nostra civiltà”. Fu una durissima frustata che ancora oggi, a distanza di 15 anni, nel rievocarla, mi ferisce e dovrebbe ferire tutti quelli che, semplicemente, non vogliono e non possono dimenticare. Sebbene, oggi, la Memoria sia diventata per taluni un simulacro da ostentare all’occorrenza e che rivela essenzialmente un’ipocrisia di fondo: il passato è passato e quindi se ne può fare a meno. Non è cosi, invece. Esercitare la memoria, non affogarla nei moderni fiumi “Lete”, non banalizzarla o enfatizzarla soltanto in giornate “com-memorative”, dovrebbe essere sforzo comune, pratica condivisa.

L’esito di questo impegno, che non dovrebbe più coinvolgere solo le scuole, ma tutti gli operatori culturali e sociali, non sarebbe quello di avere, come purtroppo è successo, nei quiz televisivi concorrenti meno ignoranti o attivisti del movimento a cinque stelle che sui social network hanno sostenuto che “Anna Frank oggi voterebbe per loro”, ma una civiltà e una società che riconoscendo antropologicamente simili lezioni di Storia, operi intensamente per migliorare quella contemporanea e mitigare il rischio che tornino in auge certi “ideologismi” fondati sull’intolleranza e sul rifiuto di vedere nell’alterità e diversità una ricchezza.

“È mia opinione – scriveva Hannah Arendt  ne “La banalità del male” – che il male non possa mai essere radicale, ma solo estremo; e che non possegga né una profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. È una sfida al pensiero, come ho scritto, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può essere radicale”.

Sforziamoci, quindi, ciascuno nel proprio quotidiano, di fare il Bene. Esercitando la Memoria non soltanto il 27 gennaio. Per non spogliarci, nuovamente, della nostra umanità.


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